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Nocivelli: "La meccanica rappresenta il 50 per cento dell’export italiano" Stampa E-mail

Nocivelli:“La meccanica rappresenta
il 50 per cento dell’export italiano”

di MASSIMO VENTURA


Sono ormai mesi che i numeri della pandemia - il numero dei contagiati, dei morti, dei guariti - occupano le prime pagine su ogni tipo di mass media.

L’aggiornamento quotidiano delle cifre è diventato per tutti un triste appuntamento fisso. Ma ci sono anche numeri, non meno drammatici, che raccontano storie di altre “vittime” del contagio che sta uccidendo gli asset strategici del Paese. I dati elaborati dall’Ufficio Studi ANIMA rivelano che per ogni giorno di lockdown sarebbero a rischio 900 posti di lavoro, l’equivalente di una media azienda che chiude ogni 24 ore. Considerando il settore della meccanica italiana rappresentato dalla Federazione nel suo complesso, il fatturato in gioco è pari a 900 milioni di euro al giorno, con il rischio di perdere 4.500 posti di lavoro per ogni giorno di chiusura dovuta all’emergenza Coronavirus.

Questa crisi potrebbe stravolgere per sempre il futuro della meccanica italiana. Insieme al problema sanitario, infatti, dovremo affrontarne un altro di natura diversa ma dalle conseguenze sociali altrettanto devastanti. Come affrontare le sfide poste dal post-emergenza?
Lo abbiamo chiesto a Marco Nocivelli, presidente di Anima Confindustria Meccanica.


Presidente, come si sono mosse le vostre associate e come stanno vivendo la situazione attuale?
È un momento molto difficile per tutta la meccanica italiana. Tutte le aziende si sono attivate, in queste settimane, per reperire i dispositivi di protezione individuale e quelli medici, oltre a mobilitarsi per un allineamento con le misure richieste dal “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” firmato il 24 aprile da governo e parti sociali. Penso che la maggior parte delle aziende sia pronta per riaprire in sicurezza.
Nel frattempo molte imprese stanno riorganizzandosi, non solo per quanto riguarda la sicurezza, ma anche per gli orari di impiego del personale. Tutto questo è finalizzato a difendere e mantenere vivo il tessuto produttivo italiano in modo da garantire i posti di lavoro. La situazione ci sta costringendo anche a un ripensamento dell’attività lavorativa sotto molti punti di vista; alcune delle nuove misure adottate in fabbrica potrebbero proseguire anche quando questa emergenza sarà scomparsa.

Le decisioni del Governo hanno escluso in larga parte le aziende della meccanica varia, che rappresentano un settore trainante per l’economia. Circa nove realtà su dieci sono state costrette a chiudere… Oltre a un problema di fermo della produzione, temete una perdita della clientela estera?

La perdita della clientela estera è una delle prime preoccupazioni per il nostro settore, da sempre votato all’export in tutto il mondo: dall’Europa alla Cina, dal Nord America al Medio Oriente. La chiusura quasi totale delle attività produttive in Italia è andata a vantaggio dei nostri competitor stranieri, soprattutto quelli europei. Ci siamo trovati costretti a minare la nostra credibilità come fornitori, annullando ordini già conclusi, facendoci carico delle penali e mettendo a rischio rapporti con clienti che cominciano a rivolgersi altrove.
Prendendo come esempio il mio gruppo, che ha filiali anche all’estero, abbiamo toccato con mano le conseguenze delle misure adottate in altri Paesi europei dove la chiusura delle attività è stata gestita in maniera diversa e per un periodo di tempo più breve. Questo per dire che, non essendoci una direttiva europea univoca, si è venuta a creare un’Europa a due velocità: in Italia ci troviamo nell’Europa più lenta, che è rimasta indietro, a favore di quei Paesi che hanno continuato a mantenere un ritmo di produzione continuo. Ovviamente, presagendo la situazione, abbiamo aumentato le scorte di prodotto nei magazzini per riuscire a gestire una parte dei rapporti commerciali con l’estero, ma sarà difficile reggere questa situazione ancora a lungo. Immaginiamo solo l’effetto che ci sarà per le aziende di dimensioni più piccole.

Come diceva, uno dei temi più cari all’industria meccanica italiana è sicuramente l’export, che è riuscito a crescere anche nel 2019. Può darci qualche dato?

Sì, la meccanica italiana esporta in tutto il mondo. Basti pensare che, solo per i settori rappresentati da Anima, il fatturato dell’export nel 2019 ha superato i 28 miliardi di euro (+1,1 per cento rispetto al 2018), con una quota pari al 58,3 per cento sul fatturato totale. Se prendiamo la meccanica in tutti i suoi settori – dalla componentistica, ai macchinari, all’automotive – la quota export supera il 50 per cento del fatturato totale, con 222 miliardi di euro registrati nel 2019 (su 430 miliardi di ricavi). Un valore che rappresenta il 46,6 per cento dell’export totale dell’Italia, più della moda e del food&beverage. Ogni giorno di lockdown ha causato danni enormi a tutta la filiera: perdite di fatturato nell’ordine del 30-50 per cento nel mese, con un calo dell’export in proiezione annua del 10 per cento. Se fermiamo la meccanica, diamo un duro colpo alle esportazioni di tutto il Paese.

A fronte delle criticità dovute al
lockdown, come sarà il 2020?
Una parte del 2020 la abbiamo già vissuta, e non è stata certamente positiva. Ma, per alcuni versi, lo scenario che si prospetta potrebbe essere ancora peggiore. Ci aspettiamo la chiusura di diverse aziende e attività commerciali, con la perdita di migliaia di posti di lavoro in tutta Italia. Ogni giorno di blocco ha tolto risorse alle imprese, riducendo le possibilità di sopravvivenza. Pensiamo a tutte le piccole attività di altri settori fondamentali nel nostro Paese, come il turismo o la ristorazione; non so quante riusciranno a sopravvivere a questa crisi. Per quanto riguarda la meccanica – e non solo – la chiusura di alcune aziende potrebbe creare dei “buchi di filiera” difficili da sopperire nel breve periodo; i buchi nel tessuto italiano potrebbero costringere le stesse aziende nostrane a rivolgersi all’estero per reperire alcuni prodotti e materiali. Per questo è fondamentale, per le aziende che possono permetterselo, rispettare i tempi e gli oneri di pagamento, per continuare a fare circolare liquidità all’interno delle filiere italiane.
Da un altro lato, però, la situazione attuale potrebbe spingere molti imprenditori a reinventarsi, a trovare nuove modalità per avviare nuovi rapporti commerciali. La tecnologia sta giocando – e giocherà – un ruolo fondamentale in tutto questo: bisogna ragionare anche in quest’ottica, cercando di implementare tutti gli strumenti che possano aiutarci a riacquistare mercato.
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