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La spirale perversa della questione Meridionale Stampa E-mail










di ROBERTO NAPOLI / professore emerito Politecnico di Torino

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Siamo abituati alle emergenze. Siamo anche abituati a superarle rimanendo seraficamente in attesa di nuove emergenze. Quasi sempre l’attesa serafica rischia di causare danni terribili al Paese, indebolendone la struttura e creando fratture difficili da sanare in poche generazioni.



È ormai il caso di parlare di un’emergenza didattica, foriera di danni tremendi a generazioni di giovani e bisognosa di cure profonde e rapide. L’emergenza deriva dalla divaricazione sempre più spinta fra lo stato e le sorti degli Atenei del Sud rispetto a quelli del Nord, per non parlare poi della sottovalutazione delle implicazioni derivanti da inadeguati finanziamenti alle istituzioni per la formazione e la ricerca.
Manca un accettabile senso di urgenza sulla necessità di intervenire senza cedere a immaginifici effetti speciali, ma con la solidità di una visione e di un piano che abbiano un orizzonte di qualche lustro.

A intorpidire le coscienze politiche c’è la rassicurante (ma falsa) convinzione che le nostre strutture didattiche abbiano sì difetti, ma tutto sommato siano migliori di tante altre di Paesi con i quali ha senso confrontarsi. In realtà continua inesorabile il nostro scivolamento verso il basso in tutte le classifiche che ci mettono a confronto con altri Paesi con cui abbia senso confrontarsi. Non c’è poi tanto bisogno di classifiche per capire la direzione che abbiamo preso.

Un recente sondaggio di Sodexo (fra le aziende internazionali leader nelle inchieste sulla qualità della vita) segnala la profonda insoddisfazione degli studenti italiani per la loro vita universitaria, contrassegnata da un netto scollegamento fra l’impegno da profondere nello studio e le reali possibilità di lavoro. Il 25 per cento degli universitari italiani è insoddisfatto della propria vita. Il 50 per cento è insoddisfatto del proprio percorso accademico.

Per gli altri Paesi confrontabili quest’ultima percentuale raramente supera i 30 punti. È pur vero che il clima di sfiducia e di insoddisfazione oggi permea quasi tutti gli strati della popolazione italiana, ma è anche vero che una classe giovanile così generalmente (e a ragione) sfiduciata e rassegnata non promette nulla di buono per il futuro.
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