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Rifiuti e termovalorizzatori: manca un sacco di informazione Stampa E-mail
di Enrico Cerrai

L’inchiesta sui rifiuti pubblicata sullo scorso numero di Nuova Energia ha giustamente suscitato un grande interesse nei più diversi ambienti. Ha mostrato che di certi argomenti si può e si deve parlare. E soprattutto che fino ad oggi se ne è parlato poco, e spesso con gli interlocutori sbagliati. L’ubicazione sul territorio di impianti industriali in genere, e in particolare di impianti di produzione energetica di una certa dimensione, passa sempre attraverso il vaglio dell’accettabilità sociale. Nei Paesi democratici la voce dei cittadini, dei gruppi d’opinione, delle associazioni e dei partiti, può sempre innescare una crescente manifestazione di dissenso contro scelte di tecnologie, di taglie d’impianto, d’insediamento. Molto spesso, la forza del dissenso può essere tale da congelare a tempo indeterminato qualsiasi decisione in una certa località, malgrado in altre sia stato o sia possibile giungere a un risultato positivo. Ma il fenomeno della resistenza diffusa e popolare, non solo verso l’installazione di nuovi impianti o nuove infrastrutture, ma anche nei riguardi dell’adozione di nuove tecnologie ha sempre condizionato la velocità di ingresso e di sviluppo dell’innovazione nella società.
Eppure l’innovazione, fonte di progresso, ha sempre seguito il suo corso. Agli albori del secolo diciannovesimo, quando il carbon fossile dava l’avvio alla nuova era industriale, la forte opposizione dei Luddisti, che giunsero alla distruzione dei nuovi telai meccanici nell’industria tessile in Inghilterra, non riuscì a bloccare lo sviluppo della nuova vitale fonte energetica.
Gli esperti di storia del costume, della scienza e della tecnologia hanno mostrato che l’affermazione nella società di un nuovo modo di vita, di una nuova modalità di trasporto o di comunicazione, di un nuovo processo per l’uso delle risorse materiali così come di quelle energetiche, segue un andamento temporale che ricalca quello di una curva logistica. Il tempo che occorre affinché il consenso possa affermarsi presso i comuni cittadini, in modo tale che il “nuovo” possa dirsi acquisito, non dipende sostanzialmente dal maggiore o minore vantaggio che tale “nuovo” può dare alla società. Tale vantaggio non è mai immediatamente percepito dalla comunità, sia perché questa, in genere, non ha ricevuto informazioni chiare e convincenti, sia perché spesso si fanno i conti attorno al proprio focolare, e il verdetto è quello ben noto: “tutto ciò è bello e fa bene, però non mettetemelo accanto alla mia casa”.
La contrapposizione è dunque fra le ragioni della scienza e della tecnologia, le quali quando ben usate, operano per il progresso e spingono per l’ingresso e l’affermazione del nuovo, e la capacità reale dei sistemi sociali, culturali, politici, economici tradizionali di “accomodare” senza traumi profondi, nel proprio seno, ciò che si presenta al loro cospetto con la minaccia di scalfire il noto e il consueto, che tutti ormai accettano acriticamente. Nei loro andamenti temporali, le intensità di produzione delle invenzioni si presentano come onde successive i cui massimi hanno cadenze dell’ordine di una cinquantina di anni e, ogni volta, innescano la partenza di un’ondata di innovazione. La risultante delle diverse forze contrapposte produce proprio quella curva temporale che abbiamo chiamato logistica e che è la tipica “curva di apprendimento”. Nella società moderna, nella quale i cittadini sono continuamente bersagliati da informazioni e disinformazioni, da messaggi volti a scopi spesso contrari all’interesse collettivo, è necessario che coloro che propongono qualsiasi iniziativa abbiano credibilità e autorevolezza sufficienti per poter essere almeno ascoltati dalla gente. D’altro canto, gli uditori dovranno avere almeno un minimo di conoscenza di base sull’argomento. La pregevolissima e puntuale inchiesta di Nuova Energia sul tema dei rifiuti solidi urbani ha messo in evidenza come un argomento che in realtà tocca tutti i cittadini, soffra di una generale ignoranza, come se il problema dei rifiuti urbani riguardasse popolazioni di un altro emisfero. Apparentemente, il caso dei rifiuti solidi urbani non è dissimile dai molti altri che richiedono il consenso dei cittadini per la loro soluzione. Ma questo ha, in più, qualche peculiarità non insignificante.
Mentre alcune correnti di pensiero sostengono che bisogna evitare l’installazione di nuove centrali di produzione energetica perché “di energia ce n’è abbastanza”, come non si debbono costruire nuove strade, nuove tramvie eccetera, il cittadino non potrà non riconoscere che egli stesso, senza tregua, rovescia fuori dalla sua abitazione più di un chilogrammo di rifiuti al giorno. Egli dunque, con le sue necessità quotidiane, crea e subisce, allo stesso tempo, il problema di uno smaltimento dei rifiuti domestici, la cui soluzione deve essere efficace ai fini della sostenibilità della convivenza urbana.
