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Climate change, dall’emergenza all’urgenza Stampa E-mail

Climate change, adattiamoci 
a passare dall’emergenza all’urgenza

di Roberto Napoli, professore emerito di Sistemi Elettrici Politecnico di Torino e Consigliere Ordine Ingegneri Provincia di Torino


L’emergenza permanente con cui si definisce il cambiamento climatico giustifica deroghe e imposizioni, ma genera politiche fragili. L’urgenza guarda a una scala di tempo più sensata e richiede priorità e pianificazione. Un’analisi (logica) dei termini in questione

Il 2026 è iniziato all’insegna di una confusione geopolitica globale, che diventa sempre più eclatante. Nel caos generale non mancano i problemi legati alla sostenibilità ambientale: riscaldamento globale e transizione energetica annaspano fra emergenze farlocche e pericoli reali. 

La situazione è veramente ingarbugliata. Conviene guardare questi aspetti in prospettiva, allargando l’intervallo temporale di analisi sia in avanti sia indietro, cercando di distinguere fra catastrofismo mediatico, segnale scientifico e realtà concreta

L’esperienza passata ci consegna diversi esempi di previsioni ambientali molto più drammatiche di quanto poi riscontrato nella realtà. Negli anni ‘70, il Club di Roma (fondato nel 1968 con la cooptazione degli illustri scienziati dell’epoca, inclusi premi Nobel) presentò per primo un rapporto sui limiti dello sviluppo incontrollato. Secondo tale rapporto, con l’allora corrente ritmo di sviluppo economico, le riserve petrolifere sarebbero finite entro pochi decenni provocando un collasso globale delle condizioni socioeconomiche per la conseguente mancanza di energia. 

L’elenco delle previsioni azzardate è piuttosto nutrito. Nel 1988 fu prevista la sparizione entro trenta anni delle Maldive, a causa dell’innalzamento del livello del mare. Non manca nell’elenco la Groenlandia, tornata adesso agli onori della cronaca per tutt’altri motivi ma da tempo fonte di preoccupanti previsioni per la forte perdita di massa dovuta allo scioglimento accelerato dei ghiacciai. 

C’è una grande differenza fra le passate previsioni e quella attuale. 
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Definire emergenza permanente il cambiamento climatico è una stridente contraddizione logica, che serve a comprimere il dibattito, a squalificare ogni dissenso e a giustificare scorciatoie decisionali. L’emergenza permanente rischia di essere uno strumento politico, che porta alla cosiddetta governance per eccezione. 

L’errore concettuale è confondere l’emergenza con l’urgenza. L’emergenza giustifica eccezioni, deroghe, imposizioni, ma porta a politiche fragili, non efficaci. L’urgenza invece guarda a una scala di tempi più sensata, che richiede priorità, pianificazione e controllo costi/ benefici. 

Che il cambiamento climatico ponga rischi reali, è fuor di dubbio. Che il nostro uso delle fonti fossili abbia effetti sul riscaldamento globale è anch’esso fuor di dubbio. Per clima ed energia il palcoscenico è lo stesso. I tempi della rappresentazione sono però diversissimi. 

Per il clima abbiamo una dinamica lenta, cumulativa, con scala mondiale, governabilità bassa a livello nazionale e feedback ritardati. Per l’energia assistiamo invece a uno svolgimento rapido, con ritorni immediati (prezzi, vulnerabilità, ...), con scala locale-regionale e governabilità medio-alta. Per tenere correttamente conto di questi aspetti, bisogna stabilire una gerarchia corretta fra i diversi possibili interventi. 

La preoccupazione prioritaria riguarda oggi la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, da considerare un prerequisito senza il quale va a pallino ogni possibilità concreta di intervento. La sostenibilità ambientale riguarda invece una traiettoria di medio-lungo respiro, che richiede grandi investimenti stabili nel tempo. Non tenere conto di queste differenze tempistiche genera costi non compensati da adeguati benefici. 

A lungo andare, la mancanza di risultati palpabili e la persistente segnalazione di essere vicini al baratro provocano oscillazioni dell’opinione pubblica, che ciclicamente si eccita in corrispondenza di eventi climatici o mediatici acuti per poi tendere a calare man mano che l’attenzione si sposta su altri argomenti.
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