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Il coraggio, uno non se lo può dare. Ma non è il momento dell’inglesorum Stampa E-mail

Il coraggio, uno non se lo può dare.
Ma non è il momento dell’
inglesorum

di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino


Mediaticamente la transizione energetica è diventata sempre più invasiva. Abbondano dappertutto seminari (ormai solo webinar), riflessioni più o meno azzardate e piani pieni di promesse.


Sotto l’ombrello della protezione ambientale e della decarbonizzazione i capisaldi sono sempre gli stessi: energie rinnovabili, e-mobility e, ultimamente, idrogeno. Dopo la Conferenza di Parigi del 2015 c’è stato un fiorire di programmi per ridurre l’emissione di gas inquinanti. Purtroppo, i risultati non sono stati sin qui quelli auspicati perché, nonostante gli sforzi mondiali, le emissioni globali sono aumentate, anziché diminuire. Perciò c’è anche chi si chiede (non a torto) se la transizione energetica sia effettivamente iniziata.
La tendenza è però inarrestabile. A breve anche gli USA post-Trump rientreranno nell’Accordo di Parigi, mentre il Vecchio Continente rimane saldamente in prima fila in questa lotta per preservare il Pianeta, ponendosi obiettivi sempre più ambiziosi.

La Gran Bretagna di Boris Johnson, ad esempio, ha stilato un programma in dieci punti, molto comprensibile e concreto, con decisioni politiche forti, secondo il pragmatico stile anglosassone. Si prevede il divieto per le vendite di auto ad alimentazione convenzionale entro il 2030, a favore della mobilità elettrica, con buona pace delle perplessità tecnico-economiche. Si investe pesantemente sulla riforestazione e, anziché sull’idrogeno verde (ottenuto con energia elettrica da rinnovabili), si punta sull’idrogeno blu ricavato da una nuova generazione nucleare, sulla falsariga dei programmi giapponesi e sudcoreani. L’idrogeno nero, quello ottenuto da energie fossili, non sembra avere invece grandi prospettive.

Così, la Rolls Royce si è messa alla testa di un consorzio tutto britannico, che prevede di installare 16 mini-centrali nucleari da qualche centinaia di MW ciascuna, con inizio della messa in servizio entro il 2029. La sfida sottostante è quella di trasformare la costruzione di questi mini-impianti in un prodotto modulare industriale, realizzato in gran parte in fabbrica e poi completato sul posto, con una notevole riduzione dei costi richiesti da una centrale nucleare “classica”. Molto dettagliato e pragmatico è anche il Germany’s Renewable Energy Act 2021, il programma tedesco che prevede di puntare in modo deciso sul fotovoltaico e sull’eolico, con un coinvolgimento anche dei consumatori.

Tanto per dare un’idea, per aumentare gli impianti fotovoltaici sui tetti si prevede di rendere attraenti gli investimenti anche per gli inquilini.
Analogo impulso è previsto per la mobilità elettrica, con abbandono dei motori tradizionali entro il 2030. E decisivo è stato il contributo tedesco anche per la rinascita dell’idrogeno, soprattutto per i trasporti pesanti.
Venendo alla Francia, anch’essa ha lanciato il suo piano post-Covid per la transizione energetica, pianificando 30 miliardi di euro, con largo spazio alla ricerca per la produzione di idrogeno verde. Sono nazioni, queste, che hanno il vizio di programmare per tempo, con una credibilità consolidata dal fatto che i fatti seguono di regola i programmi, e in tempi ragionevoli. [...]

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