L'(in)affidabilità delle riserve petrolifere Stampa E-mail
testata


titolo








di RICCARDO VARVELLI / Politecnico di Torino
Torna al sommario

Negli anni Ottanta del secolo scorso, dall’oggi al domani, le riserve petrolifere “dichiarate” da alcuni Stati del Golfo Persico appartenenti all’OPEC (l’organizzazione nata nel 1960 a difesa dei maggiori produttori ed esportatori di petrolio) raddoppiarono o triplicarono...


Source: BP












Anche se, nel breve periodo di una notte, nei loro territori non era stato scoperto alcun nuovo giacimento o non era stata introdotta una nuova rivoluzionaria tecnologia di estrazione. Nelle regole di coordinamento e di cooperazione dell’OPEC era stato semplicemente introdotto un parametro grazie al quale i membri dell’organizzazione si sarebbero suddivisi le quote di produzione e i relativi incassi.
Questo fattore era la quantità delle riserve “dichiarate” (ma non “accertate” da un ente neutrale). Chi aveva più riserve “dichiarate” poteva produrre più petrolio e quindi guadagnare di più attraverso la parte esportata.

Peccato che con questa modalità non venisse più rispettata la definizione di “riserva” dettata a suo tempo dall’American Petroleum Institute nella quale si parla di “riserve accertate ed economicamente producibili”, di “riserve probabili” e di “riserve possibili”.
Ma per accertare ci vuole un ente neutrale preposto e riconosciuto ufficialmente dagli operatori per esercitare il ruolo di notaio. Questo esisteva ed esiste tuttora. È la Security and Exchange Commission (SEC) che stabilisce se una risorsa petrolifera (un giacimento) possa essere “messa a libro” da una società quotata in Borsa, per dare valore economico ad essa.
[...]


© nuovaenergia | RIPRODUZIONE RISERVATA

-----------------------------------------------------------------------------------

GLI ARTICOLI COMPLETI SONO DISPONIBILI PER GLI ABBONATI.7

ACQUISTA LA RIVISTA

_oppure

SOTTOSCRIVI L’ABBONAMENTO ANNUALE

 
© 2005 – 2017 www.nuova-energia.com