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Quando il calore protegge la Storia |
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Quando il calore protegge la Storia
di Ilaria Bottio, segretario generale AIRU - Associazione Italiana Riscaldamento Urbano

Nel dibattito energetico il teleriscaldamento occupa uno spazio marginale. Eppure, è difficile trovare una tecnologia più adatta alla specificità del patrimonio storicoarchitettonico italiano per guidare la transizione energetica negli edifici. Una tecnologia di sistema per una sfida (tutta italiana) di sistema
Che cosa hanno in comune Palazzo Reale a Milano, l’antica caserma di cavalleria di Voghera, il complesso monastico di Santa Giulia a Brescia, la Tour de l’Archet a Morgex? E con loro il Teatro alla Scala, il Teatro Regio di Parma, la Biblioteca Palatina, Palazzo Chiericati a Vicenza, Palazzo Farnese a Piacenza e molte altre costruzioni in Italia? Sono tutti edifici allacciati a una rete di teleriscaldamento.
Una risposta che sorprende, perché stiamo parlando di una tecnologia che dialoga con la pietra secolare, con gli affreschi rinascimentali, con le travi di castagno che hanno attraversato i secoli. E lo fa - ed è qui il paradosso - senza lasciare traccia: la rete corre nel sottosuolo, il calore arriva all’edificio senza che nulla in superficie tradisca la sua presenza.
Nel dibattito energetico italiano, il teleriscaldamento occupa ancora uno spazio marginale: copre poco più del 2 per cento del fabbisogno termico nazionale per riscaldamento, una quota che spiega perché venga spesso ignorato nelle grandi narrazioni della transizione energetica. Eppure è difficile trovare una tecnologia più adatta alla specificità del territorio e del patrimonio edilizio del nostro Paese. Perché l’edilizia italiana non è come quella europea. E questa differenza cambia tutto.
Un Paese costruito prima dell’era dell’efficienza energetica
I numeri raccontano una storia scomoda. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2024 (PNIEC), richiamando i dati della STrategia per la Riqualificazione Energetica del Parco Immobiliare Nazionale (STREPIN) 2020, indica che oltre il 60 per cento degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1976, anno di entrata in vigore della Legge n. 373: la prima norma nazionale sul contenimento dei consumi energetici negli edifici.
Ma il dato più rilevante per chi si occupa di transizione energetica è un altro: il costruito con carattere storico rappresenta circa il 25 per cento del patrimonio edilizio complessivo, pari a circa 3 milioni di edifici realizzati prima del 1945. Quasi due edifici su dieci risalgono a prima del 1919. Si tratta di un parco edilizio energeticamente inadeguato: gli edifici costruiti prima del 1976 presentano consumi di energia primaria che, nelle zone climatiche più fredde, raggiungono e superano i 300 kWh/m² annui.
I valori si riferiscono all’energia primaria non rinnovabile calcolata con la metodologia cost-optimal: edifici residenziali tipo epoca 1946-1976, zona climatica E. I valori “stato di fatto” variano da 295 kWh/m² (grande condominio) a 500 kWh/m² (abitazione monofamiliare). Un patrimonio energivoro, spesso vincolato nelle possibilità di intervento, distribuito capillarmente in ogni città e borgo del Paese. [...]
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