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Federazione o stallo: il bivio europeo |
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Federazione o stallo: il bivio europeo
di Giuseppe Gatti

«In alcuni ambiti cruciali l’Europa deve iniziare ad agire meno come una confederazione e più come una federazione»: questo, a mio avviso, il passaggio chiave e il messaggio più forte delle riflessioni di Draghi un anno dopo l’uscita del suo Rapporto sulla Competitività.
Sui singoli temi abbiamo messe a punto legate al cambiamento di contesto (la più significativa è sulla fatidica scadenza del 2035 come fine presunta dei motori endotermici), apprezzabile segno di onestà intellettuale.
Per il resto, conosciamo il Draghi-pensiero, che ripropone con decisione le sue proposte, tutte all’insegna di una forte coesione europea, fattore di moltiplicazione dell’efficacia di interventi di scala continentale. Si possono discutere singoli punti, ma il quadro complessivo è solido.
Il guaio è che risulta il disegno di una bella macchina che però non riesce a mettersi in moto. L’approccio sinora seguito dalla Commissione, con il Rapporto Letta prima e con quello Draghi poi, volto a definire obiettivi di lungo periodo, si rivela sterile perché non affronta il nodo politico fondamentale: la governance dell’Unione.
All’origine era forte l’aspirazione agli Stati Uniti d’Europa; non solo una speranza, ma una meta per i padri fondatori, da De Gasperi ad Adenauer, a Schuman. Poi il sogno è impallidito e negli ultimi anni è cresciuto il peso del Consiglio Europeo, cioè del metodo intergovernativo, per l’appunto il modello confederale: un modello che dobbiamo superare per costruire quella Federazione Europea che è necessaria per affrontare le grandi sfide della innovazione tecnologica e della sostenibilità ambientale e sociale.
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