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Arquilla: "Le sfide si vincono con il coraggio dell'innovazione" Stampa E-mail

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di Davide Canevari




mario Arquilla, presidente di Ste EnergyChe cosa ne pensa della “20-20-20"?Sogno o possibile realtà?
Le motivazioni che hanno spinto l’Unione europea a tale scelta vanno nella direzione giusta e le condivido in termini di principio. Tuttavia, gli obiettivi sono indubbiamente ambiziosi; il più 20 delle fonti rinnovabili implicherebbe per il nostro Paese una crescita al 17 per cento dell’energia prodotta da tali fonti. Il fatto che tale obiettivo sia, a mio avviso, al di sopra di quanto realisticamente raggiungibile non ci deve comunque indurre a chiudere la partita, ma anzi deve spronare a svolgere alcune considerazioni in merito alla tipologia delle risorse fisiche disponibili nel Paese e al metodo con cui ci si vuole approssimare ai suddetti obiettivi. Avendo ben presente come la realtà italiana si presenta agli imprenditori del comparto: ci sono barriere normative, procedurali, autorizzative. E, soprattutto, una realtà industriale con grandi potenzialità ma frammentata e poco motivata.

Ha senso parlare di una “Europa dell’energia” quando – di fatto – ciascuno Stato fa di testa propria e ci sono differenze profonde tra Stato e Stato in termini di mix, liberalizzazione, incentivi?
Come noto, oggi più del 50 per cento del gas naturale e più del 75 per cento del petrolio consumato nell’Unione europea sono importati da Paesi esterni alla Ue. I nostri principali fornitori di gas naturale sono la Russia, la Norvegia e l’Algeria, che rappresentano rispettivamente il 33, il 30 e il 25 per cento delle importazioni per i Paesi UE15. Da qui a una ventina d’anni, e con l’esaurimento dei giacimenti norvegesi, questa dipendenza aumenterà certamente. A partire da questi dati reali credo che un’unità di azione a livello europeo, e non solo sulle rinnovabili, sia necessaria, dopo aver capito unitariamente quali sono i punti di forza e di debolezza dei diversi sistemi nazionali. Per questo credo che le differenze tra i vari Stati, piuttosto che essere viste come ostacoli, vadano valorizzate. Per l’Italia una domanda su tutte: come mai questo Paese, dotato di strumenti di incentivo che permettono il maggior rendimento a livello europeo per chi investe sulle rinnovabili, non è anche quello più sviluppato nel settore?

Accordi come il Protocollo di Kyoto hanno mostrato nei risultati la loro inefficacia. Che cosa non ha funzionato? Credo si debba tenere in maggior considerazione il fatto che le risorse ambientali ed energetiche sono sempre più correlate e contese. Non si può pensare realisticamente alla crescita economica, allo sviluppo, al miglioramento della qualità della vita ignorando l’espansione continua del fabbisogno energetico, e le ricadute ambientali che la risposta a tale fabbisogno implica. Credo non aiuti e non abbia aiutato a questo scopo un ecologismo catastrofista a priori contro qualsiasi sviluppo. Come non aiuta la posizione opposta, dove si coglie un’incapacità di accettare qualsiasi regola di equilibrio o di precauzione. Non si tratta di rinunciare a utilizzare le risorse, ma di farlo con temperanza e prudenza. Altrimenti si impedisce la crescita, non migliorano i parametri ambientali, non si forma un tessuto scientifico, tecnologico e quindi industriale e innovativo, convinto che le proposte contenute nel protocollo di Kyoto siano un obbligo che conviene.

Questo è stato uno dei motivi per cui l’Italia ha trascurato per lungo tempo l’importanza degli impegni sottoscritti?
Senza dubbio. Negli ultimissimi anni tuttavia la tendenza è cambiata, basti pensare alle misure di incentivazione del fotovoltaico, di promozione dell’efficienza energetica, della cogenerazione e dell’utilizzo dei biocombustibili, ai nuovi obiettivi di risparmio negli usi finali recentemente adottati. Anche a livello industriale qualcosa si sta muovendo. Va poi ricordato che i meccanismi previsti dal protocollo – l’Emission Trading, il Clean Development Mechanism e la Joint Implementation – disegnati proprio per aiutare i Paesi industrializzati a ridurre i costi associati al conseguimento dei loro impegni attraverso interventi realizzati in Paesi dove i costi sono inferiori, possono permettere a numerosi progetti esteri di realizzarsi. Alcuni nostri clienti proprio con questi meccanismi sono stati in grado di attuare progetti idroelettrici difficilmente bancabili con i soli ricavi della vendita dell’energia elettrica. Siamo ormai alle soglie del 2012, per cui mi auspico che un eventuale rinnovo veda un aumento dei Paesi coinvolti; non è possibile affrontare le tematiche ambientali senza che nazioni quali Cina, India e Brasile vengano coinvolte.

