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Tra Mosca e San Pietroburgo la chiave per decifrare la crisi energetica Stampa E-mail

Tra Mosca e San Pietroburgo
la chiave per decifrare la crisi energetica

di Giuseppe Gatti


PURA VICENDA CONGIUNTURALE O ESPRESSIONE DI DISTORSIONI STRUTTURALI? FALLIMENTO DEL MERCATO O MANOVRA POLITICA? MENTRE È DEL TUTTO EVIDENTE LA PORTATA DELLA PIÙ GRAVE CRISI ENERGETICA CHE L’EUROPA SI TROVA AD AFFRONTARE DOPO IL PRIMO SHOCK PETROLIFERO, RIMANGONO DA CAPIRE LE CAUSE DI FONDO. ECCO I PASSAGGI SALIENTI DI QUESTA TEMPESTA PERFETTA

Secondo una leggenda metropolitana che da anni circola a Mosca, al Cremlino oltre alla famosa linea rossa di collegamento con la Casa Bianca, ci sarebbe una seconda linea diretta, considerata altrettanto vitale per la Russia: quella che unisce i palazzi della Piazza Rossa con il 16 di Nametkina Ulitsa, la massiccia sede in granito di Gazprom. Una linea che in questi giorni sarebbe incandescente. La leggenda andrebbe aggiornata, perché dal 4 agosto il quartier generale di Gazprom ha lasciato Mosca per San Pietroburgo, nell’avveniristico Lakhta Center, il nuovissimo grattacielo che con i suoi 462 metri è l’edificio più alto d’Europa.

C’è un implicito messaggio politico e simbolico in questo trasloco. Da un lato, le radici di Putin sono a San Pietroburgo ed è nell’antica capitale che il nuovo zar ha gettato le basi della sua scalata al potere. Da un altro, Gazprom è la più potente arma non convenzionale (improprio parlare di soft power) di cui dispone il governo russo, che in questi anni ne ha fatto sovente uso per risolvere a suo vantaggio i rapporti con vicini riottosi, come l’Ucraina, e per allargare la sua sfera d’influenza nei Balcani. Se si voleva una conferma della sostanziale identificazione di Gazprom con il Governo, la si è avuta con l’intervento in prima persona di Putin, il 7 ottobre, per smorzare l’esplosione dei prezzi che quel giorno aveva infiammato i mercati. È stato Putin, non il CEO di Gazprom, Aleksej Miller, ad annunciare che le forniture russe via Ucraina sarebbero state immediatamente aumentate dell’8 per cento, con un pronto ridimensionamento dei prezzi.

È insomma evidente che è tra Mosca e San Pietroburgo che dobbiamo cercare la chiave per capire quanto sta succedendo sui mercati energetici, in specie su quello del gas e a rimorchio su quello elettrico. Mentre infatti è del tutto evidente la portata della più grave crisi energetica che l’Europa si sia trovata ad affrontare, dopo il primo shock petrolifero del 1973 (almeno per quanto riguarda gli impatti economici), rimangono tuttora da capire le cause di fondo dello sconvolgimento in corso.



Ripercorriamo brevemente i passaggi salienti di questa tempesta perfetta o, se preferite, di questo tsunami. Con il graduale superamento della pandemia e la ripresa dei consumi energetici, a partire da gennaio i prezzi delle diverse commodity incominciano a lievitare. Ai primi del 2021 il Brent è sui 50 dollari/barile, il gas sul TTF (Title Transfer Facility, mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale, ndr) quota 19 euro/MWh e il PUN è a 60 euro/MWh. Inizialmente a salire è soprattutto il greggio, che ai primi di giugno segna un +40 per cento su gennaio e tocca i 70 dollari/barile e su questo livello le quotazioni si stabilizzano, dopo una puntata sui 75 dollari/barile, sino a fine settembre. Tenendo conto della ripresa della domanda, soprattutto nel Far East asiatico, sono aumenti comprensibili e da tempo si considerano i 70 dollari/barile come il prezzo “ragionevole” dell’oil, adeguato a garantire nuovi investimenti di ricerca. Il gas accompagna la curva ascendente del greggio a qualche distanza e in un primo tempo con aumenti relativamente limitati: i 19 euro/MWh di gennaio diventano 25 a inizio giugno e l’energia all’ingrosso (il PUN, per intenderci) sale da 60 a 73 euro/MWh, un aumento percentualmente rilevante ma non sconvolgente.

