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Cottarelli: "La crisi più preoccupante è economica: risolviamola con la semplificazione" Stampa E-mail

Cottarelli:“La crisi preoccupante è economica, risolviamola con la semplificazione”

di PAOLA SESTI


Dai numeri drammatici dei contagi e dei ricoveri causati dal Covid-19 siamo passati a numeri - non meno drammatici - di una crisi economica mondiale che si preannuncia lunga e difficile. Una crisi che per l’Italia va a sommarsi a una situazione preoccupante e che rischia di sfociare in pericolosi risvolti sociali.

Per capire meglio come si dovranno affrontare questi prossimi mesi, quali impegni e provvedimenti dovrà prendere il nostro Governo, anche per sfruttare gli aiuti che l’Europa sta mettendo sul piatto, Nuova Energia ha incontrato Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani presso l’Università Cattolica di Milano.


Non si può non partire dall’attualità. Noi come Paese - e con noi il mondo intero – abbiamo dovuto affrontare una crisi sanitaria senza precedenti, che poi si è estesa all’economia.
Dopo l’emergenza sanitaria che abbiamo attraversato, stiamo lentamente ritrovando un equlibrio, e con la diminuzione costante dei contagi le attività hanno in parte ripreso. Ci sono certamente alcuni settori che più di altri stanno avendo difficoltà, come il comparto del turismo, ma nel complesso stiamo tornando gradualmente alla normalità.
Dobbiamo proseguire su questa strada anche perché, via via che l’emergenza sanitaria rientra, la crisi economica che ne è scaturita acquista sempre più importanza.

La grande novità del periodo Covid è stata la chiusura (quasi) totale delle città e la scoperta del lavoro a distanza. Un sindaco con l’impronta manageriale come Giuseppe Sala, però, a un certo punto ha detto “torniamo a lavorare in presenza”...

La crisi economica è dovuta da un lato ai lockdown - se non si può andare a lavorare, se gli uffici, i negozi, i ristoranti sono chiusi, una parte dell’economia non produce. Dall’altro lato, però - ed ecco il secondo elemento della questione, che si sta sviluppando ancora adesso - ci troviamo di fronte a una profonda crisi di domanda. Se anche torni a riaprire le fabbriche, gli uffici, i negozi, i ristoranti e le persone non spendono - o perché non hanno i soldi in tasca oppure, se li hanno, si mantengono prudenti a causa della grande incertezza - beh, allora non si produce anche se si potrebbe produrre.
Il problema ora è dato proprio dalla forte debolezza della domanda. La gente è preoccupata, ha ancora paura e soprattutto si ritrova con poco potere di acquisto, dovuto anche al ridimensionamento occupazionale.

Guardando ai dati della situazione attuale, ci si attende una caduta del Pil tra l’8 e il 14 per cento, la peggiore dopo il 1944-1945 quando l’Italia stava uscendo dal secondo conflitto mondiale.

Negli ultimi mesi tutti i Paesi hanno dato vita a politiche monetarie, ma interventi di questo tipo rappresentano misure prevalentemente difensive. Lo Stato dovrebbe invece puntare a misure espansive: non solo colmare le perdite subite, ma dare fondi per investimenti. Il pericolo potrebbe essere costituito dal fatto che i consumi siano procrastinati ancora a lungo e gli investimenti privati resi meno probabili dalla contrazione della domanda. Allora, la soluzione più immediata è che il passo necessario lo faccia lo Stato, utilizzando questi fondi per investimenti di vario genere, dalle infrastrutture alle opere pubbliche.
In aggiunta, le politiche espansive che i governi di vari Paesi stanno mettendo in atto per ridurre l’impatto della crisi economica potenzialmente potrebbero generare una terza crisi, quella finanziaria. Questo perché non tutti riescono a finanziarsi senza problemi; lo possono fare quegli Stati che hanno un debito pubblico basso, come la Germania, mentre noi potremmo avere qualche difficoltà. Fortunatamente, in questa situazione, l’Europa si sta comportando in maniera diversa rispetto alle crisi precedenti (2008-2009 e 2011-2012), perché questa volta stanno arrivando ampi finanziamenti.

Ma i concetti, che ribadisce da sempre, sui rischi del debito e sui costi di una sua monetizzazione quanto sono compatibili con l’esigenza di garantire la necessaria liquidità al sistema economico?
Premetto che in buona parte, a livello europeo, si è riconosciuto che questa non è una crisi generata dalle politiche dei singoli Stati, è un accadimento eccezionale dovuto a una causa esterna. In aggiunta, il fatto che si sia trattato di una crisi sanitaria - con tutte le implicazioni umane che questo comporta - in qualche modo ha facilitato l’avere il supporto da parte di altri Paesi europei.
Detto questo, i rischi ci sono e vanno affrontati, ce li dobbiamo assumere. Anche perché il rischio principale e più preoccupante adesso è la crisi economica. Si assumono quindi dei rischi lato debito, che però in questo momento sono decisamente contenuti perché abbiamo il sostegno della BCE, e questo credito da parte della Banca Centrale Europea non costa niente all’Italia perché gli interessi pagati sui Titoli vengono poi restituiti all’Italia stessa l’anno dopo come distribuzione dei profitti della Banca d’Italia. Inoltre, il basso livello di inflazione favorisce il mantenimento delle politiche espansive attuate dalla Banca Centrale.
Certo, se l’inflazione aumentasse, è possibile che la BCE debba riassobire la liquidità creata. Quindi il problema verrà solo se un domani la BCE dovesse interrompere l’acquisto o, peggio ancora, fare il contrario, cioè vendere per esigenze di politica monetaria. Questa è una eventualità che però al momento non possiamo prevedere.