A suo avviso, il quadro normativo esistente in Italia necessita di procedure più snelle?
Non è un problema di semplificazione, ma piuttosto di poter applicare le leggi che ci sono: la Finanziaria 2008, ad esempio, insieme al Collegato ha rivoluzionato il meccanismo di incentivazione dei Certificati Verdi introdotto nel 2002. Le nuove norme hanno determinato cambiamenti sostanziali: dalla promozione della biomassa da filiera corta, ai dubbi – e preoccupazioni – sul coefficiente da applicare alle ristrutturazioni idroelettriche: se dovesse passare questa riduzione, buona parte dei progetti relativi delle piccole ristrutturazioni sarebbe messo in forse. Si è tenuto conto che la gran parte dell’idroelettrico nel mercato italiano è relativo a ristrutturazioni di vecchie centrali di cui il nostro Paese è ricco? Molti nostri clienti, con i cantieri già avviati, sono comprensibilmente preoccupati. Ritengo anche che si dovrebbe cercare di superare la stagione delle moratorie promosse da alcune Regioni, segno a volte della mancanza di obiettivi e strategie. Mi viene in mente un esempio, a testimonianza delle conseguenze di una scarsa fluidità nell’applicazione delle norme. Abbiamo firmato un contratto per la realizzazione di un grande impianto fotovoltaico in Nord Italia da più di un anno, e non abbiamo ancora dato inizio ai lavori perché la Regione non rilascia al cliente un’ultima autorizzazione, dopo che le stesse banche si erano espresse favorevolmente. La mancanza di chiarezza provoca danni a tutto il sistema: a chi investe, ma anche ai costruttori che proprio in quanto esecutori sono i più esposti alle conseguenze di questi danni. A volte pare non ci si renda conto che gli ostacoli normativi, autorizzativi e procedurali implicano un incremento dei costi di sviluppo e vanno contro la formazione di un tessuto industriale di settore stabile, competitivo e capace di esportare.

Approfondiamo la questione. Ha senso che l’Italia, da qui al 2020, abbia un programma ambizioso di sviluppo delle nuove rinnovabili ma non abbia nel contempo pensato a creare un proprio tessuto industriale?
Innanzitutto nel nostro Paese dovremmo recuperare il terreno perso. Va infatti ricordato che l’industria italiana dell’idroelettrico è stata fino a circa venti anni fa leader a livello mondiale; ancora oggi dall’Estremo Oriente alle Americhe si trovano centrali interamente progettate e costruite da aziende italiane. Oggi queste grandi società, dopo essere state svuotate dei reparti di ricerca e del loro know-how, sono diventate per lo più rami d’azienda di grandi gruppi stranieri. Parlando di eolico la situazione non è migliore: la Germania e i Paesi nordici guidano il mercato assieme a lla Spagna, che pur essendo partita dopo, si è dotata di una tecnologia avanzata anche grazie ad un massiccio programma di investimenti in ricerca e sviluppo finanziato dal governo. In Italia non si può dire esista un costruttore di turbine eoliche affermato. No

NON SI PUÒ PENSARE REALISTICAMENTE ALLA CRESCITA ECONOMICA,
ALLO SVILUPPO, AL MIGLIORAMENTO DELLA QUALITA' DELLA VITA IGNORANDO L'ESPANSIONE CONTINUA
DEL FABBISOGNO ENERGETICO

n si può pensare a obiettivi così importanti e difficili trascurando il nesso che c’è tra i necessari stanziamenti per la ricerca e la formazione di un tessuto imprenditoriale. La Germania, leader in Europa nel fotovoltaico, è non a caso il Paese che investe maggiormente nel settore ricerca e sviluppo. Tuttavia resto convinto che le fonti di energia rimangano un’opportunità di crescita industriale. Noi ci stiamo puntando da quasi quindici anni. Siamo partiti dalle esigenze di mercato volendo fare rete anche fuori confine, cercando e trovando aziende partner con cui in seguito abbiamo affrontato i mercati esteri, conquistandone in alcuni casi la leadership.