Il primo punto è dunque la presa di coscienza del cittadino, il quale deve essere portato a collaborare, fin dall’origine, con l’autorità locale, affinché si instauri nella città un ciclo virtuoso nella gestione di un sistema integrato che comprenda tutti gli stadi del processo. Il primo stadio, del quale poco si parla, è la riduzione a monte della quantità di rifiuti che si generano a causa dell’eccesso di imballaggi e involucri che accompagnano sempre più pesantemente oggetti d’uso o derrate.
Della crescente mole degli imballaggi si era già occupata la Comunità europea, soprattutto sotto l’aspetto dello spreco di risorse. Fin dal 1994 essa aveva emanato una Direttiva che impegnava gli Stati membri a conseguire un consistente recupero dei rifiuti da imballaggio per avviarli al riciclo. Tale Direttiva è stata via via integrata con disposizioni più stringenti, ma con tempi di attuazione così protratti da renderne ancora scarsi gli effetti. In realtà, nonostante tutti gli sforzi fatti per la prevenzione, globalmente si è registrata in Europa una continua crescita della quantità di rifiuti urbani. In Italia si è passati dai 449 chilogrammi annui pro capite del 1995 agli oltre 500 attuali. Al di là, dunque, del recupero di risorse dal riciclo degli imballaggi, che peraltro ha i suoi limiti, resta fondamentale la riduzione dei rifiuti all’origine. Si tratta di un’opera di prevenzione che richiede il coinvolgimento stretto e convinto degli operatori economici, dei politici e dei cittadini stessi. Si deve conseguire un grado di consapevolezza collettiva tale da orientare i cittadini nelle loro scelte, affinché premano, con le loro preferenze, quei produttori “virtuosi” - oggi ancora pochi - che offrono la loro merce in una veste più sobria, e quindi meno costosa, garantendone parimenti la qualità. La società attuale, così orientata ai consumi, deve dunque essere guidata su di un nuovo sentiero, e ciò comporta un grosso sforzo culturale che deve iniziare fin dagli insegnamenti agli alunni delle scuole elementari.
Il segmento che maggiormente coinvolge la partecipazione del cittadino è quello del conferimento differenziato dei rifiuti domestici. Ad esso naturalmente debbono fare riscontro un efficace sistema di raccolta differenziata a cura dell’azienda locale di igiene urbana e la certezza che le materie raccolte separatamente siano effettivamente avviate ad un efficace recupero. È importante sottolineare che il recupero di materia è anche un recupero di energia oltre che essere un risparmio di risorse. Ma il conferimento differenziato coniugato con la relativa raccolta non può essere spinto oltre certi limiti, sia per ragioni pratiche - non si può chiedere troppo al comune cittadino - sia per ragioni economiche e organizzative riguardanti l’azienda. In ogni caso, è stato dimostrato che in talune città nelle quali si è curato molto il rapporto informativo e formativo con i cittadini, la percentuale in peso di quanto conferito separatamente può superare il 35 per cento. Se si verificano le condizioni per un collocamento remunerativo nel mercato per il riciclaggio, i materiali più importanti da recuperare sono la carta, il vetro, i metalli e, della plastica, solo quella pulita e incontaminata. Una considerazione a parte deve essere fatta per ciò che viene denominato “rifiuto organico umido” proveniente dall’uso degli alimenti in famiglia. Il suo conferimento differenziato, che dovrebbe essere molto scrupoloso nell’evitare presenze contaminanti, crea qualche preoccupazione in più in famiglia, aggrava il compito dell’azienda di raccolta e alla fine, salvo casi eccezionali, non dà i risultati desiderati.
È noto infatti che dai rifiuti organici umidi e dai rifiuti vegetali si può ottenere, con un processo detto di compostaggio, un materiale, il compost, utile in agricoltura, in particolare per il settore dei vivai e delle serre per floricoltura. Il materiale, però, deve essere di particolare natura e composizione chimica, pertanto è necessario partire da una miscela di sostanze sufficientemente controllabili all’origine, in grado di dare, con un peculiare aggiustamento chimico integrato con il processo di compostaggio, un prodotto di qualità . Nel sistema urbano è possibile reperire le materie prime desiderate raccogliendo i rifiuti alimentari delle mense, dei centri di ristorazione, dei mercati agricoli e infine, ciò che proviene dalla manutenzione dei parchi e dei giardini.
A valle della raccolta differenziata resta, comunque e nel migliore dei casi, una frazione che è dell’ordine del 65% del peso del rifiuto totale. Purtroppo nel nostro Paese, nel complesso e a dispetto di alcune città “virtuose”, oltre che aversi un basso tasso di raccolta differenziata, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani avviene ancora prevalentemente con l’avvio in discarica. Le ultime statistiche danno il 66% dei rifiuti raccolti smaltiti in discarica, il 19% nella raccolta differenziata, il resto alla combustione con recupero energetico.
