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Clavarino: "Il carbone corre in soccorso delle fonti tradizionali" Stampa E-mail

A molti fautori dello sviluppo sostenibile i supporter del carbone rispondono con la formula – non necessariamente antitetica – dello sviluppo flessibile. Kyoto o non Kyoto, infatti, mentre festeggiano un nuovo record in termini di consumi a livello mondiale, possono anche iniziare a rivendicare un ulteriore pregio del carbone, sul quale in precedenza nessuno aveva ancora posto l’accento: la flessibilità; o meglio, la capacità di correre in soccorso delle altre fonti - tradizionali o rinnovabili che siano - quando queste vengono meno, in tempi brevi e senza apparenti traumi per il sistema di generazione elettrica. Sorride, dunque, il presidente di Assocarboni Andrea Clavarino tracciando un bilancio del più recente passato e preparandosi a combattere nei prossimi mesi per il buon nome del carbone, con armi ancora più affilate.
“Le più recenti (buone) notizie – esordisce Clavarino – risalgono all’ultima riunione del Coal industry advisory board in seno alla IEA lo scorso 22 novembre a Parigi. Nel 2003 i consumi mondiali di carbone destinato alla produzione di energia elettrica sono cresciuti del 3,8 per cento. In termini assoluti la domanda ha quindi guadagnato 131 milioni di tonnellate, portando il fabbisogno mondiale a quota 3.540 milioni di tonnellate. L’Europa ha confermato i segnali di crescita registrati un po’ in tutto il mondo, passando da 191 a 201 milioni di tonnellate bruciate in un anno”.

Anche l’inflazione cresce, anche le emissioni inquinanti. Nessuno, però, si sognerebbe di sbandierare quei valori come un risultato encomiabile.
La questione, nel caso del carbone, è totalmente diversa. Lo dimostra il contesto europeo. Quando il nucleare in Francia è entrato un po’ in crisi, durante i giorni più caldi dell’estate 2003, è toccato al carbone coprire i cali di produzione elettrica. E lo ha fatto dimostrando tutta la sua flessibilità e rispondendo in tempi brevissimi al maggiore fabbisogno. La stessa cosa è successa in Giappone quando, questa volta per motivi tecnici, è stato necessario intervenire su 14 reattori. E cosa dire dei casi di Spagna, Danimarca, Svezia? Nel 2003 il calo delle piogge e una stagione particolarmente calda hanno messo in crisi i livelli abituali di produzione dell’idroelettrico. Ancora una volta il carbone è stato chiamato in causa per evitare problemi di black out. E ha risposto in maniera adeguata all’appello!

Non è paradossale che chi è causa – almeno in parte – dell’effetto serra poi si vanti di risolvere i problemi da questo prodotti?
Personalmente sono scettico sul fatto che ci sia un collegamento diretto tra effetto serra e produzione di anidride carbonica. Ma questa è solo un’opinione personale. Limitiamoci ai fatti e proviamo a pensare al caso italiano. A livello mondiale le emissioni annue di anidride carbonica sono pari a 22.741 milioni di tonnellate. Le centrali italiane a carbone immettono complessivamente in atmosfera 25 milioni di tonnellate di carbone. È lo 0,1 per cento del totale mondiale! Non solo. Siccome l’Italia non può fare a meno di quella potenza non basta chiudere le centrali, bisogna produrre quei kWh altrimenti. Magari con il gas? Ecco, in quel caso ci sarebbero comunque 12-13 milioni di tonnellate di emissioni. Il no al carbone dell’Italia avrebbe un effetto pari allo 0,5 per mille!

Beh, se tutti ragionassero così allora nessuno si muoverebbe e la situazione andrebbe davvero a fondo.
Non sto dicendo questo. Sto solo dando un ordine di grandezza. Il sacrificio dell’Italia sarebbe comunque inutile se altre nazioni come Cina o India non modificheranno i loro sistemi di generazione. E poi sarebbe assurdo che l’Italia, dove il carbone contribuisce alla produzione di energia elettrica per meno del 10 per cento, decidesse di intraprendere una strada che il resto d’Europa – dove il carbone pesa per oltre il 30 per cento – non ha alcuna intenzione di percorrere. Ma voglio andare oltre. Avrebbe senso farlo? Ci sarebbe davvero un vantaggio per l’ambiente nel passaggio dal carbone al gas? Certo se si limita il discorso alle emissioni al camino, i combustibili solidi raddoppiano le emissioni di anidride carbonica rispetto a quelli gassosi. Se però si valuta il ciclo di vita dei due combustibili, dal pozzo al camino, il discorso cambia (vedi box, ndr). Il carbone resta svantaggiato, ma la forbice si riduce notevolmente. Diciamo a un 30/35 per cento in più in termini di CO2 per kWh generato.. Non sono queste le cifre che girano…