SI DOVREBBE CERCARE DI SUPERARE
LA STAGIONE DELLE MORATORIE PROMESSE DA ALCUNE REGIONI,
SEGNO A VOLTE DELLA MANCANZA
DI OBIETTIVI E STRATEGIE

Ha una case history da illustraci?
Nell’idroelettrico nel 2003 abbiamo deciso di proporre a un nostro cliente italiano una soluzione chiavi in mano che prevedesse turbine con generatori a magneti permanenti – brevettate da una multinazionale del settore che cercava partner per la prima installazione a livello mondiale – inserite in un contesto dove sarebbe stato possibile (ma meno conveniente) utilizzare soluzioni tecniche tradizionali. La decisione ci ha costretto anche a gestire problemi di inserimento di questa tecnologia nel panorama normativo. L’aver rischiato, però, ci ha permesso di essere pionieri a livello internazionale di tale tecnologia. Tornando alla domanda precedente, se è vero che mancano grosse realtà industriali va riconosciuto che esistono realtà medie e piccole che realizzano prodotti e componenti tecnicamente validi e competitivi. Se si smonta una turbina eolica nordica si scopre che buona parte dei componenti essenziali – pompe, filtri, motori, eccetera – sono made in Italy. Un altro dato da tener presente a riguardo del made in Italy: non è noto a molti che la densità di aziende manifatturiere elettromeccaniche nel Nord Est è tra la più elevata al mondo, a vantaggio di qualità e di competitività; tanto che può convenire a volte, per progetti in America Latina, acquistare e trasportare apparecchiature italiane pagate in euro piuttosto che acquistarle localmente in dollari. Non sono le competenze a mancare, manca la convinzione che sia conveniente fare sistema.

Ha accennato prima al problema della ricerca, nota dolente per il nostro Paese. Vale anche per le questioni energetiche?
Nelle nostre Università abbiamo modo di lavorare sul settore dell’energia con personalità ad alto livello, che emergono nel contesto internazionale, ma sono altamente demotivate e non attrezzate rispetto a professori di atenei stranieri. Faccio due esempi a partire dalla mia esperienza: quasi venti anni fa, da giovane ricercatore presso l’Ontario Hydro, mi ricordo che tra aziende e università canadesi si lavorava assieme, finanziati anche da multinazionali giapponesi, per individuare i processi fisico-chimici e le tecnologie per l’abbattimento di alcune molecole gassose inquinanti emesse da centrali a combustibile fossile; nelle nostre università italiane non c’era un laboratorio attrezzato per questo tipo di ricerca e ancora oggi qui da noi si replicano e importano le tecnologie di allora. Un altro esempio: recentemente per mandare una risorsa a fare un’esperienza di ricerca di qualche mese in Canada alla McMaster University, prestigioso ateneo in campo ingegneristico, mi è bastato spedire un paio di mail a un docente che ha provveduto a preparare il progetto di ricerca e il relativo finanziamento. Questo sarebbe impossibile nel nostro Paese. Ritengo tuttavia che la preparazione dei nostri ingegneri, nonostante i terremoti delle riforme degli ultimi anni, sia mediamente superiore a quella che molti atenei europei e anche Nord americani forniscono; è una formazione più orizzontale e meno specializzata, che richiede più tempo, più investimento per essere immediatamente efficiente nel mondo del lavoro, ma che paga nel lungo periodo e permette di creare team competenti e affiatati. Questo lo sperimentiamo quotidianamente confrontandoci con tecnici francesi, tedeschi, latinoamericani, turchi, canadesi, statunitensi. Ecco, questa è la contraddizione in sintesi: buoni atenei e bravi laureati, impossibilitati e disabituati nel fare ricerca sperimentale propedeutica allo sviluppo.

