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Arzà: "Responsabilità sociale leva per la crescita del Sistema Paese" Stampa E-mail

Arzà:“Responsabilità sociale leva
per la crescita del Sistema Paese”

di DAVIDE CANEVARI Visita il profilo LinkedIn


“È un’aria non buona, e per certi versi neppure democratica quella che si respira nelle nostre città”. Su questo tema Andrea Arzà, amministratore delegato di Liquigas, non è mai sceso a compromessi, denunciando - anche contro il consensus - alcune evidenti anomalie della situazione italiana.

“Intendiamoci – spiega Arzà – i dati statistici ci dicono che la situazione è certamente migliore rispetto al passato; ma ancora non può essere considerata soddisfacente. I livelli degli inquinanti, spesso, sono oltre i limiti e costringono i Sindaci a intervenire.
E qui emerge una palese criticità. Specie nel Nord del Paese, dove la situazione è più problematica, la risposta è una selva di provvedimenti che vede
in primis divieti alla circolazione. C’è un po’ di tutto, con differenti soluzioni adottate, differenti interpretazioni delle norme e quindi differenti penalizzazioni dei cittadini, anche perché difficilmente, in queste scelte, la competenza tecnica e la conoscenza scientifica ottengono uno spazio adeguato”.
“Ritengo quindi auspicabile promuovere una maggiore informazione del consumatore finale circa i rischi per l’ambiente e la salute legati all’impiego delle varie fonti energetiche per il riscaldamento, scoraggiando i combustibili più inquinanti come il pellet”
.

Non siamo già sommersi da una grande quantità di informazioni, anche in campo energetico e ambientale? Ne servono ancora?
Direi di sì, dato che la coscienza e conoscenza del problema da parte dei cittadini è oggi pressoché nulla. Il problema è la totale divergenza tra i principi enunciati dalle norme (che premiano le migliori performance ambientali delle caldaie domestiche tecnologicamente più evolute), l’uso del termine rinnovabile come sinonimo di sostenibile (e non è sempre vero) e i comportamenti del mercato.

In altre parole?

Basta visitare una qualsiasi catena di vendita per rendersi conto che le offerte (e gli spazi espositivi) si concentrano sulle caldaiette appartenenti alle fasce di ingresso, le più accattivanti in termini di listino, ma ovviamente meno performanti.
Le vendite di modelli a 4 o 5 stelle (che possono costare fino a 10 volte una stufa primo prezzo) sono ancora una rarità. E questa è una chiara anomalia: è come se in una concessionaria di auto le vetrine fossero monopolizzate ancora da modelli Euro1 e dintorni, nonostante la presenza di stringenti norme di settore.

Qualcuno potrebbe considerare un po’ talebane queste affermazioni…

Sbaglierebbe. La tutela dell’ambiente va interpretata come una responsabilità sociale – che è una leva di benessere e di ricchezza – e non come decrescita. Quindi non può ridursi a una lotta ideologica. L’ambiente è una questione troppo seria e le visioni utopiche e quelle non basate su alcun dato scientifico finiscono per fare più danni che altro. Le questioni ambientali sono sempre estremamente complesse: meglio diffidare a priori di chi propone una singola soluzione risolutiva e miracolistica, a maggior ragione se fortemente ideologizzata.

Un caso che può fare scuola?

Prendo l’esempio della California. È uno degli Stati più ricchi del Pianeta e ha annunciato un obiettivo molto ambizioso: solo energie rinnovabili al 2030. Se lo possono permettere, considerando il PIL, e sono in grado di farlo, considerando le tecnologie già attualmente disponibili. Eppure, per garantirsi un adeguato back-up e l’indispensabile affidabilità, hanno capito che da soli non ce la possono fare, e hanno stretto accordi di “copertura” con gli Stati confinanti.

La cartina geografica ci dice che, tra questi, c’è ad esempio il Texas.
E le statistiche della
US Energy Information Administration ci dicono che il Texas è il primo produttore americano di oil&gas, il principale emettitore di gas serra, il maggiore produttore di elettricità negli States (più del doppio della stessa California) e attualmente copre solo il 7 per cento dei consumi globali energetici con fonti rinnovabili.

Torniamo in Europa: come sta procedendo l’evoluzione delle direttive comunitarie sul contrasto agli inquinati?
Proprio a partire dai contatti istituzionali che ho a Bruxelles, posso dire che in Europa la coscienza e l’attenzione sul problema sono ai massimi livelli, e la legislazione si è effettivamente posta obiettivi molto sfidanti. Manca, forse, quella componente di sano pragmatismo necessaria per creare una filiera industriale di settore, che possa pensare di vivere senza sussidi.
Quando si affrontano questi temi bisogna avere la trasparenza di affermare che le risorse sono per definizione limitate e quindi vanno ripartite in base a priorità definite chiaramente e preventivamente, e a un timing ideale di allocazione. Operando una data scelta dobbiamo essere disposti a rinunciare all’allocazione di risorse e di finanziamenti in altri settori.