Da giugno in poi le cose cambiano. Il greggio ha terminato la sua corsa e inizia quella del gas che a fine luglio raddoppia e quotazioni di gennaio, con 40 euro/MWh che salgono a 50 un mese dopo e con un exploit eccezionale in settembre arrivano al 6 ottobre a 114 euro/MWh, quasi 6 volte il prezzo di inizio anno. L’intervento di Putin farà scendere in tre giorni il prezzo a 80 euro/MWh, che rimane comunque una quotazione stratosferica. L’energia elettrica ovviamente ha seguito il corso del gas, con una aggravante, data dal contemporaneo aumento del costo dei diritti di emissione, gli EU ETS, che nel corso del 2021 è venuto a raddoppiare passando dai 30 euro/tonnellata di gennaio ai 60 attuali. Un risultato voluto dalla Commissione Europea per stimolare le politiche di decarbonizzazione, ma raggiunto nel momento meno opportuno. Il PUN ha così superato i 100 euro/ MWh a fine giugno e con agosto è arrivato sui 140 euro/MWh per poi letteralmente esplodere a fine settembre, sfondando la barriera dei 200 euro per raggiungere, con il 7 ottobre, i 307 euro/MWh.

Da notare che questa fiammata non ha investito in particolare il mercato italiano: in contemporanea il base load sulla borsa tedesca è stato di 303 euro/MWh e su quella francese di 298 euro/MWh. Anche dopo la correzione intervenuta con l’annuncio di più consistenti forniture da parte di Gazprom, le quotazioni rimangono a livelli a dir poco anomali. Il prezzo medio del base load nella seconda settimana di ottobre è stato di 200 euro/MWh in Francia, di 188 euro/MWh in Germania e di 221 euro/MWh in Italia. Pura vicenda congiunturale o espressione di distorsioni strutturali? Fallimento del mercato o manovra politica? Prodotto della speculazione finanziaria o di squilibri geopolitici?



Uno degli aspetti più inquietanti della turbolenza che sta scuotendo i mercati è che sinora non si è trovata una risposta convincente sulle radici della crisi. Sul rincaro generale delle commodity, dall’acciaio al grano, ha pesato certamente – ma non più di tanto – la ripresa dopo il lockdown, in specie il rilancio dell’economia cinese, anche nel nostro caso per l’integrazione dei mercati del gas liquefatto, che un tempo erano rigidamente segmentati (area del Pacifico, del Golfo del Messico e dell’Atlantico) e che oggi sono cresciuti di dimensione ed esprimono un prezzo comune.Sempre guardando alla domanda, c’è stato certamente un aumento dei consumi nell’Europa continentale, anche perché l’inverno 2021 è stato particolarmente rigido e ha ridotto le scorte; ma se ovviamente siamo sopra i livelli del 2020 – quando i consumi energetici sono scesi a seconda dei Paesi tra il 5 e il 10 per cento – ci stiamo appena avvicinando ai livelli del 2019. In buona sostanza, è difficile attribuire lo squilibrio tra domanda e offerta, che indubbiamente si è verificato, ad una crescita abnorme dei consumi.

Dobbiamo allora guardare all’altro piatto della bilancia, quello dell’offerta, e lo sguardo allora va subito verso Mosca e ora a San Pietroburgo, perché è fuori discussione che si siano ridotti i flussi di esportazione dalla Russia verso l’Europa Continentale (parzialmente compensati da maggiori forniture verso i Balcani e l’Europa Centrale). L’interrogativo di fondo, a questo punto, riguarda le ragioni per cui Gazprom abbia ridotto le sue esportazioni. Problemi di produzione nella penisola di Yamal o invece criticità nella rete di gasdotti, come sostengono altri? Spericolata scelta commerciale o mossa politica per contrattare maggiori forniture con riduzioni delle sanzioni occidentali? ino a quando non saremo in grado di rispondere a queste domande sarà difficile disegnare una strategia adeguata a gestire la crisi. E infatti le proposte che vengono in questi giorni da Bruxelles sono estremamente deboli sul piano strutturale. Come dicevamo, la chiave per decifrare questo intreccio di problemi e di ipotesi si trova tra Mosca e San Pietroburgo, ma per venirne a capo non servono tanto analisi di politica energetica, quanto iniziative di politica estera. Ma è proprio la politica estera, purtroppo, il tallone d’Achille dell’Unione Europea.

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