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Le sorti della transizione in mano all’innovazione tecnologica Stampa E-mail

Le sorti della transizione in mano
all’innovazione tecnologica

di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino


Il Covid-19 ha picchiato duro in quasi tutte le parti del mondo. Ci troviamo dappertutto a fare i conti con le ferite economiche e sociali e a progettare la ripartenza.

Anche l’osannata transizione energetica verso le rinnovabili deve fare i conti con la nuova situazione. Gli obiettivi della transizione e della ripartenza rimangono sempre gli stessi, così come è da tempo chiarissimo e assodato quali debbano essere i passi per raggiungerli. Per limitare l’uso delle fonti fossili e dare largo spazio alle rinnovabili sarà necessario modificare profondamente l’infrastruttura elettrica a tutti i livelli, dalla produzione alla trasmissione, dalla distribuzione agli usi finali. Bisogna passare dall’impostazione centralizzata a una soluzione distribuita, basata sull’attivo coinvolgimento degli utenti.

Pianificare concretamente la transizione energetica significa quindi individuare tutti gli elementi necessari, comprenderne le interazioni e programmare i passi necessari, determinandone tempi, modi e costi. Per capire come intendono muoversi i vari Paesi, il 9 luglio si è svolto un
Clean Energy Transition Summit, organizzato dalla IEA (International Energy Association). All’incontro, organizzato con le ormai solite modalità virtuali, hanno partecipato ministri, responsabili di gruppi industriali, grandi investitori, autorevoli rappresentanti della società civile: insomma, quasi tutti quelli che contano, in rappresentanza di 40 Paesi a cui corrisponde l’80 per cento dei consumi energetici.

Per l’Italia c’era Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, che si è distinto perché è stato l’unico a parlare in italiano, mentre tutti gli altri hanno interagito in inglese. Per inciso, i nostri Ministeri tanto più diventano inefficaci e approssimativi e tanto più si allungano i nomi a dismisura, titillando esigenze pseudo-mediatiche chissà poi quanto importanti. Perché tutelare solo territorio e mare e non anche l’aria?
E l’ambiente non comprende già tutti questi elementi? Con le parole non è sempre meglio abbondare, anche perché si rischia il ridicolo...

Il summit non ha prodotto novità sconvolgenti. In conformità alla moda corrente, si è trattato di una sorta di Stati Generali della transizione energetica verso l’energia cosiddetta verde. Come tutti gli Stati Generali, è stato un ripasso di informazioni ben note; in compenso l’incontro ha effettivamente fornito un utile quadro globale di cosa stanno facendo (o dicono di voler fare)
i vari Paesi, con una ricca messe di promesse sull’altare della decarbonizzazione. La realtà poi è ben diversa. I Paesi occidentali (Europa, America del Nord) hanno in effetti diminuito il consumo di carbone. Per molti altri la situazione è diversa. La Cina ha in programma di impiegare ulteriori 250 GW di energia da carbone e molti Paesi emergenti affermano a chiare lettere che non intendono rinunciare al carbone, ritenuto fondamentale per la loro crescita.
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