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di Antonio Sileo


Non ci potevano essere parole migliori e più autorevoli di quelle di Mario Draghi che, nell’interpretare autenticamente il suo Rapporto sulla competitività, ha ben chiarito i problemi dell’industria automobilistica e del trasporto stradale, chiamati ad una transizione tanto rapida quanto sempre più distaccata nei fatti da un contesto ideale che non si è delineato.

Un contesto con una cornice - a questo punto, sempre più fragile - chiusa con una (forzata) data secca nel 2035, per cambiare - in barba agli andamenti del mercato - non solo l’industria ma anche le radicate abitudini dei consumatori.

Draghi dice esplicitamente che il circolo virtuoso che la scadenza del 2035 avrebbe dovuto avviare non si è (affatto) innescato: le industrie adiacenti (batterie, semiconduttori) non si sono sviluppate, l’infrastruttura di ricarica - al netto degli annunci - è lontana dall’essere anche solo vagamente adeguata e, per l’appunto, il mercato delle auto e dei furgoni elettrici è sì cresciuto, ma ben più lentamente del troppo generosamente previsto. In più, l’innovazione europea è rimasta indietro, i modelli restano costosi e la politica delle catene di fornitura è frammentata.

E dunque non allargare la cornice, rimanendo (ottusamente) ancorati alla data 2035, oltre ad essere comunque irrealizzabile rischia di consegnare quote di mercato ad altri, guarda caso soprattutto alla Cina. Che per motivi ovvi e facilmente intuibili parrebbe avere un certo vantaggio competitivo nell’ultra-sussidiata produzione di automobili elettriche.

Anche l’ottimo riferimento al parco circolante (che - incurante delle regole elaborate a Bruxelles - continua ad invecchiare, riducendo di poco le emissioni climalteranti ) crediamo chiarisca appieno il rifermento alla neutralità tecnologica contenuto nel Rapporto.

Certo, dati i numeri di partenza, forse non ci voleva la spiegazione di Mario Draghi, ma non possiamo che ringraziarlo per l’incitamento a raddrizzare la rotta.

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