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di Giorgio Stilus


Autunno 1988 L’Italia ha un suo Piano energetico nazionale; ha finalmente di che gioire e di che stare tranquilla! Al riguardo non sembrano esserci dubbi, almeno secondo il giudizio del Sole 24 Ore, che in un ampio articolo pubblicato il 20 settembre 1988 sottolinea l’appoggio entusiastico e condiviso, quasi plebiscitario, tributato al neonato Pen: Il nuovo Piano energetico elaborato dal ministro Adolfo Battaglia raccoglie il consenso del mondo produttivo: lusinghiero coro di applausi. Secondo il riconoscimento unanime un ottimo piano, il migliore che si potesse fare dati i vincoli politici che lo hanno condizionato.

A posteriori, valutando il percorso energetico del nostro Paese, è certamente facile sorridere per quella immotivata esplosione di gioia. Ma davvero anche allora il fronte degli ottimisti era così granitico e compatto? Di sicuro festeggiò (ma con riserva) l’incontentabile Eni: Si riapre la partita dell’energia. L’Eni dal Piano energetico esce più forte, vista l’importanza assegnata al gas. Ma Franco Reviglio non è ancora del tutto soddisfatto; soprattutto non è d’accordo che aumentino le tasse sul metano (Corriere della Sera, 20 settembre). Rimanendo nell’ambito delle grandi imprese, un po’ meno - probabilmente - gioì Ansaldo. L’abbandono forzato del nucleare, si legge sulla stessa edizione del Corriere della Sera, “si è trasformato nella perdita secca di competenze, progetti, guadagni”. Sergio Pininfarina, presidente di Confindustria, sdogana il Pen: “Troppo tempo è stato perso per discutere; ora le scelte sono state fatte: bisogna attuarle”, però con una clausola e un auspicio: “Dobbiamo mantenere elevata la nostra competitività. Il no al nucleare deve essere un no provvisorio” (Sole 24 Ore, 20 settembre). Non si trattava di una postilla di poco conto... E che dire dell’ok formale di Enel? Per voce del suo presidente Franco Viezzoli, l’Ente elettrico nazionale già dai primi giorni di settembre aveva sì dichiarato di essere in grado di “attuare qualsiasi programma e di essere preparato ad affrontare tutte le tecnologie, anche le più ardite”. Ma aveva anche battuto cassa per ottenere tariffe più care, ammettendo candidamente che “rinuncia al nucleare e ammodernamento in chiave ecologica delle centrali hanno fatto salire i costi” (Sole 24 Ore, 8 settembre). Ma più di tutte, forse, pesò la critica di Felice Ippolito, uno degli autori del piano. Che libro dei sogni quel Pen di Battaglia. È inattuale e inattuabile. Inattuale e anacronistico perché sconta i turbamenti e l’emotività dell’opinione pubblica a causa dell’incidente di Chernobyl. [...] L’inattuabilità del Piano già si intravede nelle campagne che si vanno montando contro le due uniche centrali a carbone (Brindisi e Gioia Tauro) da parte di quegli stessi ambienti ecologico-politici che si illudono di aver affossato il nucleare (Il Sole 24 Ore, 7 settembre). Difficile, a 20 anni di distanza, dare torto a questo commento lapidario.

Quanto alla potenzialità di crescita delle altre soluzioni, non rinnovabili ma di produzione interna, lo scetticismo di Clô sul reale apporto che avrebbero portato al Paese, al di là dei sogni del Pen, appariva ancora più netto: “Il potenziale investitore nella produzione nazionale di energia incontra enormi barriere [...] Non meno irrazionali appaiono poi le enormi difficoltà che incontra chi scopre metano in Italia a trasportarlo sulla rete nazionale. Insomma, a ben vedere quel Piano chiudeva con decisione la porta in faccia al nucleare, promettendo di spalancare in cambio numerose finestre. Senza però fare i conti con l’impenetrabilità dei troppo muri, in pieno stile italico. Il tutto in presenza di una domanda di MWh sempre più elevata. Salgono in ottobre i consumi elettrici, con un tasso di crescita ancora elevato stimabile intorno al 5 per cento rispetto all’ottobre 1987 (Sole 24 Ore, 19 ottobre).