Vuole dire che c’è una lobby “anticarbone” che tiene celati i dati veri?
Non ho detto questo. Però, dopo la presentazione della ricerca condotta dalla Stazione Combustibili abbiamo chiesto in giro per l’Europa di avere altri dati, altri valori da confrontare… nessuno ci ha risposto. Sembra che non ci siano al mondo altre statistiche credibili su quanta CO2 si emette durante l’estrazione di petrolio o gas naturale. Eppure quei dati ci sono, eccome!

Nascosti in quali cassetti?
Guardi, lo scorso 10 dicembre a Toronto il numero uno della BP, Lord Browne, in occasione di un incontro all’Empire Club of Canada ha fatto la seguente dichiarazione: “Stiamo conducendo un esperimento in Algeria per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera durante le fasi di estrazione. Il progetto prevede la cattura e la successiva sequestration. Se darà su larga scala gli esiti sperati, allora intervenendo su un solo pozzo potremo apportare all’ambiente lo stesso beneficio che otterremmo togliendo dalla circolazione 200 mila vetture”. Il dato è impressionante! Come a dire che un pozzo di estrazione è 200 mila volte più inquinate di un tubo di scappamento! Insomma, non mi vengano a dire che i dati non ci sono. Solo, non si vogliono mostrare.

Il carbone guadagna un merito,quello della flessibilità, ma ne perde un altro, la stabilità dei prezzi. È finita l’era del carbone a prezzi stabili?
Le impennate di prezzo ci sono state, nessuno può negarlo. Per un brevissimo tempo si è registrato un picco di 80 dollari a tonnellata verso luglio/agosto 2004. Oggi, però, siamo nell’ordine dei 65 dollari. Non credo che nello stesso arco di tempo il petrolio abbia beneficiato di una riduzione dei prezzi del 20 per cento. Detto questo, i motivi della brusca salita del carbone possono essere ragionevolmente considerati contingenti (e risolvibili in termini di mesi), mentre per i combustibili liquidi il problema è strutturale e potrebbero volerci anni.

Tutta colpa di…
Tutta no, ma buona parte della responsabilità va riconosciuta alla Cina. La Cina è il primo produttore al mondo (1.502 milioni di tonnellate nel 2003), il primo consumatore e il secondo esportatore (dopo l’Australia) con 93 milioni di tonnellate nel 2003. Ha dunque un potere di forte condizionamento. La crescita dei consumi elettrici in Cina è stata addirittura superiore a quella del Pil con tassi prossimi al 15 per cento. Dal 1980 al 2001 la potenza installata in Cina è passata da 66 GW a 338. Ancora oggi il carbone ha l’assoluto predominio con una quota di mercato del 70 per cento. Seguono l’idroelettrico e più distaccato il nucleare. Per rispondere a questa impennata della domanda, nel 2004 i cinesi hanno chiuso i rubinetti dell’export, diminuendo di circa 20 milioni di tonnellate la quota destinata alla vendita sui mercati stranieri. Visto che le esportazioni globali a livello mondiale sono pari a circa 445 milioni di tonnellate, l’impatto non è stato marginale. A maggior ragione in un momento in cui – come visto – la domanda mondiale stava salendo di 131 milioni di tonnellate, in buona parte proprio nei Paesi importatori. Domanda su, offerta giù, era inevitabile una impennata dei prezzi. Che tuttavia non ha inciso in eguale misura sulle bollette.

Perché?
Semplice. A differenza di quanto succede nel caso del petrolio, con il carbone un buon 60 per cento dei contratti di fornitura – almeno in Italia – è a lungo termine, dunque è stato pagato ancora alle condizioni e ai prezzi precedenti l’impennata.. Per questo non c’è stato uno spostamento diretto e proporzionale, in particolare sul consumatore finale. Posso dire tranquillamente che oggi in Europa il carbone continua ad essere la fonte di gran lunga più economica. D’altra parte la Cina non potrà crescere in eterno con tassi del prodotto interno lordo pari all’8 per cento annuo. Basterebbe scendere al 4 – non dico andare in recessione – per eliminare tutte le tensioni sul mercato del carbone e riportare l’equilibrio.

