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De Albertis: “Collaboriamo per costruire un futuro sostenibile” Stampa E-mail

De Albertis: “Collaboriamo per costruire
un futuro sostenibile”

di Paola Sesti


IL SETTORE DELLE COSTRUZIONI È CHIAMATO AD ASSUMERE UN RUOLO CENTRALE NELLA PARTITA DELLA TRANSIZIONE. RISPETTO ALL’IMPEGNO ECONOMICO – 107,7 MILIARDI – E ALLE ATTIVITÀ DA METTERE IN CANTIERE, LA FILIERA EDILIZIA È PRONTA ALLA SFIDA? RISPONDE REGINA DE ALBERTIS, PRESIDENTE DI ASSIMPREDIL ANCE

“Ancora di più, dopo quello che è successo, è chiaro a tutti che da soli non si può riuscire. Per cogliere – e vincere – le sfide che abbiamo davanti è necessaria la condivisione: di valori e di obiettivi”. Determinata e consapevole, competente e diretta. Questi tratti spiccano immediatamente quando si conversa con Regina De Albertis, presidente di Assimpredil ANCE, l’Associazione delle imprese edili di Milano, Lodi, Monza e Brianza. Che nel dialogo con Nuova Energia pronuncia più volte quelle che sembrano le parole d’ordine dettate dal momento presente: condivisione e collaborazione. “In questa fase decisiva per il Paese, il nostro settore – quello delle costruzioni, che per tanti anni è stato relegato in secondo piano – è chiamato a interpretare un ruolo centrale nella partita della transizione”.

Il Pnrr riserva il 48 per cento delle risorse proprio al vostro comparto – e il 40 per cento di queste riguarderà gli enti locali. Perché tanta attenzione?
Per vari motivi. Innanzitutto economici: insieme a tutta la filiera che attiva, il settore delle costruzioni rappresenta il 20 per cento del Pil. Inoltre, ogni euro investito qui ne genera tre, con un effetto moltiplicatore che ha un valore fondamentale per la ripresa economica italiana. Ma non solo. Per rendere il mondo più sostenibile dal punto di vista ambientale, l’edilizia è centrale; visto che la maggior parte degli edifici in cui viviamo è stata costruita prima dell’entrata in vigore della normativa sull’efficienza energetica (per non parlare di quella antisismica). C’è quindi anche un tema di sicurezza. In molti contesti del nostro territorio, inoltre, gli interventi di rigenerazione edilizia degli ambiti periferici delle città apportano un valore a tutto il contesto sociale su cui vanno ad agire, non solo ai singoli edifici. Infine, siamo il settore che realizza quelle infrastrutture che permettono al Paese di essere meglio collegato; il che significa essere più competitivo a livello europeo e mondiale. Abbiamo veramente un ruolo chiave, che per fortuna oggi ci è stato riconosciuto.

Partiamo da un po’ più lontano: nel 2015 oltre la metà delle abitazioni italiane aveva più di 40 anni e 8 milioni di immobili erano stati costruiti prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica. Che cosa è cambiato da allora?
Diciamo che in sei anni qualcosa è successo. La pandemia ha solo accelerato processi di rigenerazione che erano già in atto da tempo e senza alcun sostegno. Con l’Ecobonus prima e con il 110% poi, abbiamo portato all’attenzione dei cittadini l’opportunità di mettere mano all’efficientamento energetico del costruito. Si è trattato di una spinta concreta che ha permesso di far decollare la domanda. Se guardo a una città come Milano, la rigenerazione è partita da almeno 20 anni, dopo i pesanti fenomeni di dismissione industriale che hanno visto aree importanti da recuperare. Abbiamo dovuto aspettare la legge della Regione Lombardia sulla rigenerazione per vedere finalmente riconosciuta la diversità sostanziale tra interventi nuovi su aree non già costruite e interventi di demolizione e ricostruzione in contesti altamente urbanizzati. Purtroppo non siamo ancora riusciti a risolvere i conflitti tra visione regionale e comunale e attendiamo da mesi che si sblocchi il mercato del recupero delle aree dismesse.



