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Capacità [ka.pa.ʧiˈta] |
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Capacità [ka.pa.ʧiˈta]
di Lorenzo Parola
Nella Costituzione, una «e» fra diritti e doveri impedisce alla libertà di degradare a privilegio. Anche la capacità è questo: un potere in attesa della propria responsabilità
È una parola quieta, capacità. Non ha il lampo della potenza. Abita le curve di Terna, le richieste di connessione, i contratti: capacità installata, disponibile, di trasporto, di accumulo. La si autorizza, la si misura, la si mette all’asta. Sembra dire soltanto quanto può stare dentro qualcosa. A me, invece, fa pensare a una classe di scuola media.
Quando incontro di ragazzi per le lezioni di Educazione alla legalità, prima o poi arriviamo all’articolo 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo» e, nello stesso respiro, «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». I diritti li capiscono al volo; sui doveri l’attenzione si fa più prudente. Allora chiamo in soccorso la mia antica passione per l’Uomo Ragno: a grandi poteri, ricorda lo zio Ben, corrispondono grandi responsabilità.
Non è una glossa ortodossa, ma funziona. Il potere non è soltanto una proprietà: è anche un debito. Quella piccola «e» fra diritti e doveri regge l’intera architettura repubblicana, perché impedisce alla libertà di degradare a privilegio. Anche la capacità è questo: un potere in attesa della propria responsabilità.
Riserva o rendita sotto mentite spoglie?
Nel sistema elettrico, capacità e potenza si sovrappongono ma non coincidono. La potenza misura il ritmo con cui l’energia è prodotta o assorbita; la capacità dice quanto un’infrastruttura può rendere disponibile, trasportare o contenere, e con quale affidabilità. La prima impressiona. La seconda regge: è ciò che non vediamo fino al giorno in cui manca. Per questo esiste un mercato della capacità.
Il capacity market non compra kilowattora: remunera l’obbligo di esserci, la promessa che nel momento critico qualcuno risponderà. Un sistema vive anche dei blackout che non accadranno, e quella continuità invisibile ha un prezzo. Ma la riserva può essere prudenza oppure rendita sotto mentite spoglie. La capacità è remunerata con risorse pubbliche o, più esattamente, collettive: non sempre transitano dal bilancio dello Stato, ma vengono raccolte sul sistema e, alla fine, pagate dai consumatori. Deve dunque essere necessaria, verificabile, attivabile, acquistata in modo efficiente. Ogni euro deve comprare sicurezza reale, non la comoda eternità di un impianto che il mercato non chiamerebbe più. Qui lo zio Ben potrebbe sedere accanto al regolatore: chi riceve quel denaro assume un’obbligazione di presenza.
Del resto, è così che paghiamo i vigili del fuoco: non per gli incendi che spengono, ma per la veglia che garantiscono. Quella veglia è lavoro - il lavoro silenzioso di chi si tiene pronto - e la distinzione non è ornamentale in una Repubblica che, prima ancora di riconoscere diritti e richiedere doveri, dichiara all’articolo 1 di fondarsi sul lavoro. I costituenti scelsero quella parola contro il censo e il privilegio: per dire che il titolo a partecipare alla ricchezza comune è il contributo, non il possesso.
Tradotto nel nostro lessico: la disponibilità è un mestiere, l’esistenza non è un merito. Il mercato della capacità è costituzionalmente sano finché remunera la prima; degenera quando finisce per stipendiare la seconda.
La stessa grammatica vale per i grandi impianti rinnovabili. La utility scale è necessaria per ragioni di sicurezza, di economicità e di sostenibilità; ma il titolo a realizzare e connettere un impianto non comprende quello di riversare indistintamente sul sistema rinforzi, congestioni e sbilanciamenti. Far concorrere i progetti, con criteri proporzionati e non discriminatori, ai costi incrementali che generano - tenendo conto dei benefici che apportano - è il modo adulto di volere le rinnovabili. Anche il sole e il vento, quando diventano industria, entrano nella grammatica dell’articolo 2: al diritto di crescere corrisponde una responsabilità economica e territoriale. [...]
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