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Italia, fuga dalla raffinazione Stampa E-mail

Italia, fuga dalla raffinazione

di Giuseppe Gatti


Le due più grandi raffinerie del Mediterraneo sono in mano a trader che operano su scala mondiale e con la nascita di Eni Industrial Evolution si delinea la fisionomia di disimpegno di Eni dalla raffinazione nel nostro Paese. Una rivoluzione non da poco per la filiera del downstream italiano


I primi a defilarsi sono stati i Garrone che, venduto il 49 per cento della raffineria di Priolo a Lukoil nel 2008 (con il greggio ad un massimo storico), nel 2013 esercitarono la put che si erano riservata sul restante 51 per cento di Isab. 
A seguire, nel 2018 vi fu la dismissione delle attività nella distribuzione carburanti, portando Erg ad una brillante riconversione dal settore petrolifero a quello delle rinnovabili. 

Nel 2018 è la volta di Esso che cede la raffineria di Augusta agli algerini di Sonatrach, mentre nel 2024 arriva il disimpegno dei Moratti, altra famiglia storica del petrolio italiano, che vendono la loro partecipazione in Saras, la raffineria di Sarroch, alla Vitol, un gigante nel trading di commodity. Nel frattempo, le sanzioni che colpiscono le società energetiche russe portano Lukoil a cedere gli impianti di Priolo ad un fondo cipriota in joint con Trafigura, un altro grande trader internazionale. Le due più grandi raffinerie del Mediterraneo sono così in mano a due importanti trader che operano su scala mondiale

Si annuncia poi come imminente la cessione di Api, con la raffineria di Falconara e la rete di distribuzione, da parte dei Brachetti Peretti, l’ultima famiglia italiana di petrolieri rimasta in campo. Con la nascita il primo luglio 2025 di Eni Industrial Evolution si delinea poi la fisionomia dell’exit strategy di Eni dalla raffinazione in Italia. In questa newco sono confluite le principali raffinerie (Sannazzaro, Taranto, Livorno e il 50 per cento di Milazzo), 16 basi logistiche e il Costiero gas di Livorno. 

Seguendo la strategia delle società satelliti, come è stata definita da Eni, si punta a rendere autonomo questo business, con impianti che non avranno più le altre società del gruppo come clienti captive, ma potranno lavorare anche per terzi, con una sorta di tolling in cui si mettono a disposizione del mercato capacità di raffinazione e di stoccaggio. È una rivoluzione non da poco per la filiera del downstream italiano: operatori della distribuzione carburanti potrebbero organizzarsi per importare greggio, stoccarlo in depositi e farlo lavorare in raffinerie di Eni Industrial Evolution e immettere i carburanti nella propria rete. 

È un progetto complesso e impegnativo, ma oggi possibile. Al tempo stesso è evidente che Eni punta sempre più su prodotti innovativi in funzione della transizione energetica, a partire dalle bioraffinerie che saranno realizzate in quattro siti (Porto Marghera, Gela, Livorno e Sannazzaro). L’evoluzione che in questi anni ha portato a profondi cambiamenti negli assetti della raffinazione italiana sta suscitando una seria preoccupazione in alcuni analisti ed esperti del settore, che temono una compromissione della sicurezza energetica del Paese e paventano rischi sulla certezza degli approvvigionamenti sul mercato dei carburanti. [...]


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