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L'ambiente è una questione troppo seria per lasciarla agli ambientalisti Stampa E-mail

di Giuseppe Gatti

Si diceva una volta, con il cinismo della saggezza, che la guerra è un affare troppo serio per lasciarlo gestire ai generali. Dobbiamo dire oggi, con altrettanta saggezza, che anche l’ambiente è una questione troppo seria per lasciarla in mano agli ambientalisti. L’Europa sembra invece aver dimenticato questa elementare regola di distinzione tra le responsabilità della tecnica e le responsabilità della politica e addirittura sta attribuendo dignità di tecnica ad affabulazioni catastrofiste dalla base scientifica assai incerta.

Nella complessa stratificazione culturale di filoni di pensiero o anche solo di atteggiamenti, che costituisce il background dell’Europa del XXI secolo, possiamo ritrovare le diverse componenti che alimentano questo modo di pensare: nell’ambientalismo odierno riemergono, come un fiume carsico di cui credevamo si fossero perse le tracce e trovano invece nuova linfa, le tradizioni millenaristiche che predicano un’imminente fine del mondo, da quelle del primo cristianesimo a Gioachino da Fiore. Come ricompare il rimpianto, e insieme l’aspirazione, verso un mitico stato di natura, incorrotto e benefico, devastato da un’antropizzazione vista foriera di disastri.

Il buon selvaggio di roussoiana memoria, e mai scomparse pulsioni luddiste, si uniscono nel far smarrire i fondamenti di quell’ideologia dello sviluppo su cui l’Europa ha fondato la sua crescita, civile e non solo economica, dalla rivoluzione industriale in poi.

Gli esiti del prevalere dell’irrazionalismo ambientalista che si sta affermando sono, questi sì, potenzialmente devastanti: l’obiettivo del 20-20-20 sarà certamente fallito, perché fattualmente non raggiungibile, ma quanto costerebbe il solo tentare di raggiungerlo? Da un lato abbiamo i costi di una crescita forzata delle energie rinnovabili, che talvolta (è il caso dei carburanti di origine vegetale) non solo presentano un bilancio energetico negativo, ma rischiano di generare pesanti effetti su tutta la filiera agro-alimentare, facendo salire sconsideratamente i costi degli oli vegetali e ri-orientando le produzioni a scapito di generi di prima necessità per le popolazioni più povere del Pianeta.

A loro volta un abbattimento in termini fisici delle emissioni nella misura indicata, comporta un secco rallentamento delle attività produttive, a partire dalla generazione di energia elettrica, con una conseguente riduzione del tasso di crescita del Pil. In alternativa si tratterà per le imprese di acquistare diritti di emissione (e questa diventa in ogni caso la strada obbligata, anche per le ulteriori misure a cui è orientata la Commissione) con un netto peggioramento della posizione competitiva dell’industria europea nel contesto di un’economia globalizzata. Contemporaneamente, per le attività che operano pressoché esclusivamente in funzione dei mercati interni (ed è il caso del settore elettrico), avremo una traslazione sui prezzi dei maggiori costi, anche in questo caso con un rallentamento del tasso di crescita.

Quanto al terzo 20 per cento (riduzione dei consumi), i margini di efficientamento dei sistemi energetici europei non offrono spazi per arrivare ad un simile target senza compromettere anche qui tassi di sviluppo e livello di benessere. A questo quadro già preoccupante si aggiunge la proposta di eliminare dal 2013 l’assegnazione di diritti di emissione, ponendo a carico degli operatori il costo di tutte le emissioni. In conclusione si può ricavare che avremmo insieme sia un rallentamento della crescita europea, sia un aumento dei costi di produzione e quindi un deterioramento del posizionamento europeo sul mercato mondiale. Si innesca in tal modo un circuito perverso di minor crescita, aumento dei costi, ulteriore riduzione dello sviluppo e così via.

"In un'economia globalizzata,
l'analisi costi/benefici
deve essere condotta senza furori romantici ma con un prosaico approccio pragmatico
che non consideri isolatamente un'Europa che isolata non è"

Se poi guardiamo al problema su scala planetaria, vediamo che la propensione europea all’eroismo non genera risultati particolarmente positivi sia sotto il profilo economico, sia sotto quello ambientale. Se infatti la minore crescita europea si traduce in un freno allo sviluppo complessivo dell’economia mondiale, abbiamo questo dato negativo non compensato da benefici ambientali, dato lo spostamento proporzionale verso economie più inquinanti. Se invece la crescita non è sostanzialmente rallentata, perché, ove possibile vi è un processo di delocalizzazione dall’Europa verso l’Asia, la crescita mondiale rallenta di poco, ma peggiora nettamente la situazione ambientale, per l’ulteriore accelerazione impressa a sistemi economici che non hanno introdotto vincoli analoghi a quelli che l’Europa si sta imponendo.

Non dico, come Malaparte, che dei posteri non dobbiamo preoccuparci perché i posteri non si sono preoccupati per noi, ma in un’economia globalizzata deve essere globale anche l’approccio alla tematica ambientale, e l’analisi costi/benefici deve essere condotta su scala globale, senza furori romantici, ma con un prosaico approccio pragmatico che non consideri isolatamente un’Europa che isolata comunque non è.

 
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