Obama fa, l'Italia non vede
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di G.B. Zorzoli


Sono passati meno di quattro anni da quando Obama vinse le elezioni proponendo la green economy come soluzione alla crisi, eppure sembra una vicenda di tanto tempo fa, di cui si conserva soltanto qualche vago ricordo. Il cambiamento che si è verificato nelle strategie energetiche del presidente americano, per quanto radicale, non deve sorprendere.
Innanzi tutto, contrariamente a quanto si pensa, anche allora la conversione alla green economy fu tardiva. Sia nel corso del prolungato confronto con Hillary Clinton per la candidatura democratica, sia nella prima fase della campagna per le presidenziali non fu facile individuare nelle sue esternazioni indirizzi di politica energetico-ambientale che non fossero generici ma, soprattutto, ondivaghi. Le poche proposte concrete erano di corto respiro, come ricorrere alle riserve strategiche federali per contenere il prezzo del barile oppure ricavare benzina sintetica dal carbone, una soluzione per ridurre il consumo di benzina in termini di costo e ambientali non più brillante del sostegno al bioetanolo da mais attuato da Bush.

Solo successivamente, nel quadro del cambiamento complessivo della sua strategia elettorale, volto ad allontanare da sé l’accusa di procedere solo per slogan e genericità, Obama delineò una politica energetico-ambientale basata su forti limiti alle emissioni di CO2, con un meccanismo di compravendita di diritti di emissione, accompagnati da un programma stabile nel tempo di sostegno alle rinnovabili e da standard di efficienza dei mezzi di trasporto fissati con legge federale, obbligatori quindi in tutti gli Stati.
Il tutto incorniciato nell’obiettivo di una green economy capace di creare milioni di nuovi posti di lavoro (in parallelo, dando però spazio anche a un discreto programma nucleare). Le opposizioni a questo programma nel Congresso – anche di una parte di esponenti democratici – e l’insufficiente capacità di leadership in più di una circostanza dimostrata da Obama hanno indubbiamente contribuito all’abbandono del progetto green economy, ma spiegano solo parzialmente la radicalità del cambiamento. [...]



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