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Quando il trilemma energetico è sbilanciato sulla sicurezza Stampa E-mail

Quando il trilemma energetico
è sbilanciato sulla sicurezza

di Roberto Napoli / professore emerito Politecnico di Torino

LA PANDEMIA E LA GUERRA RUSSO-UCRAINA HANNO INNESCATO UN CAMBIAMENTO MONDIALE A TORTO RITENUTO IMPROBABILE. I DUE EVENTI SONO STATI UN BRUSCO RICHIAMO ALLA REALTÀ, RIDEFINENDO LE PRIORITÀ. MOLTO MARCATO È L’EFFETTO SUL TRILEMMA ENERGETICO: SICUREZZA, SOSTENIBILITÀ, EQUITÀ

Per la transizione energetica le cose sono cambiate, davvero e in profondità.
Si fa una grande fatica a interiorizzare la nuova situazione. La pandemia e la guerra russo-ucraina sono state due scintille che hanno innescato un cambiamento mondiale a torto ritenuto improbabile. Con il malefico senno di poi, invece, bisogna riconoscere che i due eventi hanno profonde radici, sicchè la meraviglia per quanto accaduto dovrebbe invece cedere il passo alla triste constatazione che quasi nessuno è stato in grado di percepire con lucidità quanto covava sotto le ceneri, nonostante non mancassero i segnali premonitori.
I due eventi sono stati a tutti gli effetti un brusco richiamo alla realtà su molti fronti, ridefinendo le priorità. Molto marcato è l’effetto sul classico trilemma energetico (sicurezza, sostenibilità, equità), adesso sbilanciato per dare importanza prioritaria alla sicurezza.
Negli ultimi anni c’è stato un coro sempre crescente di promesse e impegni per decarbonizzare l’energia impiegata, onde contenere entro 1,5 °C prima del 2050 l’aumento della temperatura globale del Pianeta (rispetto ai livelli preindustriali). In realtà siamo messi alquanto male, perché l’aumento ha già raggiunto 1,1 °C. Quindi non rimangono molti margini.

Cosa bisognerebbe fare è noto e comprende l’ormai nota miscela di decarbonizzazione, rinnovabili, efficientamento. Il problema è che nessuno sa come fare in concreto per passare dalle promesse ai fatti senza provocare sconquassi socioeconomici. Mentre le sensibilità ambientali sono forti in Occidente, il baricentro geopolitico del mondo si è spostato verso Oriente, piagato dall’insufficiente sviluppo.

Alcuni punti sono diventati comunque più chiari. Mentre si raffreddano anche a Ovest i talebanismi ambientali, un maggiore realismo fa capire che nel breve periodo (almeno cinque anni) non c’è altra strada che affidarsi a soluzioni ampiamente collaudate. È fuori discussione che bisogna fare il più ampio ricorso alle rinnovabili, purché non si cada nella trappola di creare dipendenze ingestibili da pochi fornitori di materiali e componenti.

Intanto non è né credibile né sostenibile rinunziare immediatamente al carbone e al nucleare, né tanto meno al petrolio e al gas. Anche i Paesi che più avevano largheggiato nelle promesse verdi, nel marasma degli eventi bellici si sono adesso malinconicamente acconciati a riaccendere sinanco impianti a carbone già messi fuori servizio e a prolungare la vita delle centrali nucleari prossime allo spegnimento.

È stridente la divaricazione fra la spinta verso il particolare (ciascuno per sé) e la necessità di un approccio mondiale (senza sinergie non si ottengono effetti significativi sulla protezione ambientale). [...]

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