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Batterie, aste e mercato: alle rinnovabili serve un approccio industriale Stampa E-mail

Batterie, aste e mercato: alle rinnovabili serve un approccio industriale

di Andrea Zaghi


Gli obiettivi del PNIEC prevedono di raggiungere circa 107 GW di fonti rinnovabili e 122 GWh di capacità di flessibilità. 
Il meccanismo delle aste competitive, strumento cardine di questa corsa al 2030, ha dimostrato di funzionare. Ma da solo non basta…



Un settore al bivio. Il sistema elettrico europeo è chiamato a uno sforzo di investimento senza precedenti. Entro il 2050 l’Unione Europea dovrà mobilitare circa 1.400 miliardi di euro per installare 1,5 TW di nuova capacità, tra fonti rinnovabili e sistemi di flessibilità. Solo per le rinnovabili, si tratta di oltre 1.200 miliardi di euro di nuovi investimenti al 2050, ai quali si aggiungono quasi 150 miliardi destinati ai sistemi di stoccaggio e flessibilità. Questi numeri danno la misura della posta in gioco e, soprattutto, della necessità di costruire un contesto regolatorio e di mercato capace di attrarre capitali in modo stabile e continuo.

L’Italia si trova al centro di questa sfida. Gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) prevedono di raggiungere al 2030 circa 107 GW di fonti rinnovabili e 122 GWh di capacità di flessibilità - un target che richiede una progressione formidabile rispetto al punto di partenza attuale.

Il meccanismo delle aste competitive, introdotto negli ultimi anni come strumento cardine di questa corsa, ha dimostrato di funzionare. Ma da solo non basta. Anzi, il dibattito più maturo nel settore si è spostato su un terreno più sofisticato: come si costruisce la finanziabilità di un progetto quando il sussidio garantito copre solo una parte della vita utile dell’impianto? Come si gestisce il rischio merchant che inevitabilmente residua? E quale competenza industriale serve per farlo in modo sistematico e redditizio?

La lezione del Conto Energia
Per capire dove stiamo andando, è utile ricordare da dove veniamo. Occorre cioè portare alla memoria la lezione del Conto Energia, ovvero: quando il sussidio garantisce tutto (e poi si spegne). Il Conto Energia, il sistema di incentivazione del fotovoltaico in vigore in Italia tra il 2005 e il 2013, è stato uno strumento straordinariamente efficace nel breve periodo. In cinque anni, dal 2009 al 2013, ha consentito l’installazione di quasi 18 GW di capacità fotovoltaica. Un risultato che, visto con gli occhi di oggi, appare ancora più notevole. Si trattava di un settore nascente, con costi di sistema ancora elevatissimi, eppure la certezza del ritorno garantito aveva aperto le porte a un flusso di capitali imponente.

Quel meccanismo era sì governato, ma non progressivo: offriva tariffe fisse con rendimenti elevati, ma senza un sistema di adeguamento legato alla maturazione del mercato e alla caduta dei costi tecnologici. Il risultato fu inevitabile: quando l’onere per il sistema elettrico diventò insostenibile, il Conto Energia fu rimosso bruscamente. E dopo il picco, vennero meno anche gli investimenti: nei cinque anni successivi al 2013, furono installati appena 1,9 GW di nuovo fotovoltaico. Dalla festa alla carestia, nel giro di una firma ministeriale.

La Spagna ha vissuto una parabola in parte diversa ma altrettanto istruttiva.[...]


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