Tra il 2008 e il 2015 le costruzioni hanno perso circa 69 miliardi di euro di investimenti e il mercato della nuova edilizia è calato del 66,5 per cento. Tutto questo, senza la complicazione del Covid. Come è stato il 2020 e come chiuderà il 2021?
L’indice Istat della produzione nelle costruzioni evidenzia come nei primi undici mesi del 2020 si è assistito a una diminuzione dell’8,9 per cento rispetto al 2019; andamento negativo che ha risentito in modo significativo delle conseguenze dei mesi di lockdown (-35,5 per cento di marzo e -68,9 per cento di aprile). I mesi estivi hanno consentito un graduale recupero, grazie all’allentamento delle misure restrittive per contenere la pandemia, ma non sufficiente per riportare in campo valori positivi. Le stime ANCE prevedono un +8,6 per cento degli investimenti in costruzioni, trainati principalmente dal comparto del recupero abitativo (+14 per cento) e dalla graduale ripresa delle attività nel non residenziale privato (+5 per cento) e nelle opere pubbliche (+7,7 per cento). Il 2021 potrebbe essere l’occasione per cambiare rotta, anche grazie alle opportunità rappresentate dal Superbonus e dal Recovery Plan.

A guardare i numeri, quello che fa la differenza è rigenerare l’esistente...
Da sempre le città si ricostruiscono su se stesse. Oggi la rigenerazione urbana è la grande opportunità per ridisegnare uno sviluppo sostenibile che sappia poggiare su tre gambe: ambiente, società, economia. Dalle città può nascere un nuovo modello di sviluppo che consentirà di trasformare il territorio, invertendo parametri di consumo delle risorse che per secoli sono stati alla base dei modelli di crescita. C’è stato un positivo salto culturale in questo senso: lo abbiamo fatto noi imprese, proponendo al mercato interventi di rigenerazione sostenibile, e lo hanno fatto i consumatori che hanno capito il valore di un prodotto inserito in un contesto territoriale di qualità.

Che cosa intendiamo esattamente quando parliamo di rigenerazione urbana sostenibile?
È in atto una vera rivoluzione nella value chain di un intervento immobiliare: si genera valore dalla capacità di innovare i processi in senso sostenibile. La svolta è aver posto la questione ambientale come una componente fondamentale insieme a quella sociale ed economica. Questa triangolazione ha concretamente messo a terra il cambiamento dei paradigmi di valutazione di redditività che per secoli hanno condizionato ogni sviluppo immobiliare. Se la sostenibilità economica è intesa come capacità di generare reddito e lavoro, la sostenibilità sociale garantisce condizioni di benessere equamente distribuite, e quella ambientale assicura qualità e riproducibilità delle risorse naturali. Ma per trasformare i territori serve una visione comune e la consapevolezza che il processo non riguarda solo gli edifici, ma anche l’economia, le comunità e gli ecosistemi.

Una pennellata di verde non basta. Che cosa serve affinché questi principi diventino parte di una nuova cultura di impresa ampiamente condivisa e non solo slogan di facciata?
Parto da un assunto fondamentale: la transizione ecologica indica una strada già nella sua definizione. Sappiamo bene che le imprese di costruzione si trovano a fronteggiare un rapidissimo cambiamento di aspettative nei loro riguardi. Per questo siamo partiti con un progetto sull’economia circolare che abbiamo chiamato cambio di passo; perché il settore deve realmente accelerare e capire come i temi ambientali e di sostenibilità impattano sui business. L’alfabetizzazione degli imprenditori e delle loro maestranze è un impegno e un’attenzione che caratterizza il progetto associativo in tutti i campi. Ma sappiamo che l’aula non basta: per poter consentire all’impresa di agire, abbiamo aperto una serie di sportelli di assistenza. Come quello sulla sostenibilità, che accompagna i soci verso l’uso dei criteri ESG che vengono richiesti dagli sviluppatori. Insomma, abbiamo raccolto la sfida.

Il quadro normativo nel quale siete chiamati a muovervi è complesso e di non facile lettura. Col Decreto Semplificazioni qualcosa si è mosso, ma non è sufficiente...
Il susseguirsi dei recenti provvedimenti normativi rivela l’esigenza di mettere mano nuovamente all’intera disciplina dei lavori pubblici, con un intervento organico che faciliti l’attività degli operatori. Tutti – stazioni appaltanti, imprese e professionisti – si trovano oggi in difficoltà a districarsi nel dedalo di norme che si è venuto a creare. Emerge una forte esigenza di semplificazione e di snellimento, che non si limiti a interventi temporanei ma che delinei una volta per tutte un sistema di regole chiare, a partire dalla qualificazione delle stazioni appaltanti e degli operatori. In questo senso, la Legge delega – che ha da poco incominciato il suo iter in Commissione lavori pubblici al Senato – contiene elementi da condividere e supportare, come la semplificazione delle procedure e l’attuazione dei principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale, in coerenza fra l’altro con il Pnrr.



