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Lo scontro di civiltà si gioca alla stazione di servizio Stampa E-mail

Drilling

Ho diversi amici nigeriani che ricoprono ruoli importanti nell’amministrazione dello stato, con i quali ho avuto modo di discutere dei cosiddetti conflitti “religiosi” che hanno caratterizzato la storia recente del Paese. Mi hanno spiegato con dovizia di dettagli come le tensioni e i conflitti in essere fossero manipolati e amplificati per consentire ai capi dei vari raggruppamenti etnici e sociali di far valere il loro peso politico nelle mediazioni da sviluppare nella capitale.
Nessuno si è mai posto il problema di contestare ad altri la fede religiosa. E di ciò si ha un esempio immediato quando, viaggiando fra i villaggi, si possono vedere chiese cristiane di ogni genere e moschee diffuse ampiamente nel territorio. Eppure, di tanto in tanto, si assiste a manifestazioni di violenza inaudita. Il problema chiave è la spartizione delle revenues petrolifere fra le regioni povere (a maggioranza cristiana), dove il petrolio è prodotto, e le regioni più ricche (a maggioranza islamica), dove affluiscono la maggior parte delle stesse revenues

Quando esse aumentano o diminuiscono, tutti si sentono autorizzati a rinegoziare gli equilibri precedenti, con ogni mezzo a disposizione, compresa l’ideologizzazione delle differenze religiose e il conseguente scontro violento.
Non credo ci sia molta differenza fra quanto avviene in questo Paese, caratterizzato dalla storica convivenza fra popoli di diversa fede religiosa, e quanto si sta verificando a livello globale. Nel momento di massima crisi fra disponibilità di risorse energetiche e prospettive di aumento della domanda, il mondo sta riscoprendo alcune verità elementari, che per anni si è voluto ignorare o dimenticare. Le riserve di idrocarburi sono distribuite nel mondo in modo disomogeneo e con punti di concentrazione elevati in alcune aree specifiche del Pianeta.

Questo ci ricorda quanto era noto a tutti fino a qualche tempo fa: la gran parte delle riserve mondiali di petrolio sono e saranno concentrate nei Paesi del Medio Oriente, dove è prevalente la religione islamica.
Durante gli Anni ‘90, lo sviluppo delle produzioni di greggio nel Mare del Nord e della produzione domestica in Usa hanno consentito la creazione dei mercati a futuri.
I meccanismi interni di questi mercati finanziari hanno creato un gioco di trading a crescente espansione, dove la sensazione di un’offerta illimitata e disponibile sempre e ovunque era il principio fondante; e hanno consentito la “rimozione” della fisicità del mercato reale. Di conseguenza sono stati stravolti i principi basilari della gestione delle compagnie petrolifere e delle imprese di raffinazione.

La programmazione operativa del ciclo produttivo è divenuta un elemento secondario per il raggiungimento del risultato complessivo. Il mantenimento di un livello minimo delle scorte operative è stato raggiunto non più attraverso l’acquisizione di un sufficiente ammontare di barili fisici, ma con un portafoglio di titoli di petrolio di carta, da vendere al momento opportuno per realizzare profitti.

In alcune organizzazioni il dipartimento di “risk management”, che gestisce le operazioni sul mercato a futuri, è divenuto un centro di business autonomo e spesso centrale di tutte le attività di trading. È singolare che le attività speculative effettuate dalle compagnie sul mercato a futuri vengano chiamate attività di “risk management”. In effetti, all’inizio degli Anni '80 gli strumenti legati ai mercati a futuri vennero pubblicizzati come essenziali per la protezione del rischio prezzo (rischio di gravi perdite dovuto a crolli improvvisi del prezzo del petrolio, come nel 1986, 1988, 1998, o di fronte alle sue forti oscillazioni).

Dopo qualche anno i gestori di questi strumenti “assicurativi” sono divenuti i reali attori del mercato petrolifero, determinando la dinamica essenziale del movimento dei prezzi.

Cavalli in Val JumelaViene in mente la favola di Fedro sul cavallo e il cinghiale. Un cavallo, abituato ad abbeverarsi ad una sorgente fresca e cristallina, vede un giorno un cinghiale sporcare l’acqua della sorgente. Per eliminare il problema decide di chiedere l’aiuto di un cacciatore, dal quale si fa cavalcare per inseguire il cinghiale. A missione compiuta, l’uomo scopre quanto è utile il cavallo e gli mette una corda intorno al collo.
Se cambiamo nome ai personaggi, mettendo le compagnie petrolifere al posto del cavallo, la turbolenza del mercato al posto del cinghiale e i mercati a futuri al posto dell’uomo, abbiamo la fotografia di quanto è accaduto negli ultimi due decenni.

