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Tittoni: "Green economy: la sfida verde che piace all’industria" Stampa E-mail










di DAVIDE CANEVARI
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Habemus SEN! E mai come in questo caso la fumata bianca sembra essere adatta alla situazione, per l’impegno della nuova Strategia Energetica Nazionale nei confronti di un sistema - energetico e in particolare elettrico - sempre più pulito e decarbonizzato.















L’incontro di Nuova Energia con Pietro Tittoni, Chief Operating Officer di ERG, parte proprio dall’analisi di questo strumento. “Il documento posto in consultazione ha davvero le potenzialità per trasformarsi in un concreto mezzo di pianificazione energetica a disposizione del Paese. A valle però di alcuni affinamenti”


Partiamo dai pregi.
Il principale è la sua connotazione per così dire strutturale. La SEN è forse tra i primi esempi in Europa di documento direttamente ispirato al Clean Energy Package, per una transizione energetica verso le fonti rinnovabili e la decarbonizzazione dell’economia.
Altrettanto positivi sono gli obiettivi di centralità assegnati alle rinnovabili, il superamento dell’utilizzo del carbone e il comittment verso la piena integrazione delle FER - anche non programmabili - nel mercato elettrico. Certo, tali obiettivi implicano oneri finanziari e investimenti da parte degli operatori privati; è quindi necessario chiarire come verranno allocati questi oneri e quale sarà il quadro di regole che permetterà agli operatori privati di pianificare gli investimenti necessari.


Tra gli aspetti da migliorare?
Vi è sicuramente quello degli strumenti normativi per la promozione delle FER elettriche, che vanno maggiormente dettagliati e orientati verso il repowering degli impianti ormai divenuti obsoleti. Pensando allo sviluppo delle rinnovabili utility scale in Italia, attendiamo ancora il Decreto che dovrebbe definire i meccanismi di sostegno sino al 2020; mentre Germania e Francia, ad esempio, hanno già stabilito contingenti per le aste FER dei prossimi tre-quattro anni.
Occorre quindi che la SEN 2017 venga declinata, definendo in modo preciso i volumi, i contingenti, i budget e le tecnologie a cui si rivolgeranno le aste per l’assegnazione dei meccanismi di sostegno tra il 2018 e il 2020, e che tali previsioni siano riflesse in un provvedimento attuativo.


In passato il nostro Paese ha già promosso Strategie e Piani Energetici. Tuttavia, molti di questi documenti non hanno avuto seguito o sono rimasti lettera morta. Perché questa dovrebbe essere la volta buona?
Per tre principali motivi, direi. Perché siamo legati da impegni a carattere internazionale, perché è entrata in gioco la liberalizzazione del mercato e perché la tecnologia stessa spinge verso le soluzioni proposte dal piano.
Ai tempi del PEN il nostro Paese aveva come (unico) obiettivo quello di dotarsi di un sistema autonomo per produrre energia e garantire i consumi. Oggi dobbiamo marciare in sincronia con un contesto europeo e questo costituisce una sorta di forzante.
Nel frattempo sono poi cambiati i presupposti del mercato: dal monopolio siamo passati al mercato libero e ciò impone che le scelte siano condivise all’interno di una comunità più grande che vuole partecipare alle scelte del Paese. Oggi, poi, l’elettricità è in grado di svolgere gran parte dei servizi che un tempo competevano ad altre tecnologie, come riscaldare, cucinare o muoversi.
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