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Riformare l’ETS? Si può, ma… Stampa E-mail

Riformare l’ETS? Si può, ma…

di Simone Mori


Fra i meccanismi di cui l’Europa si è dotata per promuovere le politiche climatiche, quello dell’Emissions Trading System è probabilmente uno dei più controversi. Ancorché mutato nel tempo, quale efficacia ha avuto l’ETS nello spingere la decarbonizzazione? Alcune considerazioni


Il carbon market e i suoi detrattori
Il primo gennaio 2026, con l’entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il sistema europeo dell’Emissions Trading (ETS) ha realizzato un ulteriore passaggio evolutivo. Si è infatti cercato di ancorare i meccanismi regolatori a supporto della lotta ai cambiamenti climatici a strumenti che limitino i rischi di distorsione della concorrenza e la penalizzazione al sistema industriale europeo.

Il pagamento da parte degli importatori di un costo correlato al contenuto di CO
2 del bene importato è un tentativo di allineamento fra le nostre condizioni competitive e quelle di chi, nel resto del mondo, è soggetto a regole meno stringenti. Una misura pensata chiaramente a favore del nostro sistema industriale, come evidenziato dal vicepresidente della Commissione Europea con la competenza sull’industria, il francese Stéphane Séjourné. Presentando la riforma del CBAM lo scorso dicembre, ha affermato che questa risponde «a una richiesta forte dei nostri industriali europei».

I lodevoli intenti dei decisori UE non sembrano però aver raggiunto l’obiettivo che si erano proposti, a giudicare dal coro abbastanza unanime di reazioni negative da parte dei rappresentanti industriali dei principali Paesi. L’associazione delle imprese europee, Business Europe, ha salutato le modifiche apportate allo schema con uno spirito da scampato pericolo, almeno per ora: un caso abbastanza unico di politica protettiva avversata dai presunti beneficiari della misura. Uno dei tanti paradossi dell’ETS europeo.

Ma proviamo ad andare con ordine, considerando il contesto nel quale questa discussione ha luogo. L’evoluzione del quadro politico globale, con la crescente tensione fra i principali sistemi economici e l’indebolimento dei meccanismi di cooperazione multilaterale, sta determinando una oggettiva perdita di centralità delle politiche di decarbonizzazione.

Pur volendo prescindere dalle posture esplicitamente negazioniste da parte di diversi governi, in primis quello statunitense, questa circostanza pone l’Europa in una situazione particolarmente scomoda, considerando il ruolo di leader globale della salvaguardia del clima che Bruxelles si è attribuita.

Attribuzione che l’ha esposta alle critiche di chi giudica gli sforzi europei velleitari - considerato il modesto impatto europeo nella contabilità globale delle emissioni climalteranti - e autolesionistici, in quanto tali da produrre perdita di competitività nel nostro sistema industriale.

Fra i meccanismi di cui l’Europa si è dotata per promuovere la decarbonizzazione, quello dell’ETS è probabilmente uno dei più controversi, oggetto di polemiche particolarmente vigorose nei periodi di maggiore tensione sui prezzi energetici. Negli ultimi mesi il dibattito si è riacceso anche nel nostro Paese, dove modifiche radicali all’Emissions Trading System sono state proposte al fine di limitarne l’impatto sui costi dell’energia.

Ma le critiche all’ETS sono tutt’altro che una novità. In molti ricorderanno le infauste previsioni formulate fin dal momento della sua introduzione, a metà degli anni 2000, quando era già individuato come simbolo di un impegno asimmetrico della UE nella lotta ai cambiamenti climatici, a fronte di un sostanziale disinteresse da parte delle altre grandi realtà globali.

Di tanto sforzo dialettico, finora ben poco è rimasto nelle decisioni che Bruxelles ha concretamente assunto [...].

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