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Fuori dall’Ordine? L’ingegneria in Italia tra numeri e professione |
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Fuori dall’Ordine? L’ingegneria
tra numeri e professione
di Roberto Napoli, professore emerito di Sistemi Elettrici Politecnico di Torino e Consigliere Ordine Ingegneri Provincia di Torino

Aumentano i laureati triennali, calano i magistrali, cresce la presenza femminile. Tra gli Ordini che chiedono l’obbligo di iscrizione e gli Atenei che sperimentano nuove specializzazioni, tra sfide globali e responsabilità crescenti si apre una nuova fase per l’ingegneria italiana
Viviamo in un periodo di grandi contrasti geopolitici. Le incertezze sui passi da compiere aumentano a dismisura. Non fa eccezione la transizione energetica, che sembra ormai passata in secondo piano rispetto ad altre urgenze quali la competitività e, soprattutto, la difesa.
L'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici (2015) vincolava giuridicamente i firmatari (vedi box, ndr) ad azioni per contrastare i cambiamenti climatici. A dieci anni da quella data è più che mai il momento di rivedere gli approcci e fare il punto sul mantenimento delle promesse e sulla trasformazione degli impegni in azioni concrete.
La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP30 di Belem (dal 10 al 21 novembre 2025) è lo specchio di pesanti incertezze non solo sui risultati, ma anche sui presupposti programmatici. Peraltro, questa volta i maggiori leader internazionali (da Trump a Xi Jinping) hanno deciso di disertare la Conferenza.
Sembrano un po’ diminuiti gli integralismi chiassosi, a vantaggio di una maggiore concretezza, tanto che la Conferenza è stata etichettata come COP dell’attuazione. Nel lodevole tentativo di superare il divario fra promesse e fatti.
Il clima cambia con una velocità mai registrata prima. temperatura media mondiale continua ad aumentare, al pari delle emissioni.
Nel 2025 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha superato quella da fonti fossili. Più complicata è la decarbonizzazione degli usi energetici non elettrici. Le certezze diventano meno solide e il nodo centrale rimane sempre la finanza climatica. I Paesi meno sviluppati continuano a chiedere ai Paesi più ricchi di aprire i cordoni della borsa per non essere penalizzati nello sviluppo economico.
Tirar fuori soldi rimane molto complicato. Sunt facta difficiliora verbis, dicevano già i latini (detto altrimenti, le cose sono più difficili a farsi che a dirsi). Vale allora la pena guardare alla situazione concreta: una volta definiti i soldi a disposizione, le realizzazioni passano attraverso la collaborazione imprescindibile di tecnici e ingegneri. Qualche riflessione sul ruolo e sulla formazione degli ingegneri appare quindi opportuna.
Ingegnere abilitato alla professione
e iscritto all’albo: un identikit
L’ingegnere, solitamente poco incline a voli pindarici, è una figura chiave per la realizzazione concreta del nuovo paradigma energetico: deve combinare conoscenze tecniche, visione sistemica e responsabilità sociale per trasformare la teoria della sostenibilità in soluzioni concrete. Gli ingegneri rappresentano il ponte tra scienza climatica e soluzioni pratiche. Tocca a loro tradurre i modelli ipotizzati in strategie tecniche di mitigazione: sistemi energetici, infrastrutture, tecnologie a basse emissioni.
Questo non sempre accade. Il contesto generale della transizione, per esempio, è definito dal gruppo intergovernativo IPCC delle Nazioni Unite (UN Intergovernmental Panel on Climate Change), che prepara i documenti con i target sui cambiamenti climatici. I membri dell’IPCC, nominati dai Governi, sono articolati in tre gruppi: gruppo I (basi fisico-scientifiche del cambiamento climatico); gruppo II (impatti, adattamento e vulnerabilità); gruppo III (provvedimenti mitigativi).
A questi gruppi partecipano esperti di diversa estrazione (meteorologi, economisti, eccetera). Eppure, nei gruppi I e II dell’IPCC l’incidenza percentuale degli ingegneri è inferiore al 10 per cento.[...]
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