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Il nucleare in Italia: il ruolo dei consumatori industriali Stampa E-mail

a cura di Massimo Protti, presidente del Consorzio Assoutility e presidente Tavolo della Domanda di Energia di Confindustria

In Italia sta crescendo nel settore industriale l’esigenza di ripensare, “giustamente”, all’opzione nucleare che nel 1987, in anni di grande emotività, fu rifiutata da un referendum popolare. Da allora fino ad oggi il Sistema Italia ha dovuto fare a meno di questa fonte di approvvigionamento, che ha invece rappresentato la forza per altre economie europee, che non hanno mai smesso di credere in questa tecnologia, investendo nella ricerca e supportando con fondi pubblici la sopravvivenza di un comparto industriale oggi leader mondiale nella produzione nucleare.
Il nostro Paese ha invece optato per scelte, tra l’altro non guidate da una strategia nazionale di sviluppo ma dettate esclusivamente da interessi privati o dalla semplicità di realizzazione in alcuni territori e per alcune fonti, che attualmente presentano al Paese un mix poco differenziato ed equilibrato, con una predominanza di utilizzo di gas naturale importato principalmente da due Paesi produttori e una rete elettrica con gravi scompensi in alcune zone del mercato.

Il quadro attuale non ci lascia alternative in quanto, con gli impegni imposti in sede comunitaria sulla riduzione delle emissioni di gas climalteranti e le criticità legate all’andamento del costo del petrolio che sta registrando un trend di continua crescita sui costi energetici per i consumatori finali, non possiamo più pensare di fare a meno dell’energia nucleare, che contribuisce a diversificare fattivamente il mix di approvvigionamento, riduce il livello di emissioni di anidride carbonica e aumenta la competitività in un mercato che oggi compra energia dalle centrali nucleari alla frontiera pagandola allo stesso prezzo delle centrali nostrane alimentate a fonti fossili.
Le azioni che permetteranno un mercato elettrico liquido e competitivo per i consumatori industriali sono molteplici. Stiamo chiedendo, come Tavolo della Domanda di Confindustria, che si implementino i mercati a termine come l’IDEX, le cui regole d’accesso però vengano condivise anche con i consumatori affinché il mercato finanziario a termine possa essere efficace ed effettivamente connesso a quello fisico. E, soprattutto, sia accessibile anche per i consumatori industriali come quelli organizzati in consorzi e non si riveli un mercato speculativo solo per pochi operatori.

Occorre anche lavorare alla trasparenza e allo sviluppo di un reale mercato del dispacciamento; realizzare le infrastrutture elettriche di cui oggi è carente il nostro Paese al fine di implementare un marketplace aperto, fortemente interconnesso e realmente competitivo, superando i limiti legati alla sindrome Nimby che oggi paralizza ogni tipo di investimento sia per le linee elettriche che per i nuovi impianti di produzione.
Ma parallelamente a queste misure urgenti, dobbiamo iniziare a lavorare per riaprire l’Italia alla produzione di energia elettrica attraverso impianti nucleari. In questo percorso noi consumatori industriali vogliamo esserci sin dall’inizio, visto che siamo i primi a pagare i rincari in bolletta dovuti al costo dei combustibili e che attraverso i consorzi, come il Consorzio Assoutility, lavoriamo per organizzare la domanda e calmierare i costi energetici per i soci.

Si è parlato spesso in questi giorni del modello adottato in Finlandia, dove al terzo reattore di Olkiluoto hanno partecipato all’investimento anche i consumatori che potranno garantirsi per 40 anni il consumo dell’energia prodotta dalla centrale. Noi siamo pronti a lavorare in questa direzione come shareholder attivi già dalle prime fasi decisionali e disposti ad impegnarci investendo nell’equity dell’operazione finanziaria per avere la possibilità di comprare al costo o poter gestire una parte dell’energia prodotta.

