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Besseghini: "Uno sguardo positivo sul futuro ci salverà" Stampa E-mail

Stefano Besseghini
“Uno sguardo positivo sul futuro ci salverà”

di Paola Sesti


Non è interessato a fare bilanci Stefano Besseghini, presidente di ARERA, ma a esaminare più cose mettendole a confronto per valutarle. E in questi sette anni di consiliatura (2018-2025), di cose da esaminare che hanno avuto impatto sui servizi di pubblica utilità ce n’è stata più di qualcuna…

Ma se bilanciare lo intendiamo come «esaminare più cose, mettendole a confronto per valutarle», o «tenere in equilibrio un corpo, disponendo il peso in modo che non penda né dall’una né dall’altra parte», allora la questione si fa più interessante. Tutta l’esperienza umana si svolge in un turbinìo di forze esterne: andare alla ricerca di un equilibrio è il compito della vita. E in questi sette anni di consiliatura ARERA, di turbinanti forze esterne ce n’è stata più di qualcuna.

«Dopo l’enorme impatto della pandemia su tutti i servizi di pubblica utilità che questa Autorità regola - ricorda Stefano Besseghini - la situazione dell’economia e delle nostre società in Europa è stata drammaticamente cambiata dal 24 febbraio 2022. Un conflitto ha effetti in tutti i settori, ma è evidente che sull’energia - per la storia e per il ruolo della Russia - si sono verificati quelli più evidenti».


Dico una ovvietà: due anni particolarmente impegnativi, che hanno portato a un 2023 in cui i mercati energetici sono stati ancora molto tesi ed esposti a forti oscillazioni.
E nel 2024 la complessità del contesto internazionale si è ulteriormente accentuata in conseguenza del permanere dei conflitti (in Ucraina e nell’area israelo-palestinese), a cui si sono aggiunti gli annunci di dazi da parte della nuova amministrazione degli Stati Uniti.

Ha aperto la Relazione annuale 2025 con la premessa che l’unico elemento certo in questa fase è l’incertezza. Ribaltiamo il punto di vista: su quale certezza si può partire per costruire i servizi di pubblica utilità del futuro?
Continuiamo col paradosso. Far diventare l’incertezza la principale certezza a cui affidarsi potrebbe essere più di un gioco di parole buono per un’intervista. Essere pronti a gestire l’incertezza può avere anche una valenza positiva e altrettanto lo può essere la stessa incertezza, che può generare frutti positivi della pressione che viene dall’innovazione.
Uno sguardo positivo sul futuro e la capacità di tenerci leggeri per poter riconfigurare rapidamente il modello energetico è una buona certezza cui affidarsi.

Nel presentare la Relazione del 2019, la prima della quarta consiliatura, sottolineava l’importanza dell’accountability. Come sono andati questi sette anni?
Quella della trasparenza e della responsabilità degli atti è stata un’attenzione costante di questo collegio. Non so dire se sia stato in virtù dell’esempio dell’Autorità, ma vedo che l’idea delle consultazioni sta prendendo piede anche in altri contesti.
E non è solo un tema di trasparenza; c’è anche un problema di comprensibilità degli atti. Purtroppo (o per fortuna), le delibere rimangono uno strumento tecnico, scritte più per la resistenza al contenzioso che per la comprensibilità. Accanto a queste, però, c’è una ricca documentazione che le accompagna: dai documenti di consultazione alle schede tecniche.

Che innovazioni sono state apportate in quest’ambito?
Mi ha molto colpito recentemente sentir presentare un modello AI in grado di riformulare un testo preservandone l’ontologia, in modo che sia leggibile da pubblici con caratteristiche diverse. Non entrerò qui nelle sfumature che questo comporterebbe in termini di stimolo alla crescita, ma sarebbe un interessante esperimento in termini di accountability.
Da accompagnare, naturalmente, alla explainability, la questione della spiegabilità degli algoritmi che ho richiamato anche nella Relazione annuale: in che misura è possibile comprendere e giustificare una decisione presa da un algoritmo complesso? Tornando al passato, la redazione dei Piani strategici, le audizioni annuali e la presentazione delle rendicontazioni dei Piani stessi sono stati momenti importanti, sia di analisi e confronto interno, sia di visibilità esterna. In questo senso, aver focalizzato l’attenzione non tanto su quanto fatto ma sull’effettivo raggiungimento dei risultati e sull’analisi dei mancati raggiungimenti ha aggiunto valore all’attività di rendicontazione.

Sul piano della collaborazione sono stati superati i «silos funzionali interni ed esterni»?
In parte direi di sì, anche se forse non con l’intensità con cui mi sarebbe piaciuto. Va detto - senza voler che sembri una giustificazione - che il triennio 2020-2022 ha visto un impegno talmente concreto in iniziative di natura emergenziale che molti buoni propositi di carattere generale hanno giocoforza dovuto cedere il passo.
Però, la sollecitazione principale - legata ad una lettura trasversale della regolazione nei diversi settori, affinché ci sia un elemento di coerenza di fondo negli approcci - mi pare che si sia attivata. La regolazione output based è un esempio in questa direzione, ma anche alcune innovazioni introdotte nel settore idrico e dei rifiuti in termini di sostenibilità e di costo dell’energia.

Restando in tema di innovazione, sarà grazie a questa che raggiungeremo il difficile obiettivo della neutralità climatica al 2050? Come si adatterà il regolatore?
Credo che questo sia indubbio. Così come è certo che quello che abbiamo potuto fare sino ad oggi si è basato su innovazioni che hanno permesso di gestire una transizione che, pur chiara negli obiettivi generali, si è dispiegata senza il supporto di una tecnologia guida e ha dovuto stratificare nel tempo soluzioni, tecnologie e impostazioni normative e regolatorie. Taluni lo hanno fatto meglio, altri peggio: supportiamo i costi degli errori di stima e temiamo che la nostra competitività venga pregiudicata da scelte di tecnologie che altri sviluppano.
Io credo che il regolatore, dal suo punto di azione vincolato, debba avere la pazienza e la forza di agire come un ricucitore tra le eredità del passato e le sollecitazioni del presente (lasciamo che del futuro si occupino altri). Non sarà una impresa facile, ma è la rete di sicurezza per garantire il necessario equilibrio all’evoluzione del nostro sistema energetico.

Siamo davvero in una «fase post ideologica dell’energia»?
Quando nel 2019 parlavo della necessità di confrontarsi con gli intoppi della transizione non avevo neanche lontanamente immaginato cosa ci avrebbe atteso negli anni successivi. Fotografavo solo una situazione in cui già si avvertiva che non era possibile proseguire con una visione che non tenesse conto di un approccio sistemico.
Era più il segnale che veniva dai gilet gialli che non l’accumularsi di obiettivi sempre più sfidanti che mi faceva auspicare una fase post ideologica, in cui prevalesse un certo pragmatismo e realismo. [...]

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