Rinnovabili intermittenti, nuovi modelli di produzione e consumo, sistemi di accumulo distribuiti: perché la flessibilità diventa un pilastro della sicurezza energetica. Incontro con Andrea Moratto, Chief Operations Officer di E.ON Italia
Nel dibattito energetico ha ormai un posto in prima fila, neanche fosse un abbonato Rai. Stiamo parlando della flessibilità, un concetto che richiama la proprietà o la caratteristica di un corpo a piegarsi, a variare, a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse. Ma che cosa significa flessibilità per i mercati energetici? Nuova Energia lo ha chiesto ad Andrea Moratto, Chief Operations Officer di E.ON Italia.
Prezzi dell’energia, sicurezza e flessibilità: qual è oggi il quadro europeo?
Negli ultimi anni il settore energetico europeo ha attraversato trasformazioni profonde. La pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente hanno modificato radicalmente le modalità di approvvigionamento, imponendo un passaggio accelerato dal gas russo al GNL. Questo ha comportato un aumento dei costi complessivi del sistema e riportato al centro un tema che sembrava superato: l’affordability, ovvero la sostenibilità delle bollette per famiglie e imprese.
Per decenni l’Europa ha vissuto nella convinzione che l’energia sarebbe stata sempre disponibile e abbondante. Le crisi recenti hanno mostrato quanto questa certezza fosse fragile. Parallelamente, la crescente attenzione al cambiamento climatico ha spinto verso un’espansione delle rinnovabili, chiamate a contribuire sia agli obiettivi net zero sia all’indipendenza energetica.
All’inizio di questo percorso, talvolta segnato da derive ideologiche, non sempre si è compresa la portata degli impatti sul sistema elettrico. Le crisi hanno riportato il dibattito su un piano più pragmatico.
Da dove nasce il tema della flessibilità e perché oggi è così centrale?
La crescente diffusione di rinnovabili intermittenti e distribuite, insieme alla riduzione degli impianti convenzionali, ha diminuito la flessibilità intrinseca del sistema elettrico. In passato questo ruolo era svolto principalmente dalle centrali a gas, che garantivano equilibrio tra produzione e consumo.
Oggi, invece, la rete deve essere bilanciata istante per istante in un contesto in cui vento e sole non sono programmabili. Per questo servono nuovi strumenti: batterie utility scale, pompaggi idroelettrici e, soprattutto, la valorizzazione della flessibilità che risiede nella domanda, storicamente poco sfruttata, in particolare nel mondo energivoro, ma anche residenziale e terziario.
Che ruolo possono avere i clienti nella flessibilità del sistema?
La flessibilità non riguarda più solo gli operatori. Sempre più clienti producono parte dell’energia che consumano: i prosumer di oggi possono diventare i flexumer di domani, gestendo in modo intelligente la propria produzione, le batterie domestiche e altri asset connessi alla rete. È un cambio di paradigma che trasforma il cliente in un attore attivo del sistema, capace di contribuire al bilanciamento complessivo.
La flessibilità va remunerata. Come funziona oggi e quali sono le criticità?
La disponibilità a essere flessibili deve essere riconosciuta economicamente. Il principio è semplice: la remunerazione deve essere equiparabile a quella delle grandi centrali, perché ciò che conta non è la fonte, ma il servizio reso al sistema. In Europa questo modello si sta diffondendo, anche se alcuni Paesi sono ancora indietro su smart meter, tariffe flessibili e dinamiche. La flessibilità nasce dalla combinazione tra tariffe e sistemi di misurazione avanzati, e porta il cliente ad adattare i consumi per convenienza.
La flessibilità si attiva quando il cliente modifica volontariamente i consumi per cogliere un’opportunità di mercato. È un fenomeno già presente in Paesi con forte penetrazione delle rinnovabili, come il Regno Unito, dove operano gli independent aggregator. Si tratta però di un processo complesso, che richiede investimenti, standard di comunicazione e la capacità di gestire migliaia di piccole infrastrutture in tempo reale. E richiede anche responsabilità da parte dei consumatori.
A che punto è l’Italia?
In teoria, il TIDE consente già oggi di attivare meccanismi di flessibilità. Nella pratica, mancano ancora strumenti operativi adeguati. Alcuni distributori - come e-distribuzione, Unareti e Areti - stanno sperimentando progetti locali. E.ON ha introdotto le offerte Smarty, che permettono di operare sulle batterie dei clienti per ottimizzarne l’utilizzo. Siamo ancora in una fase di “esperimento educativo”, ma rappresenta un primo passo verso un mercato più maturo.
Quali strumenti operativi mancano?
Il problema non è la mancanza di tecnologia, ma la sua eterogeneità. Per rendere operativa la flessibilità serve un sistema di comunicazione che non solo legga l’asset del cliente, ma sia in grado di comandarlo. Il mercato degli inverter, ad esempio, è frammentato: alcuni sono controllabili, altri no. Occorre sviluppare protocolli condivisi con i produttori.
A questo si aggiunge il tema della sicurezza dei dati: se un soggetto terzo opera su un asset domestico, deve garantire protezione e affidabilità. Molti dispositivi non sono ancora adeguatamente protetti, e questo richiede investimenti e standard più elevati. [...]
L'ARTICOLO COMPLETO È DISPONIBILE PER GLI ABBONATI ALLA RIVISTA
© nuova-energia | RIPRODUZIONE RISERVATA