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Meglio esportare la democrazia o il libero mercato degli idrocarburi? Stampa E-mail

a cura di Drilling

È interessante osservare come i recenti passi della nuova amministrazione Bush in campo internazionale possano essere analizzati sia sulla base di macro modelli e visioni strategiche sugli equilibri del mondo, nuovi assetti nel Medio Oriente, democrazia e terrorismo, evoluzione della democrazia nell’ex mondo sovietico e così via, sia in una chiave di lettura un po’ più pragmatica, alla luce dello sviluppo della nuova crisi energetica mondiale.
Le due letture non sono in contraddizione, ma di sicuro la seconda, un po’ più modesta, può essere di grande aiuto alla prima. Non va dimenticato, infatti, che i massimi esponenti dell’amministrazione Bush provengono dall’industria petrolifera e hanno quindi una particolare sensibilità per queste problematiche.
C’è anzitutto da prendere atto che la stabilizzazione del prezzo del petrolio al di sopra dei 50 $/barile costituisce la chiara conferma dell’esistenza di una crisi internazionale dell’energia, forse la più grave che si sia mai avuta negli ultimi decenni.
E comincia anche ad essere chiaro che non si tratta di una crisi da imputare al monopolio dei Paesi produttori che sta ricattando i Paesi consumatori, come avvenne nel 1973, ma di un autogol dei Paesi industrializzati che, sull’onda del neoliberismo e monetarismo, hanno gestito la politica energetica al di fuori di una visione strategica di lungo periodo e in un clima di euforia alimentato dal mercato dei futures.

Sono state ignorate le difficoltà del mondo produttivo e, nel gioco virtuale dei mercati di carta, si è immaginato di risolvere i problemi opponendo alla domanda crescente di petrolio una offerta virtuale equivalente.
Si è voluto dimenticare che i prodotti petroliferi sono il risultato di processi tecnologici complessi e sempre più raffinati, via via che si voglia aumentare la loro qualità e diminuire l’impatto ambientale della loro combustione. Fa impressione sentire oggi Bush affermare, dopo un incontro con il sovrano dell’Arabia Saudita, che gli Stati Uniti costruiranno nuove raffinerie nel loro Paese e che gli americani dovranno essere pronti a vedere impianti di estrazione petrolifera al largo delle loro coste, anche se tutto questo potrebbe non essere gradevole.
È un messaggio ben diverso dal solito appello ai Paesi Opec ad aumentare la produzione per far abbassare i prezzi. Finalmente si prende atto che il problema non è la mancanza di petrolio greggio sul mercato, ma la ridotta capacità di raffinazione per trasformare questa materia prima in prodotti finiti (benzina, gasolio, jet-fuel...) da destinare al consumo finale. Questo non vuol dire assolutamente che queste raffinerie saranno costruite nei prossimi anni. Bisognerebbe essere in grado di decidere dove farle, chi rischierà il proprio capitale in uno scenario energetico così incerto e alla vigilia di sviluppi tecnologici ancora imprevedibili (liquidi dal gas, idrogeno, gassificazione del carbone…). Ma certamente non si potrà continuare a rinviare alla fantomatica Opec la responsabilità della mancanza di politica energetica nei Paesi industrializzati.

Dai dati sul bilancio petrolifero mondiale si ha una chiara conferma che per tutto il 2004, e sarà lo stesso per il 2005, l’offerta di greggio è stata e sarà superiore alla domanda: di 600 mila barili al giorno nel 2004 e di 400 mila barili al giorno nel 2005. Dovremmo quindi essere di fronte a un trend in discesa dei prezzi del petrolio.
Il prezzo al di sopra di 50 $/barile non è pertanto da collegare semplicemente alla politica dei Paesi Opec o alla crescita dei consumi di Cina e India.
Ha fatto altresì impressione sapere che nell’agenda dei recenti incontri fra Bush e Putin il posto di rilievo è stato occupato dall’energia. Di sicuro l’oggetto non poteva essere l’aumento delle esportazioni di greggio russo verso gli Usa. La Russia esporta già il massimo delle proprie produzioni di greggio e di prodotti petroliferi finiti sul mercato internazionale a chi paga il miglior prezzo (compreso il mercato americano) senza vincoli di destinazione finale.

