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Nei conflitti ambientali molte proteste e poche proposte innovative Stampa E-mail
di Elio Smedile
Come ogni volta che le quotazioni del barile di petrolio schizzano all’insù, anche in questo periodo ritorna di attualità il dibattito sulle alternative alle fonti energetiche fossili tradizionali. La differenza è che oggi con più vigore da più parti si invoca il “revival” dell’opzione nucleare e, si badi bene, non solo in vista dell’avvento più o meno vicino delle tecnologie nucleari “pulite” di domani (per cui si sta lavorando da tempo nei laboratori di tutto il mondo), ma soprattutto per lo sviluppo del nucleare attuale ritenuto affidabile e sicuro.
A sostegno del nucleare sono scesi in pista nomi eccellenti delle Istituzioni nazionali e internazionali, dal Commissario europeo Loyola de Palacio al ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, al ministro dell’Innovazione Lucio Stanca. Sul Sole24Ore dell’8 settembre è apparsa una presa di posizione del professor Renato Angelo Ricci, presidente dell’AIN (Associazione Nucleare Italiana). Ricci non solo rivendica (come è logico attendersi, considerata la carica rivestita) il ruolo irrinunciabile del nucleare quale “soluzione principe” per la diversificazione delle fonti energetiche e la riduzione delle emissioni climalteranti, ma se la prende curiosamente con la più trascurata e bistrattata delle fonti sorelle: l’energia rinnovabile.

Le energie rinnovabili - afferma Ricci - hanno canalizzato in Italia negli ultimi 25 anni “risorse davvero immani” (sic!) ma i risultati sono stati deludenti: il peso delle rinnovabili è cresciuto assai poco, i costi di produzione elettrica sono oggi ancora più elevati di quelli di qualsiasi altra fonte. Citando stime comunitarie, Ricci afferma che non vi sono prospettive incoraggianti di crescita nemmeno nel futuro: il loro ruolo è “destinato a rimanere marginale anche in una prospettiva di medio - lungo termine”.
Basta quindi - sembrerebbe concludere Ricci - sprecare risorse economiche per sostenere le FER: la soluzione per risolvere i problemi energetici del Paese deve essere una e una sola, il ritorno in Italia di quell’energia nucleare cancellata dal referendum del 1987.
Non desidero entrare nel merito delle affermazioni del professor Ricci, in particolare sulle prospettive delle fonti rinnovabili su cui ho opinioni assai diverse. Mi limiterò - non per spirito polemico, ma solo per dare al lettore elementi di giudizio - a citare sommariamente alcuni dati riportati dal Rapporto AIEA 2002 sulla distribuzione dei sussidi governativi all’energia nei Paesi Ue nel periodo 1990- 1995: oltre il 50 per cento sono andati alle fonti fossili, circa il 22 per cento al nucleare e meno del 10 alle rinnovabili.
Vorrei viceversa soffermarmi più dettagliatamente su un interrogativo che molti oggi cominciano a porsi: è credibile il ritorno del nucleare in Italia nel breve- medio periodo? Obiettivamente devo dire che qualche dubbio lo ha posto (pur essendo convinto che abbandonare il nucleare fu un errore) lo stesso ministro Marzano: “Ci vorrebbero almeno 10-12 anni e sarebbe comunque difficile convincere l’opinione pubblica”.
Quest’ultimo è a mio avviso un punto centrale: ammesso (e non concesso) che tutti gli altri problemi tecnici, economici, burocratici, possano essere superati in tempi brevi, l’accettabilità sociale degli impianti nucleari resta una barriera difficilmente superabile.

Dall’epoca della cancellazione del nucleare in Italia, infatti, la sensibilità dei cittadini agli effetti sull’ambiente e sulla salute umana delle opere realizzate sul proprio territorio è cresciuta sensibilmente. Le opposizioni delle popolazioni locali all’insediamento degli impianti energetici sono ormai quotidianamente sulle prime pagine dei giornali. La sindrome NIMBY ‘not in my backyard’ e ancor più quella NIABY, ‘not in anybody’s backyard’, interessa praticamente tutte le fonti e tutto il territorio nazionale, dalla Sicilia al Trentino Alto Adige, dalla Sardegna alla Valle d’Aosta. Il conflitto ambientale nasce assai spesso da comitati di cittadini che si costituiscono spontaneamente intorno a uno specifico problema che insorge nel territorio e i loro interventi si collocano spesso in opposizione alle decisioni delle Istituzioni centrali e periferiche e superano talvolta anche il consenso espresso dalle associazioni ambientalistiche e dei consumatori.

Un esempio illuminante è la situazione che si è venuta a creare in Campania: da molti mesi ormai l’attuazione del Piano per i rifiuti regionale è vanificata dal rifiuto delle comunità locali ad accettare la costruzione dei termovalorizzatori. I comitati di cittadini delle città interessate (in particolare Acerra) tramite occupazioni di suolo, cortei, interruzione di strade e ferrovie, sono riusciti finora ad annullare i tentativi delle Istituzioni e dei Commissari di governo succedutisi nel tempo di imporre con la forza la realizzazione degli impianti. Le forze politiche, incapaci di gestire una situazione in cui non si sa con chi e come negoziare una ipotesi di soluzione del conflitto, si dividono e qualcuno all’interno della maggioranza regionale di centrosinistra (Verdi, Rifondazione) comincia a parlare di dimissioni del governatore Bassolino con conseguente apertura della crisi nel governo regionale.

Ecco quindi un caso in cui l'accettabilità sociale diviene un elemento di destabilizzazione del quadro politico e la gestione dell’emergenza rifiuti un banco di prova per la giunta campana.
Un altro esempio che riguarda più specificamente il nucleare è il caso di Scanzano, località che l’anno passato era stata scelta dal governo come sito nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Appena conosciuta la decisione, le popolazioni della cittadina lucana e dei centri vicini si mobilitarono per opporsi all’imposizione del governo centrale.

Il coordinamento ‘Scanziamo le scorie’ bloccò per settimane strade e ferrovie, organizzò presidi permanenti del sito, migliaia di persone si recarono a Roma dove nella Piazza di Montecitorio esposero pacificamente cartelli e raccolsero le firme di solidarietà della popolazione della capitale. Il risultato costrinse il governo a fare marcia indietro e a rimangiarsi la decisione presa. Io chiedo a coloro che pensano che sia facile il ritorno al nucleare: credete che la risposta della popolazione di Scanzano sarebbe stata diversa se invece che di un deposito scorie si fosse trattato di costruire una centrale nucleare?
In conclusione e più in generale, credo che gli attori del processo di realizzazione di un impianto energetico sul territorio (proponenti, istituzioni, eccetera) tendano spesso a minimizzare l’importanza dell’accettabilità sociale e ne prendano coscienza solo quando nasce il conflitto (ed è quindi più difficile ricomporlo). La tentazione di ricorrere alla strategia DAD (Decidi, Annuncia, Difendi) è ancora troppo radicata nella percezione dei proponenti industriali e dei decision maker locali e i provvedimenti legislativi di snellimento delle procedure adottati (vedi decreto “sblocca centrali”) per quanto utili per superare la farraginosità dei meccanismi autorizzativi non possono prescindere dalla ricerca del consenso delle popolazioni interessate. Ed è questo un problema che richiede approcci e strumenti innovativi che vanno costruiti e applicati coerentemente con le specificità del territorio.

 
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