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Prova CO2stume 2050: la dieta della biomassa Stampa E-mail

Prova CO2stume 2050:
la dieta della biomassa

di Carolina Gambino

TRA CARO BOLLETTE E ANSIA DA RISCHIO BLACKOUT, DUBBI E SCONTRI SULL’EFFICACIA (E LA SOSTENIBILITÀ) DI UNA TRA LE OPZIONI PIÙ GETTONATE PER PRESENTARSI IN FORMA ALL’APPUNTAMENTO CON GLI OBIETTIVI 2050.

È tornata l’estate e la virologia torna a essere materia per gli addetti ai lavori, lasciando spazio alle preoccupazioni per gli ultimi sviluppi politici in un Est Europa lontano sulla cartina ma vicinissimo per l’influenza che ha sulla quotidianità economico-energetica. Torna prepotentemente in auge il problema della dipendenza dai combustibili fossili, a cui l’Europa è legata per il 90 per cento in termini di gas e il 97 per cento per il petrolio.

Fattori geopolitici a parte, è comunque da tempo che la maestrina UE bacchetta gli Stati membri esortandoli a seguire una dieta low-fossil, in primis per snellire il girovita emissioni, in cui il carbone sembra essere l’alimento vietato per eccellenza. L’impegno formale al coal phase-out rientra nell’agenda dei 27 con scadenze diverse a seconda della quota del carbone nell’energy mix - dal 2 per cento del Regno Unito al 70 della Polonia - e all’importanza socioeconomica delle attività a esso legate.

Primo della classe è il Belgio, ufficialmente coal-free dal 2016; il Portogallo, quarto in ordine di tempo e in anticipo sui tempi, ha festeggiato a novembre 2021 la chiusura della centrale di Pego, l’ultima del Paese. La notizia della coal exit portoghese, apparentemente ottima, è stata subito ridimensionata dalle considerazioni relative al destino della centrale. Come per dimagrire non si può semplicemente smettere di mangiare, così per ridurre le emissioni la soluzione, chiaramente, non è smettere di produrre energia. Ma un regime ascetico fatto unicamente di vento acqua e sole non è ancora pienamente percorribile, se non - forse - in una ristretta minoranza di Paesi.

La tradizionale conversione carbone-gas globalmente non perde quota, specialmente negli Stati Uniti, dove tra il 2011 e il 2019 sono state riconvertite a gas 103 centrali a carbone - dati dell’Energy Information Administration, secondo la quale il trend non è destinato a calare. L’Europa del Green Deal però vuole soluzioni più verdi e punta sulle bioenergie.
È qui che entra in gioco la biomassa, che l’UE consuma in gran quantità. Secondo il Knowledge Centre for Bioeconomy della Commissione Europea, nel 2019 la biomassa lignea ha coperto la quota maggiore (75 per cento) della componente bioenergetica (60 per cento circa) dell’energy mix rinnovabile dell’Unione.

Alla centrale portoghese di Pego - e a una fetta crescente di centrali europee, stando alle previsioni - si vorrebbe quindi prescrivere una dieta a base di biomassa: una soluzione carbon neutral, rinnovabile, di cui il continente disporrebbe in abbondanza. Un regime che promette grandi risultati e pochi sacrifici, con alimenti pressoché zero grassi e prontamente reperibili, desta subito entusiasmo, ma anche forte scetticismo. Frivolezze da ombrellone a parte, la biomassa come alternativa energetica è dibattuta e controversa da tempo.

La lettera indirizzata a febbraio 2021 da 500 scienziati ed economisti del globo ai leader mondiali - tra cui la Presidente UE Ursula von der Leyen - per esortarli ad abbandonare l’uso della biomassa forestale come fonte energetica, ponendo fine agli incentivi e alla gestione contabile della biomassa come soluzione a emissioni zero nelle politiche e nei quadri normativi ha solo riportato a galla uno scontro scientifico - e ideologico - mai sopito.

Il calcolo delle calorie
Si sa che le diete a spanne o a occhio non funzionano. Che si tratti del metabolismo di un corpo o di quello di un Paese, il cardine di ogni regime mirato a intervenire sul bilancio energetico e su input e output di sostanze dovrebbe essere un calcolo più preciso possibile. Purtroppo, proprio i conteggi - e non solo quelli relativi alle emissioni - rappresentano l’aspetto più controverso della soluzione biomassa. [...]

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