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A quando uno “sblocca cantieri” per le infrastrutture socio-culturali? Stampa E-mail

A quando uno “sblocca cantieri”
per le infrastrutture socio-culturali?

di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino


Alle volte sembra proprio che il nostro Paese ambisca a cedere alla sindrome di un malefico autolesionismo.
Si parla molto delle infrastrutture di trasporto bloccate.


Si parla troppo poco delle infrastrutture socioculturali - istruzione e ricerca - anch’esse bloccate da tempo e vistosamente ammalorate. Ogni tanto risuona il ritornello che le infrastrutture sociali sono il vero perno su cui poggia il benessere e il futuro del Paese. La logica conseguenza dovrebbe essere che a queste infrastrutture fosse riservata una certa priorità negli investimenti.
Fra logica e conseguente politica però il divorzio dura da lungo tempo.

Il ritornello, poi, non è che sia proprio condiviso da tutti.
Sotto sotto, sono in molti a ritenere che la cultura non ha effetti rapidamente palpabili sull’economia ed è un lusso che possiamo concederci solo quando il portafoglio è pieno. Se la cassa piange e c’è bisogno di soldi, il primo settore da penalizzare riguarda istruzione e ricerca, anche perché si rischia poco in termini di dissenso sociale. Siccome le casse languono da tempo, istruzione e ricerca sono state lasciate via via deperire.

Ogni tanto scocca qualche rumoroso campanello d’allarme. Ciò avviene soprattutto quando spunta qualche confronto (quasi sempre penoso) con gli altri Paesi sviluppati. Le varie classifiche, da quelle più rigorose a quelle più esotiche, ci vedono sempre posizionati fra gli ultimi.
Siamo così abituati che ormai non ci facciamo più caso.

Tanto per aggiornarci, consideriamo i dati recenti relativi alla ricerca scientifica resi disponibili dall’ERA (
European Research Area, 2018).
L’ERA è un’organizzazione comunitaria europea che gestisce un’area di dati aperta al mondo, per facilitare la circolazione di ricercatori e di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Per valutare e confrontare la situazione dei vari Paesi si usano indicatori normalizzati.

Noi siamo sistematicamente dal 20 al 25 per cento sotto gli indicatori medi. È un pessimo segnale, scontato. Ovviamente abbiamo qualche punta d’eccellenza, ma se si passa a valori medi il panorama diventa fosco.
Al di là degli indicatori, l’Italia spende in ricerca e sviluppo solo l’1,3 per cento del PIL, contro uno standard europeo del 2 per cento e un obiettivo dichiarato del 3.
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