Da più parti si sente dire che l’eccesso di burocrazia resta il problema centrale, vero ostacolo che blocca ogni tipo di intervento.
È così, ma credo ci sia un modo per risolvere la situazione: serve un nuovo patto di fiducia con la pubblica amministrazione. Nel settore pubblico per realizzare un’opera sopra i 3 milioni di euro ci vogliono in media più di 15 anni; quindi parliamo di tempi biblici... ANCE ha mappato prima della pandemia circa 750 cantieri fermi, di grandi e piccole dimensioni, per un valore di oltre 60 miliardi di euro, bloccati per problemi legati a rimpalli tra ministeri, ad autorizzazioni soggette a vari passaggi di controllo... È questo che crea una stagnazione totale. Nell’ambito privato è lo stesso. Quando acquisto un’area edificabile, prima di poter mettere la gru bene che vada passano due anni e mezzo. Anche qui, dunque, tempi lunghi. Questo nodo deve essere sciolto rapidamente; almeno sul versante pubblico, dal momento che buona parte dei fondi del Pnrr andranno per bandi pubblici. Ma anche nel privato abbiamo a disposizione molte risorse e realtà, anche straniere, disposte a investire nel nostro Paese.

Quale soluzione propone?
Crediamo sia necessario creare nuove forme di partenariato pubblico-privato. Perché è vero che con il Pnrr arriveranno tantissime risorse, ma di queste 2/3 sono a fondo perduto e 1/3 sono a debito. Ripeto, ci vuole un nuovo patto di fiducia. Anche l’imprenditore ha ormai capito che, oltre a creare valore per sè e per la propria impresa, è chiamato comunque a lasciare qualcosa alla collettività e al territorio. È giusto che sia così, in una logica nuova di condivisione. Ma per fare questo si deve stabilire un nuovo patto di fiducia ed è quello che chiediamo agli amministratori pubblici per i temi della rigenerazione urbana e delle infrastrutture. Solo collaborando si vince tutti.

L’interlocutore istituzionale spesso non conosce gli ostacoli né il modo per superarli.
Ed è proprio il supporto che noi vogliamo offrire! L’invito che come Associazione facciamo agli amministratori pubblici è: “Usateci!”. Perché la loro visione di città – in campagna elettorale o all’inizio d mandato – è uguale alla nostra, gli obiettivi sono gli stessi. Poi, però, è l’imprenditore a sapere nel concreto quali sono gli impedimenti che bloccano il raggiungimento di questi traguardi. Come associazione di categoria siamo a disposizione dell’ente locale: permetteteci di sedere insieme a un tavolo e capire insieme come risolverli, i problemi! Mi spiego con un esempio. A volte capita che per ottenere l’autorizzazione per un passo carraio si debba aspettare cinque mesi; cinque mesi che impediscono di poter rogitare magari 100 appartamenti. Può sembrare una follia andare a parlare a un sindaco di una bazzecola come è un passo carraio, ma sono le tante piccole co- se che, sommandosi, bloccano la riuscita del processo. Noi non siamo una controparte da controllare in ogni singolo passaggio, nell’idea che chi fa impresa voglia sempre e in ogni modo – mi passi il termine – fregarti. Non è così; vogliamo lavorare bene, certo per noi e per la nostra impresa ma anche per il bene della città dove operiamo.

Smettere di considerare l’impresa privata come colpevole fino a prova contraria è un messaggio che è arrivato al decisore pubblico?
Non ancora del tutto, devo dire. Ma abbiamo davanti una grande occasione perché il pubblico non ce la fa a mettersi in moto da solo e a usare tutte le risorse a disposizione. Abbiamo quindi tempi strettissimi per metterci a lavorare insieme, altrimenti falliremo il bersaglio e perderemo una grandissima opportunità per tutti. La circostanza ci permette inoltre di stabilire delle regole chiare che possano essere valide ed efficaci anche per il futuro. Dico questo perché noi italiani, rispetto agli altri Paesi, siamo straordinari a gestire la straordinarietà; bisogna però riuscire a fare le cose bene soprattutto nell’ordinarietà. Spero che questa sia l’occasione giusta per acquisire questa consapevolezza. Ogni crisi può essere un’opportunità per ripartire in un modo diverso; solo così riusciremo a fare quello che abbiamo in cuore di fare. Per dirla in altro modo e citando Papa Francesco, davvero “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla”.