Cosa pensa del concetto di ciclo di vita?
Rappresenta il vero salto di qualità nell’approccio al problema; purtroppo, è ancora una nozione ben poco radicata, anche tra gli addetti ai lavori. Invece, in ogni dibattito sulle questioni energetiche o ambientali occorrerebbe dare voce a una visione globale in cui l’elemento centrale diventa proprio la valutazione del ciclo di vita.
Con questo approccio possono radicalmente cambiare le valutazioni su una fonte o una tecnologia. Liquigas ha messo questo concetto al centro dei suoi programmi.

Possiamo fare un esempio che riguarda le aborrite fonti fossili…
Oggi la maggior parte del GPL utilizzato non passa più dalla distillazione del petrolio, ma viene estratto
ad origine dai giacimenti di gas naturale. I due prodotti non sono compatibili per ragioni tecniche e devono essere separati prima di immettere il gas naturale in un metanodotto. Un tempo la prassi, ad esempio in Algeria, era quella di disfarsi del GPL sul posto, semplicemente bruciandolo.
Domanda: avendolo a disposizione è più ragionevole dissiparlo oppure utilizzarlo come risorsa?

Queste cose non si sanno proprio, e non solo tra il grande pubblico.
E qui si torna al problema di una informazione ambientale spesso ideologizzata e priva di una affidabile base scientifica.

Altro tema è quello delle esternalità.
Quanto ancora c’è da studiare su questo aspetto?

La risposta è molto complessa, perché chiama in gioco la componente dell’etica. La premessa di partenza è questa: quali sono i valori che in un dato momento riteniamo di dover tutelare quando operiamo delle scelte industriali? Il concetto è in perenne evoluzione, poiché dipende dalle diverse culture e dalle risposte che differenti culture possono dare a una stessa domanda. Non bisogna certo pensare di avere a che fare con un calcolo stechiometrico...
Anzi, è un continuo confronto – e spesso un conflitto – tra quanto qualunque scelta di una impresa realizza e produce a favore della comunità piuttosto che a vantaggio di pochi singoli. In merito, i report di sostenibilità, sempre più diffusi tra le aziende, sono un primo contenitore di possibili risposte; ed è importante sapere che oggi in qualche modo dobbiamo tenerne conto quando, come imprenditori, facciamo delle scelte.

I giovani potranno arrivare là dove fino ad oggi i governi hanno (almeno in parte) fallito?
Il fenomeno è certamente molto positivo. Ma anche qui bisogna fare attenzione. Chi mai è disposto a dichiarare che vuole un mondo peggiore? Figuriamoci i giovani! Dunque, guai a infrangere questo sogno. Ma loro, i giovani, in prima persona cosa sono disposti a fare in meglio – rispetto a chi ha più anni sulle spalle – per consegnare tra due generazioni ai loro nipoti un mondo ideale? A cosa sono realmente disposti a rinunciare nei comportamenti che criticano (ragionevolmente) in chi li ha preceduti e sta governando il Pianeta? Considero serissime le critiche delle nuove generazioni ma chiedo in cambio di poter parlare con loro anche di livelli di rinuncia.

Sempre pensando alla qualità dell’aria, molto si è parlato di un cambio di passo della mobilità. A suo avviso, può l’elettrico convivere con altre soluzioni come il GNL nel trasporto pesante, il GPL, o l’idrogeno in proiezione?
Il settore è certamente polarizzato dalla comunicazione sull’elettrico. Sia chiaro, io non nutro alcuna cieca opposizione al riguardo, ma allo stesso tempo non penso debba diventare la soluzione unica. Piuttosto, mi preoccupa il fatto che ci siano altre soluzioni complementari, a costi inferiori, che potrebbero convivere con la
e-mobility anche senza incentivi. Si leggono di tanto in tanto affermazioni di portatori di interesse, funzionari e anche politici, che suggeriscono di smantellare del tutto l’attuale sistema di mobilità basata sui combustibili fossili.
È chiaro che le conseguenze di una simile scelta andrebbero a pesare soprattutto sulle fasce più deboli ed economicamente vulnerabili. Posso fare una provocazione?

