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Torpedo blu (Giorgio Gaber) Stampa E-mail

Torpedo blu (Giorgio Gaber)

di FRANCESCO LEPRE Visita il profilo LinkedIn


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Facciamo due conti in punta di penna. Quanto tempo passiamo sulla nostra auto? Ci sono strade, soprattutto nelle grandi città, dove il traffico in determinate ore del giorno è cronico.


Chi, vivendo nella Capitale, non conosce il celeberrimo viadotto della Magliana? Chiedere a un romano di attraversarlo nelle ore di punta è come chiedere a un genovese se nel pesto ci va la panna… una ferita insanabile!
Un serpentone composto da cinque chilometri di auto che transitano a una velocità media di 5, 10 chilometri orari, se va bene. Perché se il traffico è intenso, c’è tutto il tempo per fare amicizia con il vicino di auto. Tutto questo per almeno un’ora e mezzo al mattino e un’ora e mezzo al pomeriggio.

Esistono diversi modelli utilizzati nella pianificazione e controllo dei trasporti ma, volendo basarci su ipotesi semplici di andatura uguale per tutte le auto, possiamo calcolare lo spazio medio occupato da ogni macchina (compreso anche di distanza di sicurezza) in transito alla velocità di 7,5 chilometri all’ora. Poi, moltiplichiamo il tutto per due corsie e troveremo le auto che transitano: oltre quattromila. Tutto questo solo la mattina, in una sola strada!

Un’ulteriore considerazione va fatta sul numero medio di persone occupanti ogni auto che, nelle ore di punta dei giorni feriali, è pari a circa uno virgola un’
anticchia (dove l’anticchia nella maggior parte dei casi è rappresentata da un bimbo imbrigliato sul suo seggiolino, intento a guardare le nocche bianche di nervosismo delle mani di mamma o papà strette sul volante). Insomma, un’ora per percorrere cinque chilometri. E non ci addentriamo sul tema emissioni CO2, comunque facilmente calcolabili: internet è piena di tabelle al riguardo.

Infine, un collega che arriva in ufficio dopo avere trascorso un’ora nel traffico è più furioso di un toro di fronte a un torero che balla il flamenco con maracas e drappo rosso. Meglio lasciarlo stare, credetemi! Ha senso tutto questo? Nell’immediato dopoguerra ci trovammo a dovere decidere che tipo di Italia avremmo voluto essere. E la scelta riguardò anche il nostro modo di muoverci. All’interno delle città, all’interno del Paese. Scegliemmo la privatizzazione, soprattutto. Certo, i mezzi di trasporto pubblici non potevano mancare, ma la nostra auto divenne prima un mezzo di trasporto sinonimo di libertà e poi uno
status symbol. [...]

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