Non teme uno sgambetto dal nucleare, dopo che l’Italia ha ufficialmente riaperto il dibattito?
Di energia ne serve sempre di più, c’è spazio per tutti… Se il nucleare riesce a ripartire, personalmente sono anche contento. Però credo sia inutile farsi illusioni. In Italia non si riesce ad aumentare di un paio di punti percentuali la quota del carbone, figuriamoci pensare al nucleare.

Forse la gente che non vuole sentire parlare di energia nucleare è la stessa a cui non piace il carbone…
Sono convinto che qualcosa stia cambiando. Oggi c’è una maggiore presa di coscienza del fatto che, realisticamente, le rinnovabili non possono essere considerate l’unica soluzione. Inoltre anche queste fonti hanno i loro bei grattacapi in termini di accettabilità sociale. Vedi le crescenti opposizioni all’eolico accusato di deturpare l’ambiente (parere che personalmente condivido). Se si continua a parlare di energia con crescente insistenza è perché il problema persiste, ed evidentemente le soluzioni finora suggerite si sono dimostrate inadeguate.

In questo la maggiore autonomia degli enti locali agisce da volano o da freno?
Sicuramente sta creando una grande confusione nel settore. Sono d’accordo con quei politici che chiedono allo Stato di riprendere in mano la questione energetica del Paese, senza più farsi “ricattare” dai singoli poteri locali. Proprio per la debolezza di fondo dell’Italia, per gli squilibri energetici che da sempre l’affliggono, serve un Paese forte.

E non tanti paesi deboli…
Sì, soprattutto in questa fase. Siamo sempre stati una nazione “a parte” in Europa, per la sua eccessiva dipendenza dal petrolio. Ora vogliamo diventare una nazione ancora più anomala passando da un estremo all’altro e votandoci solo al gas. O ci diamo una politica energetica seria, oppure non ne usciamo più e rischiamo gli autogol in stile Kyoto.

A lei proprio non va giù quel Protocollo!
Dico che non è una cosa seria, quando i virtuosi si impegnano ad esserlo ancora di più e gli “inquinatori” hanno margine per fare ancora peggio. Molto più coerente, a questo punto, la scelta degli Stati Uniti.

Per una volta che l’Italia è in linea con l’Europa si becca pure le critiche?
L’Italia ha gestito male la questione e ha negoziato peggio le sue posizioni, sobbarcandosi costi enormi pur essendo tra i Paesi d’Europa con i minori tassi relativi di emissioni. Bene ha fatto il ministro Matteoli a Buenos Aires a dire “no grazie” all’ipotesi di un’adesione incondizionata al secondo periodo di Kyoto. Anche perché l’unico modo che l’Italia sembra aver trovato per rispettare il Protocollo è quello di consegnare il Paese al gas naturale – dunque alla Russia e all’Algeria – con il risultato che alla fine pagheremo bollette ancora più salate.

Anche con il carbone, però, dipendiamo dalle importazioni. A meno di riaprire le miniere del Sulcis. Cosa bolle in pentola?
Qualcosa ho sentito dire anch’io… Speriamo; se la cosa sta in piedi economicamente senza bisogno di sovvenzioni potrebbe essere un’opportunità anche per le comunità locali.

Ma non si era sempre detto che il carbone del Sulcis è – ambientalmente parlando – di cattiva qualità?
Con adeguate tecnologie di gassificazione il problema potrebbe essere superato.

Senta, il carbone avrà tutti i pregi del mondo. Vogliamo almeno dire che dietro all’industria mondiale del carbone c’è un problema sociale?
È vero. Paesi come la Cina hanno scelto di salvare milioni di vite attuando progetti di modernizzazione e di diffusione dell’energia elettrica in tempi brevissimi, “pagando” il prezzo di sistemi di estrazione ancora obsoleti e non sicuri. Il problema c’è, ma mi risulta che proprio la Cina abbia già deciso di affrontarlo. Oggi ci sono ancora migliaia di piccole imprese di estrazione gestite a livello familiare, con comprensibili carenze in termini di sicurezza. L’obiettivo è quello di chiudere tutte queste attività, concentrando l’estrazione in 5 o 6 grandi società. Questo porterebbe naturalmente a un salto di qualità in termini di sicurezza. Vedremo alla prova dei fatti se l’obiettivo verrà raggiunto.

Capitolo Civitavecchia. Tutto OK?
I lavori stanno andando avanti senza problemi rispettando le tabelle di marcia. Entro la prima metà del 2007 l’impianto sarà regolarmente in funzione.

Da ultimo, un giudizio sul Marzano.
Non c’è male… ma per noi non è cambiato nulla rispetto a prima!


 
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