Decisamente sì.
Se fosse promulgata una legge che impone il passaggio dall’alimentazione tradizionale a quella elettrica per le potenze superiori ai 200 cavalli, sarei disposto anche a firmarla! Stiamo infatti parlando di modelli che presuppongono una capacità di spesa per cui il plus di costo dell’elettrico è sicuramente sopportabile dal cliente tipo. Ma con i cittadini a basso reddito come la mettiamo?
Con chi può permettersi solo un’auto, e magari anche un po’ datata?

Manca anche qui una logica di priorità e di valutazione delle risorse?
Certo; e possiamo fare un ragionamento analogo, ad esempio, pensando alla complessa e diffusa infrastruttura di distribuzione del carburante tradizionale, che già esiste ed è presente sul nostro territorio. Certamente può essere razionalizzata e migliorata, valorizzata ambientalmente. Ma quale impatto avrebbe, proprio in termini ambientali, pensare a un totale smantellamento di questa stessa rete?
E quale spreco di risorse (ricordo, limitate per definizione) costituirebbe una scelta drastica di questo tipo?

A proposito di infrastrutture, sta migliorando il quadro dell’approvvigionamento di GNL in Italia?

Finalmente posso dire di sì! Il progetto Livorno – a cui partecipiamo come Liquigas – è ormai giunto nella fase di richiesta delle approvazioni. La Sardegna dovrebbe essere pronta il prossimo anno. Qualcosa dunque si muove nel concreto. Sul lato della produzione di bio-metano o bio-GNL ci sono ulteriori segnali positivi; e anche in questo caso va sottolineato come il processo di diffusione sia favorito dalla possibilità di integrarsi con una infrastruttura già esistente (nata per il gas naturale), ottimizzandone l’uso.

Le recenti vicende che hanno coinvolto l’Arabia Saudita hanno spaventato i mercati delle commodity petrolifere. Devono preoccuparsi anche gli utilizzatori finali?
Credo che fenomeni del genere possano avere qualche influenza, ma del tutto passeggera. Solo i veri e propri conflitti armati incidono sensibilmente sul clima di fiducia e, dunque, in maniera duratura sui prezzi. Da parte dell’utente finale, per i contatti quotidiani con i nostri clienti, non abbiamo rilevato reazioni o preoccupazioni. La stessa variazione sui nostri listini per il mese di ottobre si è limitata a un adeguamento dei prezzi di uno zero virgola. La rapidità con cui si è sgonfiata la risalita emotiva del prezzo del barile dà una ulteriore conferma che i fondamentali nel settore non sono rialzisti. Oggi siamo in una fase di tendenziale prevalenza dell’offerta sulla domanda, le aree di approvvigionamento sono ormai molto diversificate, i flussi sembrano poter essere solidi e stabili anche nel lungo periodo.

Per l’adozione del testo finale del PNIEC dovrebbe essere ormai questione di poche settimane. I traguardi posti sono ambiziosi: sono anche realisticamente raggiungibili?
Sicuramente a livello europeo la proposta di PNIEC italiana è stata ricevuta positivamente. Abbiamo fatto bella figura e ispirato altri Paesi con posizioni iniziali meno realistiche e pragmatiche delle nostre. Ambizioso è certamente ambizioso, e richiederà grandi sforzi; e se vogliamo immaginare di fare ancora di più dobbiamo ripartire dal
famoso conto delle risorse aggiuntive che potranno servire.

E sui tempi di attuazione?
La transizione non è una rivoluzione, che può essere traumatica o portare cambiamenti repentini nel corso della storia. Anche sui tempi il PNIEC è dunque già oggi piuttosto ambizioso. Si può fare ancora meglio? Forse, ma sapendo che occorre profondere uno sforzo elevatissimo per ottenere anche piccoli ritorni incrementali.

Ha affrontato, in precedenza, il tema dell’impatto del riscaldamento in termini di emissioni inquinanti. Qualche altro suggerimento al riguardo?
Ho già sottolineato alcune criticità nell’uso domestico delle biomasse. Ma certo c’è un elemento di fondo più ampio e trasversale, che ci riporta alla cultura energetica: l’uso parsimonioso delle risorse o, meglio, il non utilizzo delle risorse che non servono, è la soluzione più logica. Nella costruzione e nella ristrutturazione degli immobili – prima ancora di domandarsi con quali fonti li potremo riscaldare o raffrescare – occorre privilegiare in fase progettuale la riduzione degli scambi termici. Qui i margini operativi sono straordinariamente elevati.

