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Non è più tempo di parole, i nodi (energetici) vengono al pettine Stampa E-mail

Non è più tempo di parole,
i nodi (energetici) vengono al pettine

di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino


È (o dovrebbe essere) l’ora delle scelte coraggiose. Il coronavirus è stato anche definito il pettine della Storia.

Ha fatto venire alla ribalta tanti nodi irrisolti, che il nostro Paese si trascina dietro tragicamente da tanto tempo. Adesso che ci aggiriamo fra tante macerie, con residuo ottimismo possiamo ritenere (e sperare) di avere di fronte una grande opportunità per una ricostruzione su basi nuove, in particolare per l’infrastruttura energetica. Vengono i brividi a pensare che cosa sarebbe successo in questo frangente se il servizio elettrico avesse subito guasti o interruzioni.

Fortunatamente, almeno questa esperienza ci è stata risparmiata, il che non significa che possiamo stare beatamente tranquilli. Dobbiamo anzi prepararci per il futuro a ricorrenti perturbazioni di carattere più o meno catastrofico e di varia natura. È necessario quindi mettere in pista soluzioni particolarmente resilienti, che consentano di circoscrivere possibili danni e garantire in ogni caso un minimo di sopravvivenza. L’infrastruttura energetica era già nel bel mezzo (o all’inizio) di una lenta transizione.

Tutte le transizioni energetiche (dall’energia animale, al carbone, al petrolio, al gas, all’elettricità) sono state lente. Come minimo richiedono diversi decenni. Non sono state mai esclusive, ma sempre additive, trovando nuovi equilibri fra le varie forme di energia. Adesso è il turno della transizione energetica verso le fonti rinnovabili (principalmente sole e vento). È infantile pensare che le FER possano sostituire totalmente le altre forme di energia, in particolare quelle fossili che, piaccia o non piaccia, continueranno a recitare un ruolo da protagoniste sia di per sé, sia (e questo è meno immediato da comprendere) per la produzione degli stessi componenti necessari per captare le energie rinnovabili.

Questa transizione, se ben indirizzata e sfruttata, può veramente essere una grande opportunità per il Paese, accelerando la ricostruzione e lo sviluppo. Bisogna però mettere a fuoco alcuni punti importanti. Anzitutto occorre fare molto attenzione alla tempistica. Accanto ai programmi a medio-lungo termine, servono interventi che abbiano effetti rapidamente concretizzabili, che portino a creare posti di lavoro su base locale, distribuiti su tutto il territorio.
Servono soldi provenienti da risparmi privati, non per effetto di saccheggiamenti emergenziali, ma per la convenienza di possibili investimenti “sani”, senza il drogaggio di incentivazioni episodiche poco accorte.
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