Con queste premesse, cosa possono fare le imprese e le aziende, soprattutto quelle medio-piccole come nel caso di Ste?
O si rinuncia e si sta alla finestra, “subendo” le conseguenze di orientamenti di ricerca promossi da altri Paesi; o si parte dalla situazione svantaggiosa di cui sopra e si guarda anche oltre confine e ci si organizza e si decide di investire e di rischiare gestendo la ricerca partendo dai propri bisogni reali di innovazione e crescita. È per questo che abbiamo deciso di diventare parte attiva dell’equipe fondatrice di un società che detiene un brevetto internazionale di una turbina idraulica a bassissimo salto; la ricerca è stata condotta su iniziativa privata, ricercando le eccellenze a livello internazionale. Mi permetto un altro esempio: dovendo costruire un impianto idroelettrico nel lodigiano con caratteristiche idrauliche molto particolari, abbiamo deciso di costruire un modello in scala sperimentale, di effettuare gli esperimenti necessari, assistiti da alcuni docenti dell’Università di Padova, e successivamente abbiamo costruito a nostro rischio l’impianto, ora funzionante. A volte, strutture di ricerca tecnico-scientifica costituite nel nostro Paese non hanno successo non solo per una mancanza di cultura della ricerca e dell’innovazione, ma soprattutto perché sono prive di un motore imprenditoriale.

NON OCCORRE ESSERE INTEGRALISTI
DI UNA FONTE SPECIFICA,
MA BISOGNA FAVORIRE
IL MIX MAGGIORE POSSIBILE

Un’altra domanda un po’ provocatoria: ha senso che le nazioni più virtuose facciano grandi sforzi nella direzione dello sviluppo sostenibile quando poi la Cina, da sola, può vanificare ogni sforzo, in pochi mesi, installando decine di migliaia di MW di nuovi impianti a carbone?
E come si può impedirlo? Con che tipo di sanzioni internazionali? A rigor di logica e di accordi geopolitici, gli sforzi devono farli tutti. Ma se qualcuno non li fa, non bisogna cadere nella logica del così fan tutti. Gli sforzi vanno poi visti nel senso positivo: le nazioni che stanno maggiormente sviluppando progetti – ad esempio sul rinnovabile – creano anche imprese e tecnologie con leadership nel settore. Quindi alla fine ottengono ritorni maggiori degli sforzi sostenuti. Certo, se ci limitiamo solo agli sforzi e dobbiamo pagare le tecnologie altrui, significa che siamo entrati in un ciclo vizioso.

Nucleare e rinnovabili: è possibile una convivenza, abbandonando rigide contrapposizioni tra i rispettivi sostenitori?
Mi risulta che gli oppositori del nucleare siano di fatto (magari non a parole) gli stessi che impediscono uno sviluppo sistematico ed efficiente degli impianti rinnovabili di tecnologia consolidata come idroelettrico ed eolico. Certo, la paura di una catastrofe nucleare impressiona tutti, ma oggi la tecnica può far riflettere sui reali rischi in gioco. Sicuramente entrambe le risorse possono considerarsi carbon free, per cui almeno da questo punto di vista vanno a braccetto. Non occorre essere integralisti di una fonte specifica, ma bisogna favorire il mix maggiore possibile.

Consideriamo le attuali misure di incentivazione per le fonti rinnovabili: si può fare meglio?
In linea teorica le incentivazioni italiane sarebbero tra le più alte al mondo. Il settore dovrebbe decollare ma è da più di 10 anni che stiamo aspettando. Il problema non è fare meglio, ma completare ciò che si è fatto. Non dobbiamo entrare nella logica di cambiare sempre; ciò impedisce di consolidare una fiducia e un’esperienza per gli operatori del settore e rende l’attività in un continuo transitorio senza pianificazione a lungo termine. Due suggerimenti però voglio darli. Bisogna impedire che il prezzo dei Certificati Verdi si svaluti troppo; per far questo vanno rivisti i coefficienti delle quote d’obbligo ed eventualmente va garantito un prezzo minimo con strumenti di mercato.