Eppure il recupero energetico dai rifiuti solidi urbani dovrebbe essere il segmento conclusivo privilegiato di una filiera che inizia con il recupero dei materiali grazie proprio alla collaborazione dei cittadini. In realtà, questi ultimi avrebbero tutto il vantaggio, sia energetico sia ambientale, dal processo di produzione di energia elettrica e di calore per il teleriscaldamento urbano, fruendo di un impianto di termovalorizzazione dei loro rifiuti solidi. Pertanto, dovrebbero essere loro stessi a chiederne l’installazione, contro la certezza documentata che la natura e l’entità delle emissioni al camino dell’impianto consentono di evitare una quantità maggiore e più nociva di inquinanti provenienti dagli innumerevoli ed estremamente dispersi sistemi di riscaldamento domestico. Peraltro, l’uso di tali impianti riduce di un fattore dieci la quantità di rifiuto finale da smaltire (meno territorio per le discariche), il quale, ha il vantaggio di essere inerte e non putrescibile.
Purtroppo l’atteggiamento dei cittadini verso i termovalorizzatori è ancora diffidente, e non sarà possibile generalizzarne l’uso finché non sarà compiuta una lunga opera di informazione, accompagnata da un forte e leale coinvolgimento dei cittadini e dei loro rappresentanti. Questa tematica deve entrare a far parte della cultura civile di un Paese moderno. Il cittadino è chiamato a contribuire alla sostenibilità della vita urbana con l’invito a limitare l’uso del veicolo personale, ma quando può continua imperterrito ad usarlo inquinando; poi si oppone, nel nome della salute sua e dei suoi familiari all’installazione di un termovalorizzatore. È chiaro che egli deve essere per lo meno istruito con obiettività e trasparenza sulla reale dimensione dei problemi. L’installazione di un termovalorizzatore non è uno scherzo. Richiede un forte investimento, deve essere adeguatamente inserito nel territorio, deve essere di taglia tale da servire un bacino di utenza non troppo piccolo, per evitarne la proliferazione e per avvantaggiarsi di un certo effetto di scala. La scelta deve dunque avvenire in un contesto di pianificazione territoriale che includa oltre che la definizione di un sistema integrato per la gestione dei rifiuti urbani anche le problematiche energetiche e ambientali e quelle dei trasporti. Tutte queste componenti devono mirare al miglioramento della sostenibilità della vita in città.

In prospettiva, i problemi della sostenibilità della vita urbana non potranno essere risolti se non attraverso un patto leale dell’autorità locale con i cittadini ai quali, attraverso un leale coinvolgimento, sarà chiesto il consenso per l’attuazione di iniziative intese a soddisfare esigenze collettive primariamente a livello locale, ma non senza riflessi a livello generale.
Ormai in Italia la quantità annua di rifiuti solidi urbani supera i trenta milioni di tonnellate. Se le città fossero tutte come le poche “virtuose”, che purtroppo si contano sulle dita di una mano, almeno 9 milioni di tonnellate sarebbero state avviate al recupero delle materie (raccolta differenziata al 30% anziché al 19%), e i rimanenti 21 milioni di tonnellate potrebbero dare, in un sistema ottimizzato di termovalorizzatori in cogenerazione, almeno 20 miliardi di chilowattora elettrici, con il risparmio di almeno 4 miliardi di metri cubi di gas naturale in un ciclo combinato, e un equivalente di poco più 2 miliardi di metri cubi di gas altrimenti bruciati in caldaie domestiche ad alto rendimento. Infine è necessario un commento sull’ipotesi, peraltro considerata anche nell’inchiesta, dell’uso del CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti) per la valorizzazione energetica dei rifiuti urbani. In realtà la trasformazione dei rifiuti primari in un prodotto combustibile di composizione omogenea e riproducibile si adatta più al caso di rifiuti industriali con potere calorifico abbastanza elevato, che non a quello dei rifiuti urbani. La produzione di CDR comporta l’impiego di impianti ad hoc, i quali, oltre che richiedere un investimento specifico, consumano un certa quantità di energia pregiata (elettrica) per le lavorazioni. Il CDR deve poi essere comunque avviato a un impianto di combustione. È vero che il CDR ha un potere calorifico superiore a quello del rifiuto di partenza, ma il vantaggio è stato abbondantemente pagato dall’energia spesa nel processo di produzione. La via migliore è quella del termovalorizzatore già sperimentato in diverse città con successo, in grado di produrre energia elettrica e calore operando direttamente sulla frazione di rifiuti a valle della raccolta differenziata. Quelle città hanno mostrato con i fatti quanto fosse infondato il vecchio slogan dell’ambientalista Barry Commoner, che incitava al rigetto degli “inceneritori dei rifiuti” perché questi avrebbero impedito la raccolta differenziata, assunta col dogma che tutto si può riciclare.



 
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