Un altro ostacolo è dato dal consenso sociale. Molte opere, che andrebbero a beneficio della collettività, sono bloccate (alcune addirittura a livello di proposta) da piccoli gruppi di persone...
Si, succede. Per questo stiamo lavorando con forza a un rebranding del nostro settore, una riqualificazione dell’immagine non solo a livello istituzionale ma anche di accettabilità sociale. La signora Maria vede ancora il costruttore edile come il palazzinaro cattivo. Vive ancora il pregiudizio che la sostenibilità sia in contrasto con il costruire; non è così. Anzi, è il nostro settore che permette di creare un mondo più sostenibile. Anche su questo dobbiamo fare un grandissimo lavoro di rebranding. Però tutto questo ha bisogno di un nuovo approccio, di un cambiamento culturale.

Lavorare sulla cultura implica tempi lunghi.
È vero, ma se non si parte non si può riuscire a raggiungere il traguardo. Oggi tutto va molto più veloce; il Covid, ad esempio, ha accelerato tanti processi che erano già in atto e che magari avrebbero avuto uno sviluppo più lento. Sarà un passaggio culturale complesso, non lo nego; ma secondo me oggi la società è un po’ più veloce rispetto al passato nel cogliere e far proprio il cambiamento. Sicuramente non è un percorso semplice: non si realizza con uno schiocco di dita, non c’è una legge che mi intima di cambiare mentalità...

Come sono stati rapidi in altri ambiti, è plausibile che anche i processi culturali si velocizzino?
È quello che spero, magari aiutati anche dai risultati ottenuti. Questa deve essere l’abilità delle imprese e della pubblica amministrazione, che lavorano insieme e offrono una visione comune, creando sinergie per raggiungerla: far vedere i risultati raggiunti che ricadono positivamente sulla collettività. In questo modo la società civile ha più facilità a rendersi conto dei benefici che può generare un cambio di abitudini e di mentalità. A volte è la pazienza che manca e – soprattutto a livello politico – la ricerca spasmodica del consenso elettorale blocca la visione di lungo periodo, che è invece più che mai necessaria in questo momento.

Il Superbonus è una misura importante, che forse però necessita ancora di alcuni accorgimenti. Qual è il vostro punto di vista?
Il Superbonus è un’agevolazione che sta trainando il comparto della riqualificazione energetica e della messa in sicurezza degli edifici. Serve tuttavia un’azione decisiva che permetta una proroga immediata sino al 2023 e a una sua semplificazione. A nostro parere rappresenta infatti uno strumento unico per avviare un concreto processo di sviluppo sostenibile e di miglioramento ambientale (non a caso, è citato dalla Commissione come esempio di misura per attuare il Green Deal), di rapido rilancio e di crescita del Pil e di occupazione, di valorizzazione e di miglioramento della qualità del nostro patrimonio immobiliare.

Sembra una banalità, ma progettare e costruire bene costa di più che il contrario. Oggi non è più possibile non tener conto della prestazione energetica di un edificio, del comfort, della salubrità, della sicurezza. Eppure talvolta ancora accade...
Oggi nessuno costruisce edifici che non siano in classe A, antisismici, con prestazioni elevate sotto tutti i profili, anche quello ambientale. È un dato di fatto: questi prodotti si vendono, gli altri no. È un luogo comune stantio quello del costruttore edile che risparmia sulla qualità dei materiali e chiude un occhio sulla sicurezza: chi costruisce male finisce male! Il settore non è più quello di una volta: abbiamo digitalizzato il progetto, virtualizzato il cantiere, operiamo con sistemi evoluti di monitoraggio attraverso la rapida diffusione della sensoristica. Ribadisco che, oggi, quello del nuovo è solo un mercato di prodotti in classe A, domotizzato e a bassi consumi, non solo di energia ma anche di acqua. È un mercato in crescita ma di gran lunga più piccolo di quello della ristrutturazione anche energetica del costruito. Credo che il vero salto sarà legato proprio alla capacità della pubblica amministrazione di sfruttare l’occasione offerta dagli incentivi fiscali e dai fondi del Pnrr per mettere mano al patrimonio di housing sociale: un patrimonio ingente che versa da anni in uno stato di profondo degrado e che, con piacere, vedo finalmente in movimento.