E il secondo suggerimento?
Devono inoltre completarsi i punti ancora aperti della normativa a seguito delle modifiche introdotte con la legge finanziaria 2008, come già annunciato a livello di intenzione da parte del Governo. Certo, non si devono penalizzare i coefficienti per l’attribuzione dei Certificati Verdi ai rinnovamenti degli impianti esistenti, come mi sembra sia in discussione. Si rischierebbe di fermare un settore che con difficoltà sta partendo.

A questo proposito, come valuta le prime “mosse” del Governo in materia energetica?
Le intenzioni e i primi proclami sembrano andare nella buona direzione. Mi riferisco soprattutto alla relazione fatta dal ministro Scajola in occasione della presentazione del rapporto 2007 del GSE sulla necessità di valorizzare ulteriormente il ruolo delle rinnovabili nel mix energetico italiano presente e futuro. Tuttavia bisogna vedere i fatti, e solo allora potremo giudicare. Sicuramente il tema dell’energia è di troppa importanza per il nostro Paese per non vedere finalmente un atteggiamento bipartisan costruttivo.I biocarburanti sembrano essere passati in pochi mesi dalle stelle alla polvere. Prima esaltati come panacea per molti dei “mali” ambientali e antidoto al caro petrolio; ora messi all’indice come “affamatori” del Pianeta e causa dei recenti aumenti delle quotazioni delle derrate alimentari. La verità... La questione è molto seria, soprattutto se è vero che si sta giocando con la fame e la vita di molte persone. Gli interessi speculativi in gioco oggi sui mercati mondiali delle commodity sono a mio avviso difficilmente analizzabili e prevedibili. Certo, si può dare la colpa a un fenomeno più che ad un altro, ma bisognerebbe che si sviluppasse una maggior responsabilità generale, e che si affrontassero le problematiche dello sviluppo (e questo vale anche per i biocombustibili) in una logica della moderazione e del realismo attuando politiche sostenibili e in sintonia con le vere esigenze delle persone viventi attualmente sul Pianeta; e per i figli dei nostri figli.

DOBBIAMO ACCETTARE
LA COMPETIZIONE CON I CINESI,
SENZA CHE LA LORO PRESENZA DIVENTI UNA SCUSA PER COPRIRE LE NOSTRE (EVENTUALI) INEFFICIENZE

La crisi dell’economia internazionale ha colpito anche le rinnovabili, oppure il caro petrolio continua a fare da “carburante” per la corsa di questo settore?
Le situazioni critiche delle Borse hanno interessato anche le società operanti nel settore delle rinnovabili. Se un corpo è malato, tutti gli organi bene o male ne risentono. Detto questo, il fatto che il petrolio diventi sempre più “il problema” della società moderna fa aprire possibili opportunità, almeno teoriche, per chi opera nel settore delle rinnovabili, anche se questa possibilità non sta risolvendo i problemi evidenziati.

Accettabilità sociale e rapporto con gli enti locali. Due nodi spesso problematici, anche quando si tratta di energie rinnovabili.
Si assiste spesso a risposte sociali troppo istintive rispetto a proposte di realizzazione di progetti, anche i meno impattanti. In primo luogo c’è un “difetto educativo”, una reazione dettata da giudizi spesso veicolati da una cultura di fondo che promuove un ecologismo che si oppone a qualsiasi iniziativa dietro il motto di uno “sviluppo sostenibile” deviato, evitando di porsi delle domande sulla relazione tra la qualità della propria e altrui vita, e la necessità di energia. Non ci si rende conto, quindi, che vanno fatte delle scelte. Sarebbe invece interessante poter veicolare anche a livello mediatico ciò che viene già fatto per rendere più accettabili all’uomo e all’ambiente le tecnologie proposte. Penso, ad esempio, agli investimenti che abbiamo fatto per verificare e studiare l’inoffensività di un nuovo tipo di mini turbina idraulica nei confronti della fauna ittica. In seconda battuta la mancanza di consenso sociale e degli enti locali è il risultato del mancato coinvolgimento del territorio. Chi accoglie delle opere (poco o tanto invasive), è giusto che possa fruire di un’equa contropartita. Anche un maggiore coinvolgimento delle Regioni potrebbe dare come esito una minore opposizione da parte loro; d’altra parte le stesse dovrebbero rendersi responsabili della propria quota di rinnovabile, con vero spirito federalistico.

