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di CARLETTO CALCIA
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L’editoriale del numero 5|2017 di questa rivista si è posto la domanda circa la sparizione della terza rivoluzione industriale (3.0), ormai praticamente sottaciuta per non dire dimenticata.


Questa domanda mi ha fatto tornare alla memoria una parte importante della mia vita di lavoro, iniziata con gli Anni ‘50, e ha stimolato il desiderio di una testimonianza su di essa nel settore energetico.
Premetto che mi risultano due date proposte come inizio della terza rivoluzione industriale. La prima, a partire da circa il 1970, con l’avvento delle energie rinnovabili e della produzione decentralizzata. La seconda va ancora più indietro, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La mia esperienza personale mi spinge a preferire questa seconda data, in quanto significativa della fine della rivoluzione 2.0 e – con la ricostruzione del Dopoguerra incombente – della creazione di nuovi sviluppi proprio nel settore dell’energia elettrica. Tra i più importanti c’è sicuramente lo sviluppo delle centrali termoelettriche a vapore, accanto alle tradizionali centrali idroelettriche, con un aumento a salti della potenza unitaria dei turbogruppi da circa 40 MW a 70, poi a 100, 150, 300 e 600 MW. In parallelo, si svilupparono anche – a partire da circa 30 MW iniziali – le centrali turbogas, soprattutto presso gli impianti petroliferi.
Anche i trasformatori crebbero in potenza e tensione per adeguarsi alla crescita delle centrali. La corrente continua fu impiegata in modo massiccio per il comando di macchine operatrici e di impianti industriali e metallurgici.
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