I problemi sul tappeto sono ben altri. C’è quello delle esportazioni di greggio e gas dall’area del Caspio e dalle ex repubbliche sovietiche, dove anche le compagnie petrolifere americane sono presenti nella produzione di idrocarburi (Kazakistan, Arzebajan...) e dove la dipendenza dai sistemi di trasporto russi è ancora determinante, in quanto tutte le pipeline attraversano la Russia prima di avere uno sbocco a mare.
C’è il problema dei possibili investimenti di compagnie occidentali nei sistemi di raffinazione in Ucraina, Georgia, Bielorussia, dove esiste una enorme capacità di raffinazione non utilizzata e che potrebbe alleviare le tensioni del mercato americano ed europeo, contribuendo a produrre i prodotti finiti che mancano. Nella ex-Urss solo il 60% della capacità di raffinazione esistente (pari a 390 milioni di tonnellate/anno) è utilizzata, contro una capacità non utilizzata di oltre 150 milioni di tonnellate/anno, che potrebbe essere riqualificata e fatta funzionare per soddisfare le esigenze dei mercati occidentali.
Perché un simile progetto decolli occorrono garanzie per gli investitori e la creazione di condizioni di libero mercato, senza restrizioni monopolistiche o statali sui flussi di esportazione dei prodotti finiti.

Questo è il vero punto. L’accettazione delle condizioni di libero mercato da parte dei produttori di energia nel mondo. L’eliminazione dei vincoli politici nella gestione della produzione e dei flussi di esportazione dei prodotti energetici.
È questa oggi la discriminante che in un Paese produttore di energia dà a un regime dittatoriale il connotato di compatibilità con i sistemi democratici. Ecco perché il regime della Nuova Guinea equatoriale, noto per essere uno dei peggiori del mondo, ma dove le compagnie americane producono ed esportano liberamente il petrolio prodotto, non suscita preoccupazioni o reazioni internazionali e viene considerato tollerabile. Cioè il contrario dell’atteggiamento nei confronti dell’Iran oggi (e a suo tempo verso l’Irak) e che potrebbe riguardare anche il Venezuela domani, nonostante il suo sistema di libere elezioni. Si tratta di nazioni che, all’interno dell’Opec, hanno sempre sostenuto l’uso politico del petrolio o almeno la fissazione di un sistema di prezzi che riequilibrasse a favore dei Paesi produttori i rapporti di scambio, e controllano la commercializzazione del loro petrolio con criteri monopolistici e statali.

Nell’agenda russo-americana c’è infine il problema non risolto della validità dei contratti per lo sfruttamento dei campi petroliferi iracheni firmati dal governo Saddam prima della guerra, in quanto la Russia è Stato che vanta la quota più importante e più numerosa di tali contratti.
Stando così le cose, si può davvero pensare a una possibilità di pacificazione nazionale in Irak, quando una significativa fascia del Paese, cui faceva riferimento la precedente classe dirigente, si tiene ai margini del governo ma sa di poter contare sulla solidarietà e sull’appoggio internazionale di Stati importanti con cui aveva forti relazioni politiche ed economiche, come la Russia, la Francia e la Cina, soprattutto a fronte di un evidente conflitto fra anglo-americani e gli altri Paesi sulla gestione delle risorse energetiche del Paese?

