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Delfanti: "Molto ci si può aspettare dal connubio digitalizzazione-elettrificazione" Stampa E-mail

Delfanti:“Molto ci si può aspettare dal connubio digitalizzazione-elettrificazione”

di MASSIMO VENTURA


La linea tracciata dall’Europa lo scorso dicembre - una tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia dell’UE attraverso azioni volte a stimolare l’uso efficiente delle risorse - non possiede ancora margini ben delineati.

Del colore però possiamo essere certi: verde. Green deal è il nuovo corso europeo, la strategia per la crescita che trasformi l’Unione in un’economia moderna, efficiente e competitiva. Per conseguire questo obiettivo sarà necessaria l’azione di tutti i settori e di tutti i Paesi membri, investendo in tecnologie rispettose dell’ambiente e sostendo l’innovazione nell’industria. E ancora, ideando forme di trasporto più pulite e garantendo una maggiore efficienza energetica degli edifici.
In tutto questo, la ricerca europea svolgerà un compito decisivo.
Come si declina questo ruolo in ambito italiano? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Delfanti, amministratore delegato di RSE - Ricerca sul sistema energetico.

“L’attenzione di RSE verso il contesto di riferimento non è certo nuova, né lo è l’impostazione verso la sostenibilità, in tutte le sue accezioni, per chi come noi interviene nel settore dello sviluppo energetico”.
“La decisa presa di posizione, e gli indirizzi della nuova governance insediata alla guida delle Istituzioni europee, ci spronano ad una ancor maggiore responsabilità nell’essere a fianco delle Istituzioni di questo nostro Paese per un dialogo fecondo con gli stakeholders industriali e il variegato mondo degli utenti e dei cittadini”.


Come si traduce concretamente questa vicinanza? Può farci degli esempi?
Partiamo dal basso, cioè dalla comunicazione del nostro lavoro al pubblico, mestiere non facile, che riviste come
Nuova Energia ci aiutano ad affinare: saremo sempre più aperti ed espliciti nel chiarire e sottolineare i benefici per la società che derivano dalle nostre attività di ricerca, cercando di adattare anche il nostro linguaggio scientifico alle esigenze della diffusione sui media, senza venir meno al rigore e alla precisione.
Perseguiremo con decisione il lavoro (concettuale e sperimentale) insieme alle imprese e alle Istituzioni con le quali abbiamo avviato accordi di collaborazione non onerosa nell’ambito della Ricerca di Sistema elettrico: è il modo più concreto per tradurre, aumentandone l’efficienza di attuazione, le misure che mirano alla transizione energetica.

Qual è il ruolo di RSE in ambito comunitario?

C’è un passaggio che tengo a sottolineare, vale a dire il ruolo di RSE, in rappresentanza scientifica delle esigenze dello Stato Membro Italia, nelle varie sedi comunitarie dove svolgiamo un’importante funzione di raccordo, nell’ambito del SET plan (Strategic Energy Technology plan), quali le varie piattaforme tecnologiche, e i gruppi di lavoro sulla normativa tecnica.
In questi casi, il flusso informativo si esplica nei due sensi: i nostri ricercatori portano testimonianza in Europa di eccellenze del sistema energetico italiano; ma sono anche accreditati e tempestivi ambasciatori delle indicazioni e delle tendenze elaborate in ambito comunitario.

Nei nuovi bandi post Horizon 2020 cosa può fare (se può) un ente di ricerca per migliorare la risposta alle call strategiche anche per il Sistema Paese?

Su questo punto stiamo attentamente valutando come prende forma il nuovo programma Horizon Europe. Il raccordo con i rappresentanti nominati dal governo (Ministero dello sviluppo economico e Ministero dell’università e della ricerca) è attivo e intenso, così come lo scouting nelle istituzioni a Bruxelles. Ci sono alcune tendenze già affermate: una maggiore interdisciplinarietà (per esempio tra energia, trasporti e ambiente), un maggior ricorso al cofinanziamento da fonti nazionali e comunitarie, un quadro di grandi progetti dimostrativi (come gli IPCEI, Important Project of Common European Interest).
L’allineamento tra i temi europei (rinnovabili, flessibilità, decarbonizzazione) e gli strumenti nazionali già operativi (
in primis la Ricerca di Sistema) è già assicurato: sottolineo che è importante raccordare gli strumenti amministrativi per favorire l’accesso alle (ingenti) risorse programmate dall’Europa.

