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di AGOSTINO RE REBAUDENGO
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Quando nel novembre del 2016 fu pubblicato il pacchetto di proposte legislative noto come Clean Energy Package, la Commissione europea dichiarò che tali misure avrebbero consentito all’Unione europea di guidare, anziché subire, la transizione energetica.















In altre parole, la previsione di un obiettivo ambizioso al 2030 per la riduzione delle emissioni di CO2 - e quindi per lo sviluppo delle rinnovabili e l’incremento dell’efficienza energetica - avrebbe permesso all’Europa di mantenere gli impegni presi a Parigi in occasione della COP21 e di cogliere i benefici della decarbonizzazione anche in termini di ricerca, sviluppo industriale, nuova occupazione e crescita economica.

Oggi le proposte della Commissione sono state in gran parte tradotte in atti legislativi che fissano obiettivi importanti. Agli Stati membri tocca ora il compito di definire le proprie politiche energetiche nel rispetto del quadro di riferimento comunitario, disegnando traiettorie che permettano loro di raggiungere e se possibile - ed è possibile - superare i target al 2030.

Fissare un obiettivo nazionale di sviluppo delle rinnovabili al 2030 inferiore a quello europeo (si parla del 30 per cento sui consumi finali anziché del 32 per cento) sarebbe un errore, tanto più che la nuova Direttiva prevede la possibilità di rivedere al rialzo il target nel 2023. L’attuale Governo ha il merito di essersi schierato a fianco degli Stati membri che, durante i negoziati tra Parlamento europeo e Consiglio, sostennero l’adozione di obiettivi più ambiziosi (35 per cento).
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