Tutti gli attori del ciclo produttivo del petrolio hanno delegato la gestione del proprio rischio di impresa ai gestori dei fondi finanziari, che alla fine sono divenuti i veri padroni del business, dettando regole, vincoli e definendone le strategie. Sarebbe potuto anche funzionare se tutto lo schema non si fosse basato sulla quasi totale mancanza di conoscenza da parte dei gestori finanziari del business fisico vero e proprio. In un contesto di conoscenze parziali ma di guadagni da capogiro, si è determinata una sensazione di onnipotenza.

Il tutto è stato fortemente supportato dalla legislazione fiscale di alcuni Stati europei e americani, dove le attività di trading hanno goduto di benefici fiscali consistenti. Gli strumenti finanziari sono così divenuti una sorta di nuova fede religiosa, i cui sacerdoti sono dei trader giovanissimi, fanatici e milionari, esperti delle loro tecniche, ma solo di quelle. Si spiegano così i casi clamorosi di incidenti in cui singoli trader hanno determinato il tracollo o il fallimento di storiche istituzioni finanziarie mondiali (vedi l’ultimo caso della So- ciété Générale).

Con gli sviluppi degli ultimi anni, con la drammatica riduzione delle produzioni di greggio nel Mare del Nord (il Brent è sceso da 800 a meno di 200 mila barili/giorno)e negli Usa, il sostegno di base al mercato dei futuri è divenuto sempre più “nominale”, basato su “marker” sempre più cartacei e con meno riferimenti alla realtà fisica.

Un mercato sempre più autoreferenziale e controllato dai gestori della finanza mondiale. Le dinamiche dei prezzi del greggio sono risultate più legate alle operazioni orizzontali della finanza (spostamenti dei fondi da un asset all’altro) piuttosto che alle dinamiche interne del mercato petrolifero, come quella dell’offerta e della domanda.

A fronte dei problemi reali legati alla mancanza di prodotti finiti “puliti” (benzine americane e gasoli europei), registratisi negli ultimi anni, il modello basato sui principi (religiosi) della finanza (disponibilità illimitata di risorse sempre e ovunque) è saltato completamente, mostrando una totale incapacità di auto bilanciamento.
Quando i prezzi passano da 50 a 100 dollari/barile nel giro di pochi mesi senza una reale dinamica di mercato e senza alcun nuovo fenomeno reale che giustifichi il cambiamento in quello specifico periodo, vuol dire che il sistema è nel panico e non sembra più in grado di esprimere sufficienti capacità di controllo e di governo.
Sarebbe perciò necessaria una riflessione razionale al di fuori della “religione finanziaria” che ci ha mossi negli ultimi anni.
Occorre ripartire da un’analisi concreta dei problemi reali dell’energia e delle conseguenti soluzioni, ma sopratutto dalla ricostruzione di condizioni di cooperazione e di dialogo con i Paesi produttori. Tutte le crisi del passato sono state risolte sempre all’interno di questo quadro. Solo nell’ultimo decennio il prevalere di un approccio fideistico ha fatto imboccare una strada che ha aggravato lo scenario e allontanato la soluzione dei problemi.

Oggi siamo esposti ad una fragilità crescente. Investimenti insufficienti nel downstream e incapacità di produrre ciò di cui i mercati occidentali hanno bisogno (benzine e gasoli). Compagnie petrolifere sempre più in difficoltà nel negoziare nuove aree di concessione mineraria per le produzioni del futuro. I prezzi drogati spingono i Paesi produttori a cercare di sottrarre i profitti alle compagnie, ma nello stesso tempo rendono impossibile a queste ultime gli investimenti necessari per ga- rantire le produzioni del futuro.

Lentamente, ma inesorabilmente, Cina e India vedono la loro domanda energetica e petrolifera aumentare, sottraendo quote dei prodotti ai mercati occidentali. Per Europa e Usa non esiste altra alternativa, nel medio-lungo periodo, al trovare una soluzione efficace per il problema dei trasporti privati. Oggi il consumo di queste due aree del mondo rappresenta circa il 60 per cento del consumo mondiale di benzine e circa il 40 per cento di quello del gasolio.

