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Besseghini: "Siamo nella fase post-ideologica dell’energia" Stampa E-mail

Besseghini: “Siamo nella fase
post-ideologica dell'energia”

di DAVIDE CANEVARI Visita il profilo LinkedIn


“Siamo al Giro d’Italia, una gara ben organizzata e con molti spunti interessanti. Abbiamo affrontato i dolomitici ma c’è ancora il Mortirolo e qualche sprint che può modificare la classifica, magari con un outsider”.

La prima domanda che
Nuova Energia ha posto a Stefano Besseghini, presidente ARERA, parte da un paragone, forse un po’ ardito, tra il percorso di liberalizzazione intrapreso dal nostro Paese e una classica del ciclismo… “
Fuor di metafora, siamo al ventennale di una riforma che ha avuto molte cause e un padre ben noto in Pierluigi Bersani. Ovvio che si è fatto molto, e che molto di quanto pensato e implementato in Italia ha fatto anche un po’ scuola e se ne riconoscono tracce nella regolazione europea”
.

E a che distanza siamo dall’arrivo?
Questa è una valutazione più difficile. Qui credo che dovremmo ricorrere più alla maratona... Spesso i chilometri più difficili sono gli ultimi non solo e non tanto per la fatica, ma soprattutto per la motivazione. Molti dicono che la maratona si corre con la testa più che con le gambe e malgrado io certo non abbia il
physique du role credo sia vero.

A proposito, provi a rispondere da fisico: che cosa non funziona nell’equazione bolletta = Bancomat, che nelle scorse settimane ha fatto piuttosto discutere?

Intanto, in un’equazione dovrebbe esserci una variabile e qui invece non la si vede. Sembra piuttosto una di quelle equazioni dimensionali sbagliate in cui alla fine ci si rende conto che quello che sta a sinistra nulla c’entra con quello che sta a destra.

Dà la stessa risposta anche come presidente ARERA?

Come presidente di ARERA non mi ingaggio neppure nel tentativo di capire cosa non torna nell’equazione. È proprio uno strumento sbagliato. Immaginare che la bolletta possa rinunciare alla sua funzione di essere il veicolo attraverso cui dare al consumatore i giusti segnali di prezzo per il servizio che riceve, è come rinunciare in partenza alla gestione industriale dei servizi. Già la componente parafiscale altera tali segnali, anche se quantomeno in larga parte si tratta di oneri correlati al sistema energetico.

Quale missione attribuisce all’Autorità nella gestione delle tariffe per il mercato di tutela: rispecchiare il mercato o attenuare la volatilità?
In realtà credo che sia corretto che anche la tutela esprima le proprie variazioni coerentemente con l’andamento delle commodity energetiche. Che poi, incidentalmente, sussistendone le condizioni, in casi eccezionali e circoscritti si possa modulare la componente degli oneri parafiscali per omogeneizzare l’incidenza delle variazioni non lo trovo di per sé sbagliato. Si tenga conto che un intervento su quelle componenti ha un effetto di fatto su tutto il mercato. Sarebbe invece sbagliato intervenire sui flussi degli oneri con lo specifico obiettivo di limitare la banda di oscillazione del prezzo.

564 venditori sul mercato dell’energia elettrica. Non è un numero enorme per il tipo di commodity venduta? Non è che questo mercato è troppo libero ed è forse troppo facile entrarci, anche con intenzioni non sempre integerrime?
Generalizzare è sempre pericoloso ma sì, credo che possiamo considerare 500 venditori un numero legittimo ma forse eccessivo, soprattutto per un settore in cui economie di scala e integrazione sono elementi rilevanti nella sostenibilità del business.
Qui la strada è già abbastanza tracciata. L’albo venditori è una soluzione che – bene implementata e manutenuta – può dare le risposte necessarie. Un albo venditori ben fatto permetterà, assieme agli strumenti di comparazione, di dare un segnale di affidabilità all’utente.

Ad oggi, quali risultati concreti ha dato la delibera 342/2016?
Molti. E non tanto per l’aspetto economico, ma perché ha permesso di sviluppare un intervento in un settore delicato in cui non vi era neppure molta giurisprudenza e in cui le pieghe della regolazione lasciavano spazio a comportamenti poco leggibili. L’aspetto più delicato è che, per come era strutturato il mercato (e in qualche misura per come lo è ancora), quelle pieghe erano in alcuni casi diventate addirittura un beneficio per l’utente, perché erano ormai state portate nella competizione commerciale. In ogni caso, l’intervento si è rivelato ben strutturato, solido e selettivo come devono essere le iniziative di una Autorità di settore e come dimostra la serie crescente di conferme che vengono dalla giurisprudenza.
Ciò detto, è chiaro che operare con interventi prescrittivi a volte anche di notevole impatto interroga un’Autorità che deve, anche per norma costitutiva, preoccuparsi della stabilità degli operatori del settore.