Veniamo nello specifico dell’azienda di cui è amministratore. Ci dà alcuni dati di sintesi e ci descrive in breve le attuali strategie di Liquigas?
Come dati economici di sintesi voglio ricordare i 499 milioni di euro di fatturato 2018, una quota mercato nazionale pari a circa il 20 per cento e 350.000 clienti in ambito domestico e industriale. La nostra azienda opera sul territorio attraverso 24 stabilimenti e depositi, circa 50 uffici vendita, 18 partecipate, una rete capillare di oltre 5.000 rivenditori bombole di GPL, una flotta di 200 autobotti di proprietà, 2 terminali marittimi e uno ferroviario.
Stiamo anche procedendo a una digitalizzazione spinta di tutti i servizi che eroghiamo alla nostra clientela. Voglio poi evidenziare l’attenzione – pur essendo la nostra una
mission di distributori e non di produttori – che rivolgiamo alle nuove tecnologie (bio-gpl e bio-metano) con importanti investimenti che stiamo effettuando per dare uno sviluppo alla conoscenza e all’industria in questa fase pionieristica, avvalendoci anche di specifici accordi con Università e start-up.

Il Progetto Contarina è uno dei vostri più recenti e significativi risultati. Lo riassume in poche righe?
Contarina è la società pubblica per la gestione dei rifiuti attiva nei 49 Comuni aderenti al Consiglio di Bacino Priula (Treviso) con cui abbiamo siglato un accordo in
project financing per riconvertire il 60per cento della flotta di automezzi impiegati nella raccolta dei rifiuti urbani all’uso di bio-metano, autoprodotto a partire dalla frazione organica recuperata.

Un bell’esempio di economia circolare!
Ed è anche la dimostrazione che si possono fare nel concreto interventi in grado di generare una diretta e tangibile riduzione dell’impatto ambientale di un processo produttivo. Nella fattispecie, è premiante anche la possibilità di effettuare il pieno di carburante direttamente in deposito, senza dover percorrere chilometri inutili fino ad altri punti di rifornimento.

Altro progetto concreto, Comano Terme.

Liquigas e il Comune di Comano Terme (Trento) hanno siglato un accordo per la realizzazione e la gestione di una rete canalizzata a GNL nelle località di Ponte Arche e Cares. Attraverso un
project financing, Liquigas interviene direttamente con un investimento di oltre 2 milioni di euro. Una volta a regime, gli abitanti e le strutture presenti nell’area interessata – oltre 750 utenze – avranno accesso a una fonte energetica ambientalmente sostenibile.
Vorrei sottolineare il coraggio del Sindaco di un piccolo paese, che ha reso possibile realizzare un’opera importante per il suo territorio senza dover impiegare alcuna risorsa pubblica!

Tornando ai giovani, Liquigas collabora anche con le scuole.
Quale valore aggiunto può dare una realtà come la vostra?

Nel nostro approccio formativo cerchiamo di dare ai giovani una metodologia, di fornir loro i parametri necessari per potersi relazionare con il valore delle informazioni, promuovendo una cultura di difesa e di rispetto proprio per il principio della pluralità delle fonti.
L’anno scorso siamo partiti con un primo step, e già in questa fase preliminare ci ha sorpreso la qualità dei lavori e delle risposte fornite. Quando i ragazzi sono aiutati e non manipolati esprimono grandi potenzialità e sono in grado di far nascere proposte e idee molto concrete. E questo non era un ritorno scontato.

Che vi ha convinti a replicare l’iniziativa…
I risultati ottenuti, certamente, sono stati di sprone. La prima edizione di
1,2,3… Respira! – il nostro progetto di educazione ambientale per le scuole secondarie di primo grado che lo scorso anno si è focalizzato proprio sul rapporto tra la qualità dell’aria e le forme di energia attualmente impiegate quotidianamente nel nostro Paese – ha coinvolto nel complesso 24 mila studenti e 861 classi in 455 scuole. Più che replicare, questo ci ha dunque convinti ad ampliare e arricchire l’iniziativa per l’anno scolastico in corso. Quest’anno abbiamo anche deciso di coinvolgere nella realizzazione di un progetto accademico per un’ulteriore nostra presenza sui canali social un gruppo di 60 studenti del Biennio Specialistico in Design della Comunicazione del NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) dell’Università di Milano. Il progetto è finalizzato a sensibilizzare i giovani, millennial e generazione Z, sulle tematiche della sostenibilità ambientale e sull’importanza della qualità dell’aria. Grazie all’iniziativa, giovani universitari hanno avuto l’opportunità di misurarsi con una sfida concreta, confrontandosi direttamente – per questi specifici aspetti – con il nostro management.

Se potesse fare un appello al Governo...
Ribadirei semplicemente i concetti già espressi in questa intervista: cultura dell’energia, contributo di idee molteplice e non polarizzato, ciclo di vita, valutazione delle risorse, responsabilità sociale, rinuncia personale, diffidenza per le soluzioni miracolistiche.

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