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La sfida dell’acqua, tra clima e infrastrutture Stampa E-mail

La sfida dell’acqua,
tra clima e infrastrutture

di Matteo Biello, Italy Market Director di CESI Consulting


La gestione dell’acqua richiede una visione integrata di lungo periodo e un forte coordinamento tra pubblico e privato. Le esperienze di CESI


In Italia l’acqua è sempre più una risorsa strategica, non solo dal punto di vista ambientale ma anche industriale ed energetico. A dirlo non sono soltanto le evidenze del cambiamento climatico, ma anche i numeri. Nel 2022 la disponibilità naturale della risorsa idrica rinnovabile ha toccato il minimo storico dal 1951, fermandosi a 67 miliardi di metri cubi: meno della metà della media di lungo periodo, pari a circa 138 miliardi di metri cubi. Un divario di oltre 70 miliardi di metri cubi, più di cento volte il volume del lago Trasimeno, con effetti immediati sul sistema energetico: la produzione idroelettrica scese a 28 TWh, il livello più basso dal 1954, nonostante un parco dighe oggi triplo rispetto al passato.

Il dato aggiornato al 2025 dell’ISPRA mostra però che il problema non è episodico, ed è più insidioso di quanto suggerisca il solo 2022. Nel 2025 sull’Italia sono caduti circa 291 miliardi di metri cubi di pioggia, l’1 per cento sopra la media di lungo periodo. Eppure, la risorsa idrica effettivamente disponibile si è fermata a 128 miliardi di metri cubi, oltre il 7 per cento sotto la media e il 19 per cento in meno rispetto al 2024. Piove quanto prima, ma resta meno acqua: la variabile critica non è più la quantità, bensì la distribuzione nel tempo e nello spazio, l’aumento dell’evapotraspirazione e - soprattutto - la capacità di trattenere ciò che arriva.

Ogni anno sull’Italia cadono circa 300 miliardi di metri cubi di precipitazioni.
Il problema, tuttavia, non è la quantità complessiva, bensì la distribuzione: eventi sempre più intensi e concentrati nel tempo, alternati a periodi prolungati di siccità. In questo contesto, la capacità di accumulo diventa la vera variabile critica. Oggi gli invasi italiani hanno una capacità nominale complessiva di circa 14 miliardi di metri cubi, pari a poco più di 200 metri cubi per abitante: un valore significativamente inferiore rispetto ad altri Paesi della fascia mediterranea. A questa fragilità strutturale si aggiunge una pressione crescente sugli usi civili.

Nel 2024, secondo ISTAT, l’Italia ha prelevato 8,9 miliardi di metri cubi di acqua dolce per uso potabile, posizionandosi al primo posto nell’Unione Europea in termini assoluti. Un primato che impone un ripensamento dell’intero ciclo della risorsa idrica, dalla captazione alla distribuzione. Il tema della gestione dell’acqua non può più essere affrontato in modo settoriale: serve una visione integrata che tenga insieme infrastrutture, energia e digitalizzazione, perché sono dimensioni ormai profondamente interconnesse. [...]


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