Si tratta di valori incompatibili con qualunque equilibrio di mercato si voglia immaginare, che potranno solo portare allo sconquasso di quei mercati finanziari, nati come fenomeni marginali per garantire le coperture del rischio e che non possono assumere la funzione di motore e stabilizzatore dell’intero sistema.
È difficile chiedere ai “sacerdoti” di queste nuove “religioni”, molto tecnologiche ma altrettanto fanatiche, di avere un approccio “laico”, storico e politico ai problemi dell’energia e del petrolio. È più facile continuare a parlare di un Occidente circondato e aggredito da un altro universo religioso che controlla la disponibilità del petrolio. Ciò consente di rimandare ancora più in là qualsiasi ricerca di soluzioni dei problemi e di far lucrare alla finanza ulteriori scampoli di profitti.

Credo che gran parte del dibattito sullo scontro di civiltà si svolga su categorie astratte, che non vanno alla radice delle questioni. Fin dall’inizio il confronto fra Islam e Cristianesimo ha fatto i conti con il controllo dell’economia del Mediterraneo. Oggi deve farli con il controllo del mercato energetico e la distribuzione delle revenues petrolifere.

Può sembrare banale, ma un vero processo di stabilizzazione della pace deve necessariamente partire dal ripensamento della tecnologia dei trasporti privati e dal superamento delle tradizionali stazioni di servizio. In questa cornice si può esaminare la sequenza degli ultimi sviluppi del mercato petrolifero e si può chiaramente vedere come i singoli episodi che muovono i prezzi in modo drammatico rientrino in quello che, storicamente, costituiva il normale sviluppo dei fenomeni stagionali di mercato.

Il prezzo del Brent ha raggiunto il massimo storico a 98,345 dollari/barile il 3 gennaio, un incremento di oltre 41 dollari/ba- rile rispetto ad un anno prima, a seguito dell’annuncio del Platt’s di non pubblicare assessments il 24 e il 31 dicembre. Molti operatori di mercato non erano in attività in quei giorni, riducendo la liquidità di mercato in un periodo in cui è di norma già molto bassa, consentendo così attività speculative che hanno portato ad una impennata delle quotazioni.

Gli stoccaggi americani hanno raggiunto livelli molto bassi, sia rispetto al trend medio degli ultimi anni, sia soprattutto rispetto agli alti livelli dell’anno scorso, caratterizzato da temperature molto superiori al normale. Il motivo principale è dato dalle rigide temperature registrate sia negli Stati Uniti che in Europa: gli stoccaggi Usa sono aumentati per la prima volta all'inizio si febbraio, dopo ben nove settimane consecutive di cali. Rispetto al 2006 gli stock di greggio sono diminuiti del 10,7 per cento, mentre quello dei distillati dell’8,5 per cento. In Europa il trend è stato lo stesso.
Un altro fattore importante che ha contribuito all’aumento dei prezzi è rappresentato dalle difficoltà che le raffinerie hanno avuto durante tutto il 2007, in Nord Europa specialmente in ottobre e novembre: manutenzioni più lunghe del previsto e una serie di incidenti hanno ridotto la capacità di raffinazione complessiva, proprio in coincidenza di tre fattori che avrebbero richiesto una produzione maggiore:

il picco della domanda di gasolio per l’inverno;
la modifica in Gran Bretagna delle specifiche del diesel - da 50 a 10 ppm di zolfo – a partire da dicembre;
il passaggio in Europa dallo 0,2 per cento allo 0,1 per cento di zolfo nel gasolio da riscaldamento.

Queste nuove specifiche mettono sotto pressione soprattutto gli impianti di desolforazione e di hydro-treating, che dovranno operare anche sul gasolio importato dalla Russia (i cui impianti di raffinazione sono meno complessi che inEuropa). In Francia sono state addirittura rese disponibili 285.000 tonnellate di gasolio dalle riserve strategiche. Il mercato del diesel sembra essere rallentato negli ultimi giorni, seguendo comunque il trend stagionale (domanda relativamente bassaa gennaio).

I movimenti di mercato speculativi sono sempre molto attivi e in crescita dall’estate scorsa, quando la crisi del mercato del credito ha spinto molti investimenti verso le commodity (greggio in primis), considerate più affidabili. Ormai da qualche mese sembra essersi inoltre stabilita una correlazione molto forte tra il cambio dollaro/euro e il prezzo del Brent, che gli investitori speculativi sembrano seguire: a un indebolimento della valuta americana segue sempre un incremento del prezzo del greggio (e viceversa).

Insomma, continueremo a registrare bollettini di mercato assolutamente “normali” e sottoporre il mondo a stress drammatici. Fino a quando?

 
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