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Twinning Project, il calcio che educa |
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Twinning Project, il calcio che educa
di Marta Sacchi

Il calcio come strumento di formazione e reinserimento sociale.
Il progetto, che gemella club professionistici e istituti penitenziari, in Italia si sviluppa col sostegno di Enel Cuore
Chi appartiene alla mia generazione forse ricorda Masao e Kazuo Tachibana, i Tachibana Twins, calciatori gemelli della serie manga Capitan Tsubasa. Il fumetto, scritto e disegnato da Yōichi Takahashi nel 1981, ha dato vita anche a una serie anime trasmessa in Italia con il titolo Holly e Benji e dove i Tachibana Twins diventavano i gemelli James e Jason Derrick. Stelle della squadra Hot-Dog, i gemelli Derrick erano famosi per le loro tecniche acrobatiche dai nomi roboanti: la Catapulta Infernale, la Triangolazione Aerea, il Tiro Combinato.
Senza gemelli ma con gemellaggio, sempre di calcio si tratta nel Twinning Project ETS, nato nel Regno Unito nel 2018 e oggi attivo in 73 club professionistici nel mondo, con oltre 6.000 partecipanti coinvolti. Il progetto si basa sul gemellaggio tra società calcistiche e istituti penitenziari, con percorsi educativi che utilizzano il calcio come linguaggio universale per sviluppare abilità e talenti personali, sociali e professionali.
Dai Twins al Twinning, sempre palla al piede
Il Twinning Project - oggi uno dei modelli più strutturati a livello internazionale nell’ambito della riabilitazione attraverso lo sport - è stato sviluppato in collaborazione con il sistema penitenziario britannico e con le principali istituzioni calcistiche, tra cui la Football Association e la Premier League. Il valore aggiunto del progetto risiede proprio nella capacità di unire mondi distanti: il calcio professionistico, il sistema penitenziario e il terzo settore.
Al centro dell’esperienza c’è il calcio come strumento di inclusione, formazione e reinserimento sociale. Il programma punta allo sviluppo di competenze trasversali sempre più richieste anche nel mondo del lavoro: comunicazione efficace, responsabilità individuale, leadership, capacità di collaborazione e gestione dei conflitti. Un approccio che mira a rafforzare autostima e consapevolezza, elementi centrali nei percorsi di reinserimento.
Non si tratta di un’intuizione isolata, ma di un modello con un approccio scientifico e misurabile: numerosi studi hanno evidenziato miglioramenti significativi nel benessere psicologico dei partecipanti, nella riduzione dei comportamenti violenti e nell’aumento della fiducia nel futuro. Le ricerche condotte dalla Oxford University e dal John Jay College of Criminal Justice hanno confermato l’efficacia del modello anche nella riduzione dei tassi di recidiva, rafforzando la validità dell’impianto educativo. L’espansione internazionale, avviata nel 2023 con il supporto della FIFA, ha portato il progetto in diversi continenti, dagli Stati Uniti al Sudafrica, fino all’Europa e all’America Latina.
Il lavoro (e lo sport) come antidoto alla recidiva
I numeri spiegano perché iniziative come questa contano più di quanto può sembrare a prima vista. Secondo i dati del Ministero della Giustizia italiano, circa 7 detenuti su 10 tornano a delinquere se scontano la propria pena senza alcuna possibilità di inserimento lavorativo. Questa percentuale scende drasticamente - tra il 12 e il 19 per cento - per chi ha potuto lavorare durante la parte finale della detenzione. Sono numeri che trovano un riscontro concreto in alcune esperienze italiane di reinserimento attraverso il lavoro.
Alla Pasticceria Giotto, nata nel 2005 nella Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova, oltre 200 detenuti hanno seguito un percorso professionalizzante in alta pasticceria. A fronte di una recidiva media nazionale che secondo l’impresa sociale sfiora l’80 per cento, tra chi ha lavorato nei laboratori Giotto la percentuale crolla a circa il 2 per cento. Una dinamica simile accade nel ristorante In Galera, aperto nel 2015 nel carcere di Bollate - primo ristorante al mondo dentro un istituto penitenziario - e a cui RaiPlay ha dedicato il documentario di Michele Rho Benvenuti in galera. Qui, a fronte di una recidiva media italiana intorno al 70 per cento, tra i detenuti impiegati in cucina e in sala la percentuale scende al 17 per cento.
Il Twinning Project si muove sullo stesso principio, applicato allo sport: dare ai detenuti - spesso giovanissimi - uno strumento concreto, una competenza spendibile, un’esperienza di squadra e di responsabilità che li sostenga nel ritorno nella società.[...]
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