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Della Vedova: "Decarbonizzazione e PNIEC? È ora di passare all’azione" Stampa E-mail

Della Vedova:“Decarbonizzazione e PNIEC?
È ora di passare all’azione”

di MASSIMO VENTURA


Prosegue il confronto con alcuni esponenti della classe politica per affrontare i temi caldi della situazione energetica italiana. Decarbonizzazione, PNIEC, transizione energetica, sostenibilità ambientale...

...con una attenzione particolare alle azioni da mettere in campo per centrare gli obiettivi - sempre più ambiziosi ma anche sempre più prossimi - al 2030 e al 2050. Ad accogliere l’invito di Nuova Energia questa volta è Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa e già Sottosegretario per gli Affari esteri nei governi Renzi e Gentiloni, che incontriamo in una giornata uggiosa che ci apre le porte all’autunno.


Green Deal e PNIEC. Per andare oltre una mera dichiarazione di intenti, quali interventi sono necessari e urgenti - e attraverso quali traiettorie - per conseguire gli obiettivi sfidanti al 2030 e al 2050?
L’elemento che costituisce la barriera forse più critica alla realizzazione degli investimenti previsti nel PNIEC in termini di energie rinnovabili è la capacità del sistema istituzionale e burocratico di guidare e autorizzare gli impianti necessari. Parliamo di una quantità di siti distribuiti di produzione, soprattutto fotovoltaica ed eolica, difficili da costruire se non migliorerà il funzionamento del processo autorizzativo (reso complesso dalla concorrenza Stato-Regioni) e l’efficacia decisionale degli uffici della Pubblica Amministrazione.

Il mondo cambia a una velocità impressionante e la crisi che stiamo attraversando ha acuito questo fenomeno. Forse anche in tema di energia e ambiente serve ora il coraggio di prendersi alcune responsabilità, o meglio una comune responsabilità. La nostra classe dirigente è pronta ad abbandonare la demagogia e a collaborare per affrontare una riflessione seria che porti a proposte concrete?

Più che abbandonare la demagogia, io direi passare dalle parole all’azione. Non c’è forza politica che non si dichiari pro-ambiente e pro-sostenibilità. Ma quando si tratta di pensare alle riforme (fiscali, per esempio) necessarie a favorire la transizione, non mi sembra che ci sia molta capacità d’azione. La conversione ecologica conviene, ma nel breve periodo costa. È promettente, comprende opportunità ma anche rinunce, per esempio la fine di alcune rendite dannose all’ambiente e all’innovazione. È proprio riguardo a questi casi critici che un Governo deve mostrarsi efficace: convincere la società che un obiettivo è complessivamente vantaggioso e salvaguardare ragionevolmente le categorie che nell’immediato sono chiamate a fare gli sforzi maggiori.

Quando si parla di sviluppo sostenibile, spesso è presente il rischio di centrare il problema solo sulla sostenibilità ambientale, trascurando o addirittura eliminando altri fattori in gioco come la sostenibilità economica e quella sociale. Cosa fare affinché ci sia una maggiore aderenza alla realtà di Piani nazionali, provvedimenti e decreti?

Se posso permettermi, è un rischio che noi di Più Europa non stiamo affatto correndo. La nostra iniziativa Figli costituenti per inserire il principio di equità generazionale in Costituzione, parte dall’idea che sostenibilità ambientale, economica (debito pubblico) e sociale (ambiente competitivo e welfare efficace) non possono essere disgiunti.
La sostenibilità ecologica è anche sostenibilità economica, purché quest’ultima tenga in conto i costi e i benefici delle ricadute ambientali di una decisione di investimento (o di uso di risorse). Tutta la nostra proposta ecologista si colloca in questo quadro. Che è anche l’unico concreto. L’antieconomicismo di un approccio ambientalista basato su no pregiudiziali, con i suoi corollari di ostilità o diffidenza nei confronti del profitto, della finanza, della grande impresa privata, va superato di slancio per potere portare le forze ecologiste in Italia al livello di consenso che hanno in altri Paesi simili al nostro, e consente di sfidare gli approcci tesi a minimizzare gli allarmi e rinviare il contrasto alle emergenze climatiche e ambientali.

“L’economia circolare non si fa senza gli impianti”. Come si coniuga questa affermazione con la Sindrome Nimby, con l’estrema frammentazione delle politiche ambientali territoriali, con la lentezza burocratica che mina la certezza agli investimenti...

La sindrome Nimby non è solo atavica irrazionale diffidenza, purtroppo. È anche la reazione di autodifesa preventiva e drastica alla mancanza di fiducia nelle istituzioni dello Stato. Se non ritengo che le agenzie pubbliche abbiano la forza di controllare le emissioni di una ciminiera, io preferisco non averla vicino a casa. Il Nimby si supera non solo facendo informazione, ma anche garantendo ai cittadini i giusti presidi, l’enforcement delle norme ambientali.[...]

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