Lo schema di successo adottato in Finlandia prevede la partecipazione di circa 70 azionisti, tra cui spiccano anche i consumatori, che partecipano all’investimento riducendo il rischio finanziario in quanto essi stessi consumeranno l’energia prodotta dall’impianto ceduta al prezzo di costo. Inoltre lo schema finanziario non prevede la ripartizione dei dividendi ma esclusivamente la restituzione del debito verso le banche, pari a circa l’80 per cento dell’investimento ad un tasso di mercato. A questo si aggiunge la manleva tecnologica fornita da EdF sugli impianti Areva, che oltre a permettere il superamento dell’asta ha fornito un’ulteriore leva per la riduzione del rischio connesso all’investimento. Non vogliamo clonare in tutto e per tutto il modello finlandese, che forse frammenta troppo la partecipazione al capitale (70 azionisti sono un po’ troppi), ma chiediamo un’impostazione che preveda la partecipazione dei consumatori al progetto del nucleare italiano, al fianco di uno o due grandi soggetti produttori. Non ci resta che cogliere l’apertura dell’attuale Governo, supportandolo nella prima fase decisionale e preparatoria da affrontare in tempi serrati, dove lo Stato dovrebbe farsi carico di:

stendere un piano di sviluppo nucleare fissando le quantità di energia da produrre e il numero di impianti da realizzare;
istituire un organo di controllo e regolazione indipendente che garantisca a tutti l’elevato livello di sicurezza;
individuare i siti idonei ad ospitare gli impianti attraverso un provvedimento legislativo che superi l’effetto Nimby, prevedendo già i necessari strumenti perequativi;
definire la tecnologia che offra oggi sul mercato i maggiori rendimenti e l’elevato livello di sicurezza, nell’interesse di tutti;
definire, insieme agli investitori, come finanziare l’equity del progetto permettendo sin da subito la partecipazione, tra gli shareholder, della domanda dei consumatori industriali che se ne vogliono fare carico adeguatamente organizzati.

A nostro parere bisogna istituire subito l’organo di controllo, costituito da un board di esperti nazionali e internazionali, che possa indirizzare il Paese verso la tecnologia più conveniente e consolidata, indicando le soluzioni più idonee per il final waste disposal e il decommissioning e che: definisca gli indirizzi generali; individui le caratteristiche dei siti; tracci l’iter autorizzativo; lavori alle attività relative all’omologazione del reattore e alle concessioni necessarie come per l’operations and maintenance. Noi siamo convinti che in Italia si debba tornare al nucleare: questo ci garantirebbe il soddisfacimento di una parte del nostro fabbisogno energetico con una fonte pulita e a costi competitivi, soprattutto per la produzione base load. Se oggi pensassimo di realizzare un investimento per soddisfare almeno il 10 per cento della domanda di energia andremmo a spendere sei volte in meno di quanto ci apprestiamo a spendere per le fonti rinnovabili, con il vantaggio di ottenere base load supply ad un costo tra i 40 e i 50 euro/MWh, il 50 per cento di quanto offre oggi il mercato, con innegabili vantaggi anche sulle emissioni di anidride carbonica.

Le imprese oggi pagano circa tre miliardi di euro in bolletta per incentivare le fonti rinnovabili e se dovessimo mantenere questo livello di incentivazione ci troveremmo a spendere circa il triplo per raggiungere l’ambizioso obiettivo del 17 per cento al 2020. Se l’Europa ha come target quello di ridurre le emissioni, ha scelto sicuramente la strada più onerosa e insostenibile per

"NON SI TRATTA DI UNA BATTAGLIA
CONTRO LE FONTI RINNOVABILI
MA A FAVORE DI UNA STRATEGIA
DI SVILUPPO ENERGETICO SOSTENIBILE,
SIA AMBIENTALMENTE CHE ECONOMICAMENTE, CHE NON PUÒ FARE A MENO
DI NESSUNA FONTE"

raggiungerlo. Con l’energia nucleare possiamo ottenere maggiori benefici a costi sicuramente più competitivi. Non si tratta di una battaglia contro le fonti rinnovabili ma a favore di una strategia di sviluppo energetico sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, che non può fare a meno di nessuna fonte alternativa, compresa l’efficienza energetica, e che punti al finanziamento della ricerca, affinché il problema energetico venga risolto nel lungo periodo e sia un’occasione di crescita per la nostra economia. Senza pensare che il nucleare possa essere l’unica soluzione, noi imprese consumatrici, i produttori e il Governo dobbiamo quindi approfittare di questo nuovo fermento e partire da subito con le prime fasi, in maniera compatta e condivisa, per puntare entro 10-12 anni all’avvio della produzione. In questo scenario i consorzi come il nostro vogliono essere protagonisti, per beneficiare in futuro di energia al costo e non subire la beffa di pagare l’energia nucleare al prezzo di mercato formato con le centrali convenzionali, come accade oggi.

 
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