Ci sono ancora situazioni limite?
Sì, certamente, ma sono prevalentemente legate a quei cantieri fantasma che nemmeno hanno affisso fuori i cartelli di segnalazione dei lavori. Da anni abbiamo proposto al Comune di Milano un sistema digitale, una piattaforma per il controllo dei cantieri che permetterebbe di far emergere le situazioni irregolari. Speriamo che nei prossimi cinque anni l’Amministrazione dedichi più attenzione a questa proposta, che arriva condivisa con le organizzioni sindacali delle costruzioni attraverso i nostri enti bilaterali.

La revisione del sistema ETS prevede l’estensione dello scambio di quote di emissioni anche agli edifici, una sorta di carbon tax sui consumi residenziali. Lo strumento dovrebbe fornire finanziamenti per aumentare l’efficienza energetica degli edifici, decarbonizzando riscaldamento e raffrescamento anche grazie all’integrazione con le rinnovabili. Come vede questa proposta il settore delle costruzioni?
È un tema su cui stiamo lavorando, consapevoli che la rigenerazione del costruito è anche rigenerazione energetica. Da tempo si parla di quartieri a impatto zero ma al momento sono pochi e molto sperimentali. Se un tempo il costruttore poteva non interessarsi al tipo di energia che avrebbe alimentato l’opera finita, oggi non è più così. Comunità energetiche, integrazione di impianti di produzione da rinnovabili, decarbonizzazione di tutto il ciclo di vita dell’edificio sono già i temi del presente, e non del futuro, per chi vuole affrontare la sfida delle costruzioni sostenibili.

Stiamo assistendo a un preoccupante e generalizzato aumento delle materie prime, causato in parte dall’esplosione della domanda unita a fenomeni speculativi. Dal vostro osservatorio privilegiato, come leggete questo fenomeno?
È un paradosso inaccettabile che ci deve mettere in guardia. C’è il rischio concreto che le opere del Pnrr e gli interventi privati relativi al Superbonus non si realizzino nei tempi stabiliti, trasformando in un fuoco di paglia la ripresa economica in atto. L’aumento dei prezzi è un grandissimo problema. A livello governativo qualcosa è stato fatto; è stato previsto un fondo aggiuntivo da 100 milioni di euro per ristorare le imprese che hanno avuto un esborso per materie prime nel primo semestre del 2021, qualora non bastassero le riserve e le basi d’asta. È un grande segnale. Ora vedremo che cosa faranno per il secondo semestre. Da ANCE è stata più volte avanzata la richiesta affinché il Governo si attivi immediatamente anche a livello europeo, per chiedere una sospensione dei vincoli all’importazione dell’acciaio. In questo modo si permetterà di non dare ulteriore spazio a speculazioni che già stanno mettendo in ginocchio le imprese, e si garantirà il proseguimento della ripresa delle attività economiche.



Anche materiali e manodopera qualificata scarseggiano...
Con il Superbonus mancano cappotti, isolanti, c’è carenza di acciaio e ferro, non ci sono più ponteggi. È un momento complicato e di grandi difficoltà che vanno però risolte al più presto, perché c’è una grandissima euforia sul mercato con quello che ci si aspetta dai fondi del Pnrr. Sui ponteggi che scarseggiano c’è un paradosso burocratico: potremmo acquistarli da Paesi come la Spagna o la Germania, ma è necessaria un’autorizzazione che passa dal Ministero del Lavoro. Ministero che è intasato dalle numerosissime richieste. Conclusione? Siamo fermi.

Dei circa 222 miliardi di investimenti previsti dal Pnrr, ben 107,7 interesseranno l’edilizia. Rispetto all’impegno economico e alle attività da mettere in cantiere, il settore è pronto in termini di competenze e di servizi, oltre che di numero di realtà di dimensioni adeguate, vista la grande frammentazione del mercato?
È inutile negare che siamo preoccupati per una serie di questioni. La dimensione media delle imprese di costruzione è sotto i cinque dipendenti, e stiamo parlando di quasi un milione di imprese a livello Italia. In questi numeri vanno certamente ricomprese le imprese artigiane e le partite IVA, ma indiscutibilmente la dimensione è un problema e le aggregazioni ancora troppo poche. Quindi, come prevede l’UE, la necessità di introdurre premialità per le grandi realtà che si portano dietro nell’appalto le PMI è concreta, come lo è la necessità di dimensionare l’offerta pubblica al tessuto economico italiano delle costruzioni, con appalti di lotti più piccoli. Per tutti in questo momento c’è anche un fabbisogno di maestranze qualificate a tutti i livelli: tecnici sì, ma anche di operai.

