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Vere o false privatizzazioni nel settore energetico? Stampa E-mail

di Edgardo Curcio

Quando nel 1992 Giuliano Amato, per fronteggiare la grave crisi politica che aveva investito le partecipazioni statali con il fenomeno di Tangentopoli e la crisi finanziaria che stava portando il debito pubblico del nostro Paese a livelli stratosferici, mise in atto le prime grandi privatizzazioni in Italia, aveva un chiaro obiettivo: cedere progressivamente la maggioranza e il controllo delle grandi aziende pubbliche a Gruppi privati per iniziare a risanare i conti pubblici, per migliorare l’efficienza di queste imprese e ridurre nello stesso tempo l’influenza politica sulle loro decisioni.

L’inizio fu buono, con la prima tranche (30%) di Eni che fu accolta molto positivamente dai mercati finanziari e che nel tempo ha creato anche molto soddisfazioni ai sottoscrittori.
Poi seguirono le successive tranche dell’Eni e, con il decreto Bersani, le vendite ai privati delle tre Genco, le attività ex Enel nella generazione elettrica che dovevano essere cedute al mercato.
E qui vorrei soffermarmi, perché tra le finalità del Bersani nel settore elettrico oltre alla liberalizzazione c’era anche la privatizzazione, e cioè la creazione di medie imprese private operanti nel settore dell’elettricità in Italia, in grado di fare concorrenza all’Enel e, nello stesso tempo, di essere libere da influenze politiche. A riprova di ciò c'era la legge che impediva alle aziende italiane e straniere di partecipare all'asta delle Genco se avevano oltre il 30% di capitale pubblico.

In realtà, con la vendita delle Genco ciò si è verificato solo parzialmente.
Infatti una delle tre, la maggiore, è stata ceduta a un’impresa elettrica straniera, Endesa, tra l’altro alleata con una azienda municipalizzata e cioè Asm di Brescia.
La seconda è stata acquistata da Edison, insieme a una cordata di banche e ad altre due aziende municipalizzate e cioè Aem di Milano e quella di Torino.
Infine la terza Genco, la più piccola, è stata ceduta al consorzio Tirreno Power, formato da Energia - che è una impresa privata - e da Acea-Electrabel che è sempre una azienda di servizi pubblici locale.

Da queste cessioni dovevano uscire, secondo il disegno del legislatore e del Governo, tre medie imprese elettriche private e italiane, in grado di fare concorrenza all’Enel, che continuava comunque a detenere una quota di generazione elettrica vicina al 50%.
Ma a guardare bene i fatti che si sono verificati, ciò non è avvenuto. Innanzitutto Edison, che era la seconda società elettrica italiana in mano completamente ai privati, a seguito dei problemi sorti con il proprio azionista di riferimento che aveva deciso di uscire dal settore elettrico, si è trovata a doversi cercare con urgenza nuovi azionisti in grado di mantenere gli investimenti in corso e lo sviluppo ormai programmato nel settore energetico (elettricità e gas). La scelta, in un certo senso obbligata, per mancanza di capitali privati italiani interessati a investire nell’energia, è caduta su un’impresa pubblica francese, Edf, che aveva già una quota di minoranza e che – nei giorni scorsi – si è accordata (per volontà del Governo) con un’impresa italiana - Aem di Milano - anche essa sotto controllo pubblico.

Il risultato è stato di far diventare Edison, che era la principale azienda energetica privata italiana, un’impresa energetica pubblica. Endesa e Asm Brescia fanno riferimento da un lato a investitori stranieri e dell’altro lato al Comune di Brescia.
Lo stesso, ma in misura minore, vale per Tirreno Power dove pure sono presenti investitori stranieri e un’ex azienda municipalizzata locale e cioè l’Acea di Roma.
Quindi, al termine dell’operazione di smembramento dell’Enel voluta dal Bersani, in realtà in Italia non si sono formate nuove aziende elettriche private di medie dimensioni, ma anzi l’unica che esisteva è divenuta pubblica.

Lo stesso è avvenuto nel settore del gas, dove non c’è stata una cessione forzata di assett da parte dell’ex monopolista Eni a terzi, ma solo un “tetto” alla sua presenza in Italia nel mercato domestico e una cessione, anche se virtuale, di alcuni contratti di importazione di gas ad altre aziende.
Anche in questo settore la parte del padrone l’hanno giocata le aziende pubbliche, con in testa proprio Enel, che dimettendo forzosamente dal settore elettrico ha investito nel settore del gas, comprando piccole società private. Quindi, tutte le aziende ex municipalizzate, che sotto controllo dei loro Comuni e quindi aziende pubbliche, aggregandosi tra loro stanno creando degli importanti nuclei di imprese multiutility con interessanti prospettive di sviluppo ed elevate quote di mercato.

