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È morto il Mercato, viva il Mercato! Stampa E-mail

È morto il Mercato, viva il Mercato!

di GIUSEPPE GATTIVisita il profilo LinkedIn


In un recente convegno di Energia Libera un attento e acuto osservatore, qual è il professor Carlo Scarpa, ha notato come la formula simbolo della continuità monarchica “È morto il Re, viva il Re” si possa ben applicare al mercato elettrico “È morto il Mercato, viva il Mercato”.

Il mercato defunto è quello dell’energia, il mercato energy only del giorno prima. La sua morte risale ormai ad alcuni anni, ma con diffusa ipocrisia a cui tutti abbiamo partecipato, si è finto che continuasse a essere un pilastro del sistema, quando da tempo non reggeva nulla. Un operatore che avesse fondato le sue sorti sui margini ricavati dal Mercato del Giorno Prima, si trattasse di un produttore o di un trader, dopo pochi mesi avrebbe dovuto portare i libri in tribunale.

Non esistono stime disponibili, perché nei bilanci dell’industria elettrica non troviamo dati disaggregati che consentano di risalire alla diversa origine dei margini, ma con un approccio “spannometrico” mi sento di dire con sufficiente tranquillità che mediamente i margini derivanti dal MGP si collocano intorno al 15 per cento del totale, non in grado quindi di garantire alcun equilibrio di bilancio.

Non è questa però la ragione fondamentale per cui dobbiamo dichiarare morto il mercato dell’energia, quanto perché non riesce più ad assolvere alle funzioni fondamentali assegnate al mercato: non invia segnali di prezzo significativi, perché si è rotta la corrispondenza tra la funzione della domanda e la curva dei prezzi, e non è in grado di indicare la più efficiente allocazione delle risorse.
Chiunque è in grado di verificare empiricamente questa realtà: i prezzi più elevati non si hanno quando la domanda è al massimo, ma quando è calato il sole e si è dovuto introdurre il
capacity market per garantire gli investimenti necessari ad assicurare al sistema un adeguato margine di riserva.

Ora, da più parti si sostiene che siamo in presenza di un fallimento del mercato che dimostrerebbe come i sistemi energetici non siano idonei ad essere organizzati in termini di mercati concorrenziali e che richiedano invece una programmazione centralizzata con orizzonte di lungo periodo e di conseguenza con prezzi sostanzialmente amministrati.
Ritornano insomma gli argomenti che negli anni ’90 rallentarono la liberalizzazione dei prezzi petroliferi prima e del sistema elettrico e del gas poi, e che oggi vengono utilizzati, partendo da un dato reale, cioè la perdita di significanza del MGP, per osteggiare la fine della tutela e introdurre ulteriori elementi di rigidità nel sistema.

Bisogna allora dire con chiarezza e senza timore di apparire nemici della transizione energetica o del green new deal preconizzato a tutti i livelli, che la morte del mercato dell’energia è da ricondursi alle modalità con cui le rinnovabili sono state introdotte nel mercato, portandole in borsa a prezzo zero, eliminando poi le quote inizialmente previste per i Certificati Verdi e obbligando il GSE ad acquistare comunque tutta l’energia FER prodotta, che cresceva a livelli esponenziali con il cosiddetto “Salva Alcoa”, che l’Alcoa non l’ha salvata ma ha arricchito oltremisura il fotovoltaico.
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