Manca manodopera qualificata o mancano percorsi abilitanti? O forse manca il desiderio di prestare la propria opera con le mani?
Questo è un altro tema su cui dobbiamo lavorare – e tanto! – e che non riguarda solo il nostro settore. Parlo della necessità di percorsi formativi che invoglino i giovani a venire a lavorare con noi. Oggi un ragazzo di sedici anni sogna di fare il barista, non gli passa minimamente per la testa di essere impiegato in un’impresa di costruzioni o in un’azienda manifatturiera. Credo sia importante far tornare l’amore per quello che è il costruire, uno dei valori fondamentali del nostro Paese.

Secondo alcuni, la cosa peggiore che potremmo fare con i fondi del Pnrr è non sviluppare ricerca e innovazione, diventando una colonia tecnologica di altri Paesi. Che cosa significa digitalizzare e innovare in edilizia?
Vuol dire agire sui processi e sui prodotti. Significa introdurre nella value chain un nuovo paradigma di relazioni di filiera, guardare a contratti collaborativi come nuovo modello di costruzione del valore. Il nostro settore è più difficile di altri da industria- lizzare, proprio per le sue caratteristiche tipiche. Però stiamo facendo un grandissimo lavoro, anche noi come Associazione, sia per cambiare i processi produttivi all’interno delle aziende, sia i prodotti che queste vanno a offrire sul mercato e che hanno caratteristiche prestazionali sempre più alte.

E sul fronte della ricerca?
Anche questa va fatta in sinergia con tutta la filiera. Spesso è il mondo della produzione a svolgere attività di ricerca, non solo sul prodotto ma anche sulle modalità operative e tecniche. Gli assemblatori rappresentano poi la parte operativa, coloro che applicano in concreto i risultati e verificano se effettivamente funzionano. È anche vero che la singola impresa edile, tipicamente di taglia medio-piccola, ha più difficoltà ad accostarsi all’attività di ricerca, che in Italia è tarata sulle grandi dimensioni. Registriamo quindi uno scollamento che noi, come Associazione, cerchiamo di eliminare. Oltre che sui prodotti, stiamo lavorando anche su nuove soluzioni per rendere il costruito più efficiente, senza doverlo per forza demolire. Purtroppo, tutte queste attività ancora non sono percepite e riconosciute al di fuori del settore.

Elettrificare gli usi finali è una delle strade per la decarbonizzazione: mobilità, servizi, ma anche i consumi delle (e nelle) abitazioni. Questo come si traduce nella progettazione e nella riqualificazione?
Per decarbonizzare davvero, oltre a elettrificare gli usi finali (magari con energia da rinnovabili!), occorre prima di tutto un lavoro di responsabilità. Il ciclo di vita dell’edificio qual è? Certo non comprende solo il processo di progettazione-costruzione-consegna, ma parte dalla produzione dei materiali che lo costituiscono e si amplia alla gestione fino al suo smaltimento finale. E il tema energetico, prestazionale, è centrale in tutti i progetti. Per questo a noi piace parlare di filiera edilizia: se ognuno fa la propria parte, i risultati saranno enormi perché l’edilizia è responsabile di quasi il 40 per cento delle emissioni totali di CO2. Ma serve un dialogo schietto e costruttivo con tutti gli attori della filiera.

Una risorsa ancora più essenziale è quella idrica, la cui gestione nel nostro Paese non sempre brilla per efficienza, modernizzazione e razionalità. Come si può migliorare l’uso dell’acqua nelle costruzioni e nel costruito?
Il passaggio dalla costruzione tradizionale a quella a secco è in atto e alcune lavorazioni si fanno già attraverso l’assemblaggio di moduli prefabbricati. Con l’Università Bocconi abbiamo realizzato un modello di misurazione della gestione del cantiere e i consumi di acqua sono uno dei primi punti di rilevamento; questo ci consente di effettuare una riduzione a monte, una efficace raccolta della risorsa idrica e, infine, il recupero a valle. Anche le normative specifiche e molto stringenti che dobbiamo rispettare in cantiere aiutano le scelte strategiche ambientali.

Insomma, siamo a un bivio decisivo.
Assolutamente sì. Il nostro settore è chiamato a riconfigurare i processi tecnologici e organizzativi, per recuperare capacità competitiva in un mercato che è sempre più consapevole e selettivo. Ma tutto dipenderà dalla collaborazione che riusciremo a creare con la pubblica amministrazione, con le realtà associative e tra le imprese. Gli obiettivi sono comuni, gli interessi congiunti: non ci resta che lavorare, insieme.



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