Recovery Fund: il Governo italiano è in grado di predisporre nel giro di due mesi un piano di interventi dettagliato e strutturato in funzione dei finanziamenti ottenibili?

Non lo so, spero di sì. Il compito non è impossibile, dovrebbe farlo entro il mese di ottobre. Di solito è in autunno che sono presentati questi Piani, ma tenga conto che non c’è ancora (17 luglio,
ndr) un accordo europeo sul tema, lo si sta definendo proprio in questi giorni. Ribadisco che le previsioni su cui tutti concordano sono piuttosto brutte, ma sarebbero anche peggiori se non ci fossero questi elementi di solidarietà.

Si profila all’orizzonte un possibile significativo aumento delle disponibilità finanziare a condizioni più o meno agevolate. Essendo però risorse europee, è facile immaginarsi che regole e stile saranno quelli dell’Europa, con attenzione ai progetti e alla capacità di rendicontazione. La nostra esperienza con in fondi strutturali non è un buon viatico: sapremo attrezzarci alla bisogna?

Anche in questo caso dipende da noi. Bisogna saper sfruttare le risorse che sono messe a disposizione. Con i fondi strutturali non abbiamo mai perso niente, se non cose minime; siamo sempre riusciti ad averli, magari facendo le cose all’ultimo momento. Alla scadenza del settennato è stata consentita una estensione e quindi credo che ce la faremo anche questa volta. Resta in ogni caso la necessità di muoversi rapidamente, cosa che è sempre mancata al Paese. Il Decreto Sempificazioni credo vada proprio in questa direzione.

La produttività è una grande patologia del Sistema Italia. Non è un problema recente, ma le difficoltà connesse al Covid che in un contesto normale possono portare a una diminuzione, nel nostro Paese potrebbero avere un effetto maggiore...
Il problema della produttività è che noi, per un insieme di motivi, non investiamo mai abbastanza in capitale fisico e umano. Del resto, è assai difficile fare investimenti quando si è frenati dall’eccesso di burocrazia, quando c’è una giustizia che non funziona, quando la tassazione è così elevata... E investire sulle persone non è mai stata una priorità del nostro Paese; si è sempre privilegiato altro, come la spesa per le pensioni, ma non si è mai investito sui giovani.

Secondo Claudio Borghi, emettere debito pubblico non costa più del MES perché sarà (per sempre? interamente?) la BCE a comprarlo e a rigirare i tassi d’interesse pro quota alle Banche centrali dei vari Paesi. È vero?

Sarebbe vero se la BCE quest’anno comprasse tutto il debito pubblico dello Stato e tutti i Titoli che andranno in scadenza. Quest’anno lo Stato emetterà 550 miliardi di Titoli di Stato; di questi, solo 220-230 miliardi saranno comprati dalla Banca Centrale Europea. Il resto dovrà essere venduto sul mercato e ai tassi di mercato.

Il nostro Paese nel 2020 avrà un rapporto debito-Pil del 150-160 per cento, uno dei livelli più alti dall’Unità d’Italia (1861): riuscirà a non incrementarlo ancora?

Come ho detto, quando si è in una situazione come quella in cui siamo bisogna prendersi dei rischi. E il rischio maggiore è quello di un crollo dell’economia. Quindi, va aumentato il deficit pubblico, anche se questo vuol dire portarlo a un livello record (bisogna tornare alla fine degli anni ‘70 per trovare gli stessi livelli), assumendo il rischio sul lato fiscale perché l’alternativa sarebbe peggiore.
Se però guardiamo il debito italiano che è nelle mani dei mercati finanziari, escludendo quindi la parte in mano alla BCE, allora il rapporto debito-Pil è inferiore ai livelli massimi mai raggiunti. Mentre il debito totale quest’anno potrebbe arrivare al 160 per cento del Pil, quello detenuto dai mercati finanziari - famiglie, imprese, banche, assicurazioni… - alla fine di quest’anno dovrebbe attestarsi intorno al 120-122 per cento. Nel 2014, giusto per fare un confronto recente, siamo arrivati al 129 per cento... Poi, si prevede che il prossimo anno dovrebbe essereci un rimbalzo e potrebbe verificarsi - anche se molto limitata - una leggera riduzione.
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