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La neutralità carbonica non è un free lunch Stampa E-mail

La neutralità carbonica non è un free lunch

di Giuseppe Gatti


NESSUN PAESE, SINGOLARMENTE PRESO, È IN GRADO DI OFFRIRE RISPOSTE ADEGUATE. SOLO UNA SOLIDARIETÀ COLLETTIVA PUÒ CERCARE DI CORREGGERE LA TRAIETTORIA DI UNA LINEA DI SVILUPPO CHE CI PORTA A SBATTERE CONTRO GLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Che Ursula von der Leyen intendesse caratterizzare la sua presidenza nel segno della transizione ecologica è stato subito evidente e bisogna darle atto di aver saputo condurre con indubbia capacità non solo la Commissione, ma anche, impresa ben più ardua, trainare a rimorchio il Consiglio Europeo (cioè gli Stati) nel Green Deal, su cui si sta fondando il rilancio complessivo della costruzione europea. La transizione energetico-ambientale è diventata così l’asse portante della possibile trasformazione della struttura istituzionale della Comunità, da prevalentemente intergovernativa a tendenzialmente federale.

Gli aspetti federali sono emersi con forza nel Recovery Plan con la mutualizzazione del debito a finanziamento del Next Generation EU e corrisponde a questo obiettivo anche la drammatizzazione della problematica ambientale. Quanto più è ardua la sfida, tanto più è evidente che nessun Paese, singolarmente preso, è in grado di offrire risposte adeguate e che solo una solidarietà collettiva può cercare di correggere la traiettoria di una linea di sviluppo che ci porta a sbattere contro gli effetti del cambiamento climatico. Ecco allora Fit for 55. Nel titolo stesso del pacchetto energetico-ambientale lanciato dalla Commissione Europea lo scorso 14 luglio è racchiusa l’ambizione degli obiettivi assunti.

Partiamo da quello finale: raggiungere in Europa al 2050 la neutralità carbonica, cioè avere una Europa con emissioni di gas serra pari a zero. Venendo a ritroso dal 2050 si sono individuati i traguardi intermedi. 2035: stop all’immatricolazione di nuove autovetture a benzina e gasolio (quindici anni quindi per smaltire il parco circolante). 2030: abbattimento delle emissioni climalteranti del 55 per cento rispetto ai livelli del 1990, riduzione del 55 per cento delle emissioni degli autoveicoli e del 50 per cento per i veicoli pesanti, copertura con fonti rinnovabili del 40 per cento dei consumi finali di energia.

Per avere un’idea dello sforzo richiesto dal raggiungimento di questi obiettivi basta considerare che al 2020 la riduzione delle emissioni sul 1990 è stata del 23 per cento, coniugando questo risultato con una crescita economica del 60 per cento. In soli dieci anni dovremmo ora arrivare al 55 per cento. Così per l’apporto delle rinnovabili siamo intorno al 20 per cento dei consumi finali e si vuole raddoppiare questa quota al 2030. Così per l’efficienza energetica l’asticella fissata al 30 per cento solo nel 2020 viene ora alzata, puntando a una riduzione dei consumi energetici (sempre rispetto al 1990) del 36-39 per cento.

La strategia per raggiungere questi obiettivi è ancora in larga parte da declinare. La Commissione per parte sua mette sul tavolo 600 miliardi di euro a sostegno delle politiche da sviluppare, che rimangono però per lo più nella responsabilità dei governi nazionali e al momento ancora non sono quantificati gli obiettivi per ogni singolo Paese. Dovremo comunque rivedere al rialzo le stime sinora formulate e su cui si sono fondati prima il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) di gennaio 2020, e ora il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In base agli impegni già assunti e agli obiettivi dichiarati da qui al 2030 l’Italia dovrebbe disporre di circa 20 GW di eolico, raddoppiando gli 11 GW attuali, e di 50-60 GW di fotovoltaico a fronte dei 21 GW di oggi. Si tratta di installare 5 GW l’anno: peccato che lo scorso anno i GW installati siano stati solo 0,8 e la differenza abissale tra realizzato e atteso ci dice quanto sia arduo il cammino da percorrere.

Non è per altro impossibile, come si è visto nel 2010-2011 quando sono entrati in rete più di 6 GW. Il guaio è che a quei risultati si è arrivati con misure di incentivazione particolarmente onerose che hanno portato a caricare la bolletta elettrica di 15 miliardi di euro l’anno a sostegno delle rinnovabili. Non è detto che le pur necessarie semplificazioni normative e gli snellimenti burocratici cui punta il PNRR siano sufficienti a consentire di raggiungere il traguardo e non si renda invece necessario lanciare nuovamente un più robusto e costoso sistema di incentivazione. Quello che deve essere chiaro – e va dato atto al Ministro Cingolani di averlo esplicitamente dichiarato, con apprezzabile onestà intellettuale – è che la transizione ecologica non è un free lunch, ma anzi si paga a caro prezzo. Non esistono d’altra parte grandi alternative.

Gli effetti devastanti del climate change sono sotto i nostri occhi, per quanto probabilmente non tutte le cause siano riconducibili a fattori antropici. Come per i secoli caldi intorno al 1000, quando Erik il Rosso battezzò Terra Verde l’odierna Groenlandia, e poi per la piccola era glaciale che dal 1300 si è protratta sino a metà ‘800, è difficile attribuirne l’origine all’opera dell’uomo, così oggi è probabile si uniscano all’elemento umano anche fattori naturali incontrollabili. Non abbiamo comunque altri strumenti di difesa, se non quello di abbattere per quanto possibile i gas climalteranti.

Questo non vuol dire, a mio avviso, puntare solo sulle rinnovabili. Bisogna insieme sviluppare tecnologie di decarbonizzazione, la CCS (Cattura e Stoccaggio del Carbonio) come le CCU (Cattura e Utilizzazione del Carbonio) che possono consentirci di continuare a utilizzare i fossili eliminando gli effetti negativi della CO2. Queste linee di ricerca possono poi consentire di aggirare la grande barriera che rende oggi impraticabile consegnarsi unicamente alle rinnovabili. Mi riferisco al tema dell’accumulo, senza il quale non possiamo affidarci a fonti che sono disponibili per non più di 1.500-2.500 ore (quando va bene) sulle 8.760 dell’anno. Bisogna insomma diversificare le linee di ricerca e intensificare gli impegni nelle tecnologie alternative, per non rendersi prigionieri delle rinnovabili non programmabili.

Mentre è abbastanza chiaro il percorso che il Green Deal propone sino al 2030 – sviluppo delle rinnovabili, ricerca sull’idrogeno e sulle tecnologie alternative, ruolo di supporto del termoelettrico a gas – rimangono invece un’incognita quali possano essere i passaggi tra il 2030 e il 2050 che consentano la piena neutralità carbonica. Abbiamo alcuni spezzoni di discorso: l’efficientamento degli edifici, come l’elettrificazione spinta in tutte le possibili applicazioni, a partire dalla mobilità. Siamo però ancora come nelle mappe medioevali, con i mostri marini oltre le Colonne d’Ercole, Gog e Magog sui monti del Caucaso e hic abundant leones alle fonti del Nilo. La rotta per incontrare Carbon Zero rimane ancora tutta da tracciare, ma intanto il Green Deal diventa il cantiere della costruzione europea.

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