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Istruzione e giustizia, la speranza di riscatto per il Paese passa da qui Stampa E-mail

Istruzione e giustizia, la speranza
di riscatto per il Paese passa da qui

di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino


Neanche il Coronavirus è sin qui riuscito a scuotere il Paese dalle sabbie mobili del soporifero abbandono a un lento e continuo declino.

Eppure, mai come adesso sarebbe essenziale ritrovare una capacità di riscatto minimamente adeguata alle necessità. Invece le tragedie italiche hanno sempre un risvolto da avanspettacolo per una tristemente comica commedia dell’arte. Il Covid ha colpito duramente le prospettive economiche. Ci vorranno tanti sacrifici e tanti debiti per risollevarsi. Ma non è solo questione di soldi.
Il Paese è eticamente e politicamente sfibrato. Ci sono aspetti assolutamente basilari che condizionano gravemente ogni possibilità di riscatto: primi fra essi, l’istruzione e la giustizia.

Il Covid ha sottoposto il sistema dell’istruzione a uno stress test pesantissimo, mettendo in evidenza l’arretratezza delle infrastrutture. Nonostante l’ovvio peana sull’importanza dell’istruzione e della ricerca, il nostro sistema è in uno stato pietoso, confermato dai confronti internazionali. Certo non mancano le lodevoli eccezioni, ma il risultato complessivo è disastroso. Competiamo sempre per gli ultimi posti nelle classifiche internazionali. Sono stato di recente in una regione del profondo Sud, dove ho potuto dialogare con alcuni docenti per capire meglio gli effetti reali del Covid. È venuto fuori uno scenario da lasciare rabbrividiti.


La buona volontà non è mancata; molti, anche se digiuni di qualsivoglia esperienza informatica, si sono dati da fare per mettere in piedi un’inedita didattica a distanza, In tante zone, però, Internet funziona a singhiozzo.
Molte famiglie sono prive di dispositivi informatici. Si è andati avanti a ranghi ridotti. Se in tutta Italia almeno il 30 per cento degli allievi ha perso le lezioni, al Sud le percentuali sono lievitate paurosamente. Ciò nonostante, i risultati degli esami sono stati spettacolari. Non ho dati statistici, ma dal piccolo campione che ho potuto constatare c’è stata una esplosione di ottimi voti, grazie a novità introdotte nel conteggio dei crediti e nell’algoritmo per il calcolo del voto finale. Poco male. In un momento eccezionale come quello pandemico, non è certo questo che provoca grandi mal di testa.

I dati OCSE sono impietosi, come riportato in una recentissima ricerca Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). Nell’anno 2019- 2020 la situazione pre-virus ha registrato una platea di adulti (30-34 anni) con istruzione universitaria del 34 per cento, ben al disotto della media europea del 46 per cento. Abbiamo un numero di laureati ridicolmente basso.
Le prospettive per le nuove leve sono sconfortanti. Fra i giovani che hanno completato gli studi secondari, i giovani diciannovenni iscritti nel 2019 all’Università hanno raggiunto a malapena il 55 per cento, contro il 66 per cento della Francia, il 68 della Germania e il 73 per cento della Spagna.
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