È proprio di questi giorni, ad esempio, l’incorporazione di Meta, azienda controllata dal Comune di Modena, in Hera, controllata dal Comune di Bologna, che genererà la più grande operazione di concentrazione nel settore energetico degli ultimi anni, e il secondo polo multiutility per capitalizzazione dopo l’Aem di Milano.
L’operazione, che prevede in un primo tempo il lancio di una Opa volontaria da parte di Hera, e poi l’incorporazione per fusione di Meta nella prima società, ha un grande impatto sul settore dell’energia, dove si verrà a creare un bacino di utenza di oltre 2,5 milioni di potenziali consumatori di elettricità e gas. Anche in questo caso la nuova società, secondo il patto di sindacato sottoscritto che prevede un controllo per il 51% da parte dei soci pubblici (e cioè dai rispettivi Comuni) sarà a tutti gli effetti un’impresa pubblica.

Conseguentemente si sta creando, accanto a un Enel che continua – nonostante la cessione della quarta tranche di azioni sul mercato – ad essere sotto il controllo pubblico; a un Eni che rimane pure sotto controllo del Tesoro; e altre aziende elettriche e del gas, che sono o sotto controllo di aziende comunali o di aziende pubbliche straniere, un ennesimo gruppo pubblico nel settore dell’energia in Italia.

E allora, dove sono le aziende private che il legislatore voleva creare in un settore strategico ma soprattutto liberalizzato come quello dell’energia?
In realtà non ci sono, per la semplice ragione che in Italia non ci sono (o sono pochi) gli investitori privati che vogliono rischiare in un mercato a reddito differito e soprattutto “regolato”.
Liberalizzazioni e privatizzazioni dovrebbero andare peraltro di pari passo. Come emerge infatti da qualsiasi testo di microeconomia il monopolio nasce da barriere all’entrata economiche e legali.
Per rompere il monopolio, che è quasi sempre pubblico, nel settore dell’energia, le moderne politiche economiche insegnano che è necessario innanzitutto “rompere” l’integrazione verticale delle imprese monopoliste (che è stato già fatto in Italia) isolando il segmento realmente caratterizzato dalle barriere all’entrata (in genere la rete) che va “regolamentato” per evitare abusi; quindi, liberalizzare gli altri segmenti di mercato e contemporaneamente, privatizzare le imprese ex monopoliste, creando anche le condizioni per far nascere altre aziende private di medie dimensioni. Solo con un mercato dove competono più aziende di analoghe dimensioni è possibile, infatti, ottenere una reale concorrenza, soprattutto se le aziende che operano non sono sotto controllo pubblico e quindi soggette a influenze politiche.

Ma in Italia finora non ci sono state “vere” privatizzazioni con il cento per cento del capitale collocato sul mercato, senza poteri residui dell’azionista pubblico, ma solo privatizzazioni “parziali”, in cui la maggioranza del capitale delle aziende resta sotto controllo pubblico.
Nel caso poi delle utility la privatizzazione, come d’altra parte insegnano l’esperienza in Usa, Argentina e in altri Paesi, si dovrebbe applicare in modo completo. Anzi, in questi Paesi, il termine “privatizzazione” si applica ai servizi pubblici e ne indica il decentramento al di fuori della pubblica amministrazione e verso strutture realmente “private”.
In Italia, al contrario, come scrive Domenico Siniscalco e altri autori nel libro “Privatizzazioni difficili”, le privatizzazioni nel settore pubblico servono solo a risanare la finanza pubblica e diminuire il debito, ma non a cedere il controllo reale delle aziende, soprattutto se queste sono ben gestite e forniscono buoni dividendi.
La stessa logica, oltre che per lo Stato, la troviamo nei Comuni, decisi a non perdere la gestione di importanti settori di attività, soprattutto se legati ad alcuni servizi fondamentali da erogare ai propri utenti/cittadini, in condizioni di buona economicità e alto reddito.

In questo campo, peraltro, la legislazione è rimasta incompleta non avendo mai modificato l’articolo 316 che lasciava ai Comuni la possibilità di ottenere vantaggi fiscali se avevano la maggioranza (51%) delle aziende di servizi pubblici locali. Peraltro alcuni Comuni come quello di Milano, hanno rinunciato alla maggioranza del 51% ma non al controllo del capitale e quindi della gestione dell'azienda municipalizzata (Aem).
In conclusione, in un settore così importante per la vita economica del Paese, per i suoi riflessi sulla competitività delle imprese, sulla bolletta dei consumatori e sulla tenuta dei conti pubblici nazionali e locali, come quello energetico, il processo di privatizzazione avanza “zoppicando” e – nonostante i proclami e i programmi avanzati dai vari governi – il cammino per arrivare ad un settore completamente liberalizzato e privatizzato in Italia, è ancora molto lungo.

 
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