Sulle vicende irachene sono stati scritti fiumi di inchiostro utilizzando i modelli interpretativi più sofisticati, eppure rimane quasi totale il silenzio su un aspetto che si sa esistere ma non si porta, come sarebbe giusto, alla ribalta: il petrolio e la nuova grave crisi energetica del mondo industrializzato. O meglio, si ammette che il petrolio è stato considerato come uno dei componenti preso in considerazione dagli strateghi che hanno deciso la guerra in Irak, ma lo si colloca fra i minori (intorno al decimo posto nella scala di importanza fra i vari fattori), mentre ai primi posti c’è sempre stata, dopo l’eliminazione del pericolo per la sicurezza dei Paesi occidentali, la volontà di esportare la democrazia in quell’area del mondo. Se provassimo per un momento a sostituire l’espressione “esportazione della democrazia” con quella di “creazione del libero mercato” delle risorse energetiche esistenti nella regione, avremmo una chiave di lettura che renderebbe molto più credibile il progetto e forse ne farebbe anche vedere un processo di attuabilità progressiva in tempi non troppo lontani, oltre a fornire una chiave di lettura unificante con la strategia seguita dall’amministrazione Bush verso le repubbliche ex-sovietiche.

In fondo si cerca di portare lo scontro per la futura competitività su un terreno che si ritiene favorevole a chi oggi dispone di maggior risorse finanziarie e tecnologiche. In un mercato energetico completamente liberalizzato, la distribuzione delle risorse, in caso di una loro limitata disponibilità, avverrebbe dando la priorità a chi può pagare di più. Così come avviene già oggi in certi Paesi dove il mercato petrolifero è gestito dalle compagnie petrolifere. Ad esempio, la Nigeria - produttrice dei greggi più pregiati per la produzione di benzine - rischia ogni estate di restarne senza perché i suoi greggi vengono esportati verso i mercati che pagano i prezzi più alti. Situazione che non sarebbe immaginabile in Iran o nelle ex repubbliche sovietiche, dove la priorità politica continua ad essere il rifornimento del mercato interno.
Finché il governo dell’energia dipenderà da Paesi che non accettano la filosofia del libero mercato, sarà impossibile anche per le più grandi potenze economiche e finanziarie del mondo trovare una soluzione ai problemi di approvvigionamento energetico a basso prezzo.

In un mondo in cui le condizioni di libero mercato si espandessero in modo generalizzato, verrebbero a cessare gli attuali vincoli che impediscono la normalizzazione del prezzo dei prodotti petroliferi (si pensi alla struttura di raffinazione dell’ex Urss messa a disposizione dei mercati occidentali) e permetterebbe ai Paesi a moneta forte e che dispongono di alta capacità tecnologica di spostare i rapporti di scambio a loro favore.
Se questo tentativo della leadership americana non dovesse riuscire, l’alternativa dolorosa e obbligata sarebbe il cambiamento di quello stile di vita che finora Bush ha dichiarato essere non in discussione (“not negotiable”). Un’America che modifichi il suo standard di vita costituirebbe una rivoluzione planetaria sul piano politico ed economico.

Il barile a 50 $ non è quindi soltanto un maggior onere nella lista della spesa delle nostre famiglie, ma un indicatore di imprevedibili e drammatici sviluppi della politica internazionale.
Il mantenimento di posizioni di predomino, come nel caso degli Usa e dell’Europa, o la loro conquista, come nel caso della Cina o dell’India, richiede di poter disporre di fonti energetiche a prezzi competitivi. L’attuale crisi rischia di frenare entrambe le aspettative.
Paradossalmente la Russia è il Paese più solido in una prospettiva di lungo termine: dispone di immense risorse energetiche ed è in grado di rientrare in corsa per uno sviluppo di tecnologie adeguate.
La caduta del muro di Berlino ha riaperto gli equilibri che si erano cristallizzati dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il petrolio a 50 $/barile rende incerta la definizione di nuovi assetti fra Stati che dispongono di risorse e quelli che controllano le tecnologie. Si è aperta una partita complessa e delicata il cui esito sarà visibile forse nel prossimo decennio.



 
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