RSE affianca da sempre – strettamente e fattivamente – le istituzioni, le associazioni e le imprese. Quanto è importante la collaborazione nella ricerca, sia in ambito internazionale sia nazionale?

A questa domanda vorrei rispondere con alcune battute sulla nostra esperienza vissuta con gli enti di ricerca pubblici. In primo luogo, il Piano Triennale della Ricerca di Sistema ha disposto uno stretto coordinamento con gli altri affidatari per quei progetti che impegnano contemporaneamente due o più enti; ciò ha portato ad aumentare il tasso di condivisione e di dialogo operativo, peraltro già esistente.
Rimane ancora aperto l’assetto per il coinvolgimento delle Università: mentre Enea e CNR sono tenuti, anche a norma del nuovo decreto di riforma RdS, a destinare una quota fissa di ogni progetto a finanziare co-beneficiari universitari, RSE ha potuto sviluppare in piena libertà le sinergie più utili alle varie esigenze.

Qualche esempio concreto?

Forse anche per la mia provenienza accademica, ho dato impulso ad una sistematizzazione di tali rapporti, stipulando una convenzione quadro con Ensiel, il consorzio dei Dipartimenti universitari nazionali che sviluppano ricerca sull’energia elettrica, e con alcuni Atenei che, per per motivi scientifici, ed anche logistici e di tradizione, vantano un trascorso di coinvolgimento cordiale e approfondito con la nostra struttura di ricerca.
Ciò consentirà di coinvolgere in modo più organico tutti quei colleghi che hanno ritenuto vantaggioso, per la crescita culturale dei loro studi, affiancarci nelle nostre attività.
Questo assetto intende inaugurare una stagione nuova di collaborazione con l’Accademia, sulla scorta di quanto abbiamo imparato e sperimentato a livello di rapporti con i centri di ricerca europei (ad esempio, tramite la partecipazione al direttivo consorzio DerLab, e alla guida del Joint Programme EERA sulle smart grid).

Come procede in questo momento il dialogo con la regolazione?

È un aspetto cruciale del nostro lavoro: abbiamo dimostrato, e se ne trova documentazione in numerose delibere e atti preparatori di ARERA, che la ricerca di RSE è direttamente utile per fondare correttamente prese di posizione su importanti svolte regolatorie, dalla nuova generazione di contatori elettronici alla mobilità elettrica, dalla riforma del mercato del dispacciamento ai piani di resilienza delle utility, dalla sperimentazione sull’accumulo a quella sulle aggregazioni di utenza.
Le esigenze di mercato vengono spesso poste dai fornitori e dagli utilizzatori di nuove tecnologie con argomenti che non possono non risentire degli interessi delle singole aziende. Credo che l’offerta di una posizione terza e tecnicamente riconosciuta come di alta competenza sia un valore per il sistema italiano nel suo complesso, essendo così ben raccordata con un regolatore riconosciuto fra i più autorevoli a livello continentale.

E con il Ministero?

È una domanda quasi tautologica, in quanto RSE esiste proprio con un rapporto di completa dipendenza e sussidiarietà nei confronti del Ministero dello sviluppo economico, in piena congruenza con la nostra capogruppo.
Se mi è consentito però dare un parere personale, per quanto sperimentato anche a mio diretto carico in questi mesi di responsabilità come amministratore, credo che siamo ad un livello alto di impegno diretto e continuativo delle nostre competenze per l’attuazione dei compiti istituzionali del Ministero. Basta pensare a capitoli quali gli scenari per il PNIEC e la
Long Term Strategy, la co-leadership di una Challenge di Mission Innovation.
La citazione di un ingaggio personale come amministratore delegato di RSE, in particolare, voleva alludere al coordinamento – che mi è stato affidato – del gruppo di lavoro infrastrutture del tavolo Automotive, convocato dal ministro Patuanelli per condividere le politiche in tema di mobilità sostenibile.

Nell’immaginario collettivo il ricercatore è in camice bianco in un laboratorio. Non è sempre così, come dimostra RSE. Deve allora passare una nuova idea di ricerca?