Mario ArquillaImmagini di avere davanti agli occhi una cartina geografica dell’Italia. In quali aree pensa ci siano ancora margini di crescita per le rinnovabili? E con riferimento a quali fonti?
Per quanto riguarda l’idroelettrico, se è vero che i grossi impianti sono ormai stati fatti, è anche vero che essi non sono eterni e quindi c’è spazio crescente per i rinnovamenti in tutto l’arco alpino e appenninico. Ma soprattutto è possibile sfruttare in altro modo, con nuove tecnologie, ciò che veniva trascurato in passato. Per esempio, le traverse su canali irrigui o i fiumi utilizzando tecnologie di ultima generazione. Penso anche allo sfruttamento di energie dissipate in acquedotti. Per quanto riguarda l’eolico e anche il fotovoltaico, le zone geografiche sono note, tuttavia la crescita non va limitata da parametri geografici; non sarebbe altrimenti nata l’idea degli impianti off-shore. Teniamo poi presente le nuove rinnovabili come i piccoli impianti a deiezione animale che stanno destando nel mondo agricolo sani entusiasmi.

Cosa conta di più oggi nel vostro campo di attività: qualità, affidabilità o prezzo?
Qualità, affidabilità e prezzo sono tutte condizioni necessarie per poter attivare una qualsiasi trattativa con il cliente. Aggiungerei però una quarta variabile che non è di minore importanza: la capacità di fare sistema, di offrire soluzioni integrate o chiavi in mano. Molto semplicemente, in un impianto le opere civili vanno interfacciate con le opere elettromeccaniche. Un’azienda in grado di seguire entrambi gli aspetti offre al cliente un significativo valore aggiunto, rispetto all’alternativa di dover coordinare due soggetti diversi.

Davvero non temete la concorrenza di prezzo cinese?
I cinesi non vanno demonizzati. Sono sul mercato – come lo siamo noi – e dobbiamo accettare la loro competizione, senza che la loro presenza diventi una scusa per coprire le nostre (eventuali) inefficienze. Il nostro è un settore delicato dove un guasto o una disfunzione agli impianti possono anche causare la morte di chi vi lavora. Quindi non si può certo ragionare con la logica del risparmio a tutti i costi. La capacità di innovare, la qualità, la storia che si ha alle spalle, devono diventare elementi determinanti, e come tali vanno valorizzati.

Quali sono i principali progetti sui quali oggi Ste è impegnata e quali sono le aree del mondo che sembrano offrirvi le maggiori opportunità?
Il nostro portafoglio attuale, per sommi capi, può essere così suddiviso: l’idroelettrico copre il 35/40 per cento degli ordini (con realizzazioni soprattutto all’estero), mentre biomasse, biogas e cogenerazione si aggiudicano un 20 per cento circa (con una buona componente di attività in Italia). Seguono, più distanziati, il solare (5 per cento) e l’eolico (10 per cento). Nel caso di biomasse, fotovoltaico, eolico, si tratta di realizzazioni ex novo; mentre per l’idroelettrico il 70 per cento degli interventi riguarda ammodernamento o adeguamento di impianti già esistenti e il resto progetti che potremmo definire green field. Ultimamente, sta guadagnando importanza anche l’attività impiantistica (dal 25 al 30 per cento del nostro business).

Avete deciso di abbandonare il core business dell’energia?
Niente affatto. Però ci siamo resi conto che il know-how che abbiamo accumulato in questi anni realizzando impianti energetici può essere adeguatamente speso anche nella realizzazione di alcune opere civili, strade, ferrovie (stiamo lavorando su uno specifico progetto in Etiopia).

Per finire, in prospettiva vi preoccupa di più una crisi geopolitica (come nel caso delle Georgia) o una finanziaria (pensiamo ai recenti terremoti sulle Borse)?
In questi ultimi tempi stiamo lavorando molto in Paesi in via di sviluppo e devo dire che l’aria che si respira è positiva e incoraggiante. C’è voglia di fare, prevale una volontà di crescita, come c’era in Italia negli anni ‘60. C’è un’economia che, per certi versi, vive indipendentemente dalle grandi dinamiche internazionali. Le turbolenze esterne, di qualsiasi natura siano, si sentono per ora in maniera piuttosto attenuata.

 
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