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La creatività ci insegna a dar peso al possibile oltre che al probabile Stampa E-mail










di CARLETTO CALCIA
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Anni or sono, durante un viaggio, un collega mi disse: “Vorrei che i miei collaboratori fossero più creativi”. Gli risposi: “E tu fai qualcosa per stimolarli?”. Mi disse: “Sì ma alla fine mi accorgo di avere sempre ragione io”. Questo è il problema della creatività, difficile da individuare e ancora più difficile da coltivare nel vasto panorama dei comportamenti.



Nei decenni posteriori alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo sviluppo della Behavioural Science contribuì a illuminare la comprensione e il miglioramento dei comportamenti individuali e di gruppo per fini motivazionali e per il successo delle aziende. Accanto ai tradizionali parametri della cultura generale e delle capacità gestionali relative alle responsabilità assunte, per il raggiungimento dei target previsti i comportamenti creativi furono considerati di primaria rilevanza.

Anche in passato pertanto le aziende sono cresciute grazie ai comportamenti di alcune persone particolarmente dotate, le quali hanno legato il loro nome a miglioramenti dirompenti, per esempio nel campo industriale dell’energia, della trazione, dell’elettronica e dell’automazione; ma il problema si presenta oggi con particolare importanza e urgenza a fronte della rivoluzione digitale ormai in corso.
L’enorme disponibilità di dati a disposizione, la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale e le estese capacità di calcolo permettono di liberare le persone da compiti di minore rilevanza pratica e di offrire loro più ampi spazi da dedicare ad attività speculative relative al futuro a medio-lungo termine.
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