Il ricercatore deve indossare un camice bianco, almeno metaforicamente, per rispettare l’imperativo etico di considerare, secondo scienza e coscienza, gli aspetti scientifici del problema che deve affrontare. Questo procedimento viene affrontato, per quanto riguarda l’operatività di RSE, mettendosi di fronte alla realtà con gli strumenti più appropriati: laboratori di classe 1000 per sviluppare materiali a multi-giunzione per il fotovoltaico a concentrazione, codici di calcolo per i flussi di potenza nelle reti di trasmissione, test facility per prove di generazione distribuita in ambiente controllato, re-analisi meteorologica per interpretare la variabilità degli eventi meteo che impattano sul sistema elettrico e così via.
Ma va soprattutto tenuto presente l’approccio di sistema che pervade un po’ tutte le nostre sperimentazioni, le nostre analisi e le nostre considerazioni, che si estrinseca in una costante proiezione verso il mondo reale. Tutto il contrario della famigerata “torre d’avorio”.

Su quali campi di ricerca sulla mobilità elettrica sta lavorando RSE?

Prima di tutto direi che il nostro interesse, ancora una volta di sistema, è rivolto alla mobilità sostenibile in senso lato. Vale a dire, verso le tre macro-aree definite nelle Raccomandazioni degli stakeholders che si sono confrontati al Tavolo Tecnico della Presidenza del Consiglio (maggio 2017), con il coordinamento di RSE. Queste tre aree sono: Avoiding, ovvero ridurre le necessità di trasporto e la lunghezza dei percorsi; Shifting, orientare la mobilità verso modalità più efficienti e sostenibili; e Improving, ossia migliorare la tecnologia dei mezzi di trasporto.
Ciò premesso, l’impostazione che vede l’elettrificazione dei trasporti come un’opportunità rilevante (e molto adatta all’Italia), per sfruttare il mix del parco produttivo in rapida evoluzione verso una quota molto rilevante di rinnovabili, è sicuramente solida ed è stata convintamente assunta da RSE. Di conseguenza, ci sforziamo di sviluppare tutte le modalità per permettere una penetrazione di un parco di veicoli consistente, in equilibrio con le caratteristiche delle infrastrutture di ricarica e delle reti elettriche che le alimentano. Fino a sperimentare sul campo l’utilizzo di modalità
vehicle-to-grid (V2G) per capire le potenzialità e i vincoli di utilizzare le batterie dei veicoli a supporto della gestione della rete. Ma questa è solo la punta dell’iceberg…

Un’altra eccellenza riconosciuta è nell’ambito smart grid.

Forse il termine non è più così di moda come quando RSE era tra i primi a proporlo, per esempio lanciando con Michele de Nigris ISGAN (International Smart Grid Action Network) dalla tribuna del Clean Energy Ministerial nel lontano 2010.
Ciò non toglie che si tratta ancora di un punto fondamentale per un mondo sempre più votato alla decarbonizzazione e quindi alle fonti non programmabili e alla collaborazione con la domanda. Prova ne sia che ISGAN, per felice intuizione del nostro Governo (che seppe portare dalla sua quello USA di allora e quello coreano), è tuttora vivo e vegeto (e produttivo), sotto la guida del nostro Luciano Martini nella forma di un
Technical Cooperation Agreement dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. E noi crediamo che molto ci si possa ancora aspettare dal connubio sempre più stretto tra digitalizzazione ed elettrificazione.

Come ha funzionato in questi anni la Ricerca di Sistema e qual è l’auspicio per i prossimi? Se non ci fosse mai stata RSE, oggi il sistema elettrico italiano sarebbe così resiliente come ha dimostrato di essere?

Lo strumento posto in essere nel 2000 per accompagnare la liberalizzazione del sistema elettrico ha consentito di conservare, accrescere e aggiornare un insieme di competenze; queste competenze, nel piccolo ma attivo crogiuolo di RSE, hanno sicuramente aiutato – insieme ad altre istituzioni – il sistema elettrico italiano a qualificarsi come uno dei più avanzati al mondo e di fornire un servizio sempre di alta qualità.
Il panorama per i prossimi anni sembra essere orientato a sfruttare sempre più e sempre meglio questo asset, anche tenendo presente la prevedibile maggiore alea di rischio che il sistema si trova ad affrontare per effetto della minaccia del cambiamento climatico. E qui dovrebbe cominciare una nuova intervista sulla resilienza.

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