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Carburanti, la riforma che non c’è |
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Carburanti, la riforma che non c’è
di Giuseppe Gatti
Dopo anni di annunci, la riforma della rete è ridotta a (pochi) incentivi per l’elettrificazione degli impianti. Manca una strategia per affrontare la complessità della transizione energetica
Ricordate il rullio di tamburi e il clangore di trombe che nel gennaio del 2023, dopo un momentaneo aumento del prezzo della benzina, accompagnarono le stentoree dichiarazioni del ministro Urso sulla prossima riforma della rete di distribuzione carburanti? Questo annuncio si è ripetuto per oltre due anni e l’unica riforma che si è vista è stata una misura assolutamente priva di senso e di utilità e andata rapidamente in desuetudine.
Mi riferisco all’introduzione, nel marzo 2023, della cartellonistica relativa al prezzo medio regionale, un valore senza significato economico e non in grado di orientare le scelte del consumatore. Per il resto, nulla.
Non sono mancate le riunioni e gli incontri in sede ministeriale con la partecipazione delle diverse componenti della filiera petrolifera, con il risultato di focalizzare l’attenzione in misura crescente sulla tematica della contrattualistica relativa alla gestione dell’impianto.
È questa una tematica vecchia e ricorrente: da un lato abbiamo una normativa ormai arrugginita nella sua rigidità; da un altro, i tentativi di introdurre forme più flessibili in un rapporto di lavoro comunque anomalo per le sue caratteristiche intrinseche. Nel confronto tra istanze corporative dei sindacati dei gestori e richieste di deregulation delle compagnie petrolifere, la contesa si è incentrata sul contratto di appalto che con qualche contorsione linguistica alla fine è stato introdotto, con un piccolo passo verso la modernizzazione del settore.
A questo alla fine si è ridotta la tanto sbandierata riforma della distribuzione carburanti, che ha trovato sistemazione normativa nel Ddl Concorrenza 2026, approvato a fine luglio dal Consiglio dei ministri. La povertà dei risultati è solo marginalmente corretta dagli incentivi previsti per lo smantellamento degli impianti di erogazione carburante e l’installazione di colonnine di ricarica elettrica. Agevolazioni nella bonifica delle strutture dismesse, incrementi di cubatura edificabile e un contributo in conto capitale sino al 50 per cento dei nuovi investimenti con un massimale di 60.000 euro.
Apprezziamo l’intenzione, ma è palese la totale inadeguatezza degli incentivi messi in campo rispetto ai costi legati alla trasformazione degli impianti con la loro elettrificazione. Quello che è sfuggito al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) - che rivendica la paternità di queste norme, è che per ottenere una adeguata redditività, tale da giustificare la trasformazione dell’impianto, non è certo sufficiente installare una o due colonnine, ma bisogna realizzare un vero hub, con dieci-venti erogatori di varia potenza. I 60.000 euro coprono una parte minima dei costi e non può certo essere questo contributo a sostenere una decisione di investimento.
Si è cercato in extremis di dare un minimo di sostanza ad un intervento che per quanto il MIMIT voglia qualificarlo come riforma della rete carburanti, in realtà riforma ben poco, per non dire nulla. Si paga così il prezzo di aver lasciato che sin dall’inizio il MIMIT si appropriasse della materia, senza avere alcuna competenza specifica in campo energetico, come se la distribuzione carburanti non facesse parte di una più complessa e articolata filiera che parte dall’upstream e riguarda prima la sicurezza degli approvvigionamenti e via via gli altri passaggi, sino al prezzo alla pompa. [...]
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