Tra le ragioni della corsa ai consumi, almeno nelle regioni più sviluppate del Nord... la crescente diffusione dei computer! Oggi può far sorridere questa motivazione, ma allora fu evidenziata con una certa enfasi dal Corriere della Sera (12 ottobre): La Lombardia non riesce a soddisfare il proprio appetito energetico. Il deficit è valutabile al 32 per cento delle richieste. [...] Non sono solo le grandi fabbriche ad assorbire energia; l’incremento dell’informatizzazione in tutti i settori, dal commercio alla pubblica amministrazione, richiede sempre più disponibilità. Un fenomeno da sottolineare è il rinato interesse in Italia per l’autoproduzione. La Fiat raddoppia i suoi kilowattora. Nel giugno ‘89 il gruppo torinese sarà in grado di garantirsi la metà del fabbisogno energetico (Sole 24 Ore, 8 settembre); Marzotto potenzia la rete. Con 56 milioni di kWh il gruppo tessile copre già il 65 per cento del fabbisogno (Sole 24 Ore, 16 settembre). Nel resto del mondo, protagonista in negativo è sempre l’oro nero. Crollano ulteriormente le quotazioni del petrolio, e anche se è passato un quinto di secolo e quegli eventi sembrano così terribilmente lontani, in buona parte ancora oggi stiamo pagando le conseguenze di quei pesanti scivoloni. Nuova caduta del petrolio a quota 13,70 (Sole 24 Ore, 6 settembre); Petrolio e oro vanno giù (Sole 24 Ore, 13 settembre); In caduta libera i prezzi di oro e petrolio (Corriere della Sera, 20 settembre); Le promesse dell’Opec non convincono i mercati. L’Arabia Saudita spiazza l’Opec (Corriere della Sera, 5 ottobre); Il petrolio è in crisi nera le quotazioni – pressoché in caduta libera – scivolano a 11,60 dollari per barile, minimo storico da 26 mesi (Sole 24 Ore, 4 ottobre). Scrivono gli esperti sulle colonne del quotidiano di Via Solferino: “L’obiettivo saudita è ambizioso e di lungo periodo: mantenere il petrolio sotto i 10 dollari per vari anni, in modo da far ripartire a buon ritmo la domanda di greggio nei Paesi industrializzati”.

Letto in questi termini, un piano “quasi diabolico”. Forzare i prezzi al ribasso, creare una diffusa dipendenza dai combustibili fossili e poi (20 anni dopo?) decuplicare le quotazioni di riferimento, quando i Paesi consumatori non possono più fare a meno dell’oro nero. “Almeno fino al 1995 il mercato resterà volatile, instabile e molto competitivo, con un prezzo del greggio fluttuante tra i 10 e i 20 dollari al barile”, la lettura fatta proprio in quelle ore da Franco Reviglio, presidente dell’Eni. “Prendiamoci pure questa boccata d’ossigeno ma ora più che mai va fatta una politica energetica adeguata”. L’appello inascoltato di Fausto Perani, amministratore delegato di Erg. C’è anche un allarme alimentazione, invero assai più timido e sopito rispetto a quello vissuto in questi mesi. Sorpresa: scarseggiano i cereali. Le scorte mondiali coprirebbero solo il fabbisogno di due mesi (Corriere della Sera, 18 settembre). Tra le cause segnalate: la siccità negli Stati Uniti, le inondazioni nel Sudan, una devastante invasione di locuste nel Nord Africa e un braccio di ferro tra Washington e Bruxelles in merito agli accordi sui grandi commerci internazionali. Almeno 20 anni fa, nessun dito puntato contro i biofuel.
Infine, Cnr ed Enea di allora come la Rai di sempre! A Roma non si fa nulla per nasconderlo: Enti di ricerca, la corsa al vertice. Sono ancora tutti aperti i giochi per le presidenze. Sul tavolo dei partiti le nomine dei successori di Luigi Rossi Bernardi e Umberto Colombo. Si tratta di vicende che dovrebbero riguardare innanzitutto i ricercatori dei due enti, ma che inevitabilmente si affrontano e si risolvono nelle segreterie dei partiti di governo (30 ottobre, Corriere della Sera). Un’ultima curiosità. Pubblicata a tutta pagina sul Corriere della Sera del 15 ottobre una pubblicità del cane a sei zampe dichiara: Oggi l’Eni è il primo gruppo italiano nei rapporti commerciali con l’Unione Sovietica. E poi qualcuno si accorge solo oggi del legame energetico tra Italia e Russia...

 
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