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A metà strada tra l’Urlo di Munch e i ghigni dell’Opera da tre soldi Stampa E-mail
A metà strada tra l’Urlo di Munch
e i ghigni dell’
Opera da tre soldi

di GIUSEPPE TOMASSETTI  / FIRE



La dichiarazione degli operatori di comportarsi bene ma di potersi comportare meglio se aiutati, sottintende molte cose: prima fra tutte, la coscienza che la società perfetta è un obiettivo necessario ma irraggiungibile e che un sano empirismo deve temperare i desideri giacobini di purezza.

L’amico Nino Di Franco mi ha proposto di preparare un controcanto a una sua analisi di merito sulla “giustificazione” degli incentivi agli interventi dei consumatori di energia, analisi tutta basata sul responso del VAN.

Ho circa 20 anni più di lui e la vita mi ha sorriso. Ricordo la decorosa ristrettezza dell’anteguerra e l’atmosfera di espansione del decennio 1955-1965. I miei primi 30 anni di ENEA sono passati nello sviluppo tecnologico, saltellando fra le capitali d’Europa e poi fra i distretti produttivi italiani. Il VAN, obbligo per il singolo imprenditore, l’ho sempre visto come la cristallizzazione del contesto economico/normativo esistente.

Mi sono sentito più un vecchio saggio, consigliere del principe (che non si è mai presentato), piuttosto che consulente d’impresa. Dai fondi del nucleare agli incentivi della 308/82, ai dimostrativi europei, alla legge 10/91, al CIP6/92, ai Certificati Verdi, infine ai Certificati Bianchi o TEE, mi sono sempre occupato di far diventare positivi VAN che altrimenti sarebbero stati negativi.

Sul tema degli incentivi ho allora ritirato fuori uno scritto del 1994 che, riletto, è risultato buono ancora oggi, riportandone gli argomenti che oltre a resistere ad una logica stringente debbono rispondere a tre domande: perché servono incentivi? come vanno dati? a chi vanno dati?
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