Crede che il 1° luglio 2020 partirà veramente la piena liberalizzazione del mercato retail con la fine della Maggior Tutela, e cosa pensa che ARERA debba ancora fare per gestire questo passaggio?
Ho imparato da tempo a non cercare di prevedere il futuro, ma certamente un ulteriore rinvio sarebbe un segnale molto difficile da comprendere, sia per il settore che per il consumatore. In uno scenario in cui si sviluppano i temi dell’autoconsumo, dei servizi aggregati, delle comunità energetiche, immaginare che la tutela di prezzo sia uno strumento da cui è impossibile prescindere appare curioso.
Questo non implica che non sia possibile e necessario occuparsi delle utenze fragili, così come garantire adeguati strumenti di salvaguardia, ma credo non ci siano dubbi che il mercato sarà in grado di esprimere offerte anche solo per la competizione sul prezzo.

C’è poi il tema dei rapporti con il MiSE da un lato e con il GSE da un altro, in un equilibrio di competenze e poteri non sempre ben distinti. Come intende muoversi su questo terreno?
Su questo fronte direi che sono stato chiaro sin dall’inizio del mandato e anche come Collegio abbiamo avuto modo di ribadire il concetto in diverse occasioni. La
cifra è quella della leale collaborazione istituzionale che, nel concreto, vuol dire essere consapevoli della propria indipendenza e terzietà, ma non sottrarsi al massimo della collaborazione possibile.
In un contesto complesso quale quello dell’energia e dei mercati sono ovviamente più che possibili sovrapposizioni e indeterminazioni in termini di competenze e in questo caso la via maestra è unicamente quella del dialogo e del confronto nel rispetto delle prerogative di ognuno. ARERA ha un consolidato patrimonio di competenze ed è un osservatorio privilegiato per la consuetudine con l’analisi del settore, nella duplice prospettiva degli operatori industriali e dei consumatori.

Cosa serve per realizzare gli obiettivi del PNIEC e, soprattutto, quale apporto può dare la regolazione in questa fase?
Secondo me dobbiamo un po’ cambiare i termini della questione. Gli obiettivi sono certamente una parte importante del PNIEC, ma ancora più importanti sono gli strumenti che vi sono contenuti. Implementare questi strumenti è il passaggio da affrontare ora con una buona dose di pragmatismo. La regolazione può dare, anzi direi che deve dare, un contributo importante e questo si concretizza nel contribuire a costruire un mercato che sia in grado di massimizzare l’apporto di ogni soggetto che possa supportare le consuete dimensioni strategiche del settore: sicurezza, diversificazione e sostenibilità.

Quanto siamo lontani da quegli obiettivi e dove sono, a suo avviso, i punti di frizione e i ritardi?
Sono certamente traiettorie ambiziose, costruite per essere tali. Possibili criticità possono derivare dal fatto che, ad esempio, la generazione distribuita non è solo una proliferazione dei punti di immissione, ma è anche la nascita di portatori di interesse di cui è spesso difficile ricondurre la visione a quella più generale. Certamente ricomporre una visione unitaria dalla molteplicità di istanze è spesso complicato. Ecco perché, come dicevo prima, la costruzione di un mercato efficace ed efficiente, trasparente e non distorsivo, può essere la via maestra da seguire. Neutralità tecnologica, stabilità delle norme e capacità di intervento per orientare il comportamento degli operatori di mercato rispetto ai comportamenti attesi sono gli ovvi ingredienti facili da elencare ma difficili da applicare.

E questo perché?
Soprattutto perché non siamo in un contesto vergine; la stratificazione di iniziative, sussidi, priorità di varia natura tende a restringere gli spazi in cui sviluppare una libera competizione. Credo che sia per questo che oggi si registri un più o meno esplicito favore nei confronti di una certa programmazione centralizzata, nell’auspicio che essa possa identificare le priorità secondo una “corretta” pesatura dei diversi elementi, nel convincimento che il solo segnale di mercato non